Razze e razzismo

di Alessandro Della Corte, Stefano Isola, Lucio Russo

I am quite sure I have no race prejudice, and I think I have no color prejudices, nor caste prejudices. Indeed, I know it. I can stand any society. All I care to know is that a man is a human being — this is enough for me; he can’t be any worse.

Mark Twain

1. Gli orrori del razzismo e il ruolo degli scienziati

Il 2 settembre 1957 Judge Edward Aaron, un giovane operaio nero con un lieve ritardo mentale di Birmingham, in Alabama, venne rapito da sette esponenti di un gruppo ispirato al Ku Klux Klan e selvaggiamente picchiato con randelli metallici. Gli furono incise le lettere “KKK” nelle carni. Fu evirato e nelle ferite i suoi aguzzini versarono trementina altamente urticante. Infine, venne messo nel bagagliaio di un’auto e scaricato in un luogo isolato.


Questa vicenda orribile è un caso tra tanti, ben documentato, portato in giudizio presso un tribunale regolare, avvenuto sessant’anni fa in un paese sviluppato. All’epoca della tratta degli schiavi attraverso l’Atlantico, storie anche peggiori sono avvenute sulle navi negriere, negli stretti spazi in cui gli schiavi erano legati e stipati insieme, e nelle grandi piantagioni americane in cui era legittima la loro tortura ma vietato (almeno in alcuni Stati) insegnare loro a leggere. Non c’è dubbio che l’odio razziale, e ancor più l’assoluta mancanza di immedesimazione nel diverso da sé alimentata dal razzismo, siano stati all’origine delle più imperdonabili nefandezze commesse dal genere umano. Il rifiuto di riconoscere nel prossimo con un diverso colore della pelle un uomo dotato di diritti e capace di soffrire ha forse raggiunto i toni più ripugnanti quando è stato dotato di dignità teorica e giustificato in base alle esigenze di noialtri “popoli civili”. Un esempio efficace è la seguente agghiacciante riflessione di Montesquieu (tuttora considerato uno dei padri del pensiero politico occidentale):

Dovendo sostenere che abbiamo avuto il diritto di rendere schiavi i negri, ecco cosa direi: […]
Lo zucchero sarebbe troppo caro se non si facesse lavorare dagli schiavi la pianta che lo produce.
Questi di cui si parla sono neri da capo a piedi; e hanno il naso così schiacciato che è quasi impossibile compatirli.
Non ci si può capacitare che Dio, che è un essere saggissimo, abbia messo un’anima, soprattutto un’anima buona, in un corpo tutto nero. […]
È impossibile supporre che costoro siano uomini, perché se li supponessimo uomini, si comincerebbe a credere che noi stessi non siamo cristiani.
Alcuni spiriti meschini esagerano troppo l’ingiustizia che si fa agli Africani. Infatti, se fosse quella che dicono, non sarebbe venuto in mente ai principi d’Europa, che fanno tra loro tante convenzioni inutili, di farne una generale a favore della misericordia e della pietà? [1]

Il razzismo è stato sempre usato come giustificazione di operazioni di dominio di alcuni gruppi umani su altri gruppi con fini di sfruttamento e appropriazione di risorse [2].
Nessuna forma di razzismo si è mai realmente basata su argomenti di carattere scientifico, se non alterando e interpretando i dati in forma arbitraria, come nella gran parte delle pseudoscienze della frenologia, della fisiognomica e dell’antropologia criminale [3]. Gli scienziati hanno tuttavia avuto un ruolo importante in questa terribile storia. In effetti, anche le pseudoscienze appena citate, seppure estranee alla vera scienza, non lo erano affatto all’ambiente sociologico degli scienziati. In particolare, gli esempi di prese di posizione di scienziati a favore della superiorità della razza ariana sulle altre sono stati numerosi in Germania e nel nostro paese hanno culminato nel Manifesto degli scienziati razzisti del 1938 (dal quale ben pochi scienziati si dissociarono), che fornì l’avallo scientifico alle leggi razziali fasciste. In Germania (dove forse la ricerca scientifica aveva raggiunto il livello più alto del mondo) il coinvolgimento di “scienziati”, o quantomeno di tecnici in grado di eseguire esperimenti, è dimostrato anche dai terribili esperimenti eseguiti dai nazisti su cavie umane appartenenti a “razze inferiori”.

2. Le prove scientifiche addotte per sostenere l’inesistenza delle razze

È facilmente comprensibile che dopo la fine del nazismo e del fascismo ci sia stata una forte volontà, da parte del mondo scientifico, di prendere le distanze dal passato, negando le conclusioni, scientificamente assurde, che erano state generate dalle ideologie razziste proprie non solo del nazi-fascismo, ma anche dello schiavismo (e che negli Stati Uniti erano sopravvissute a lungo all’abolizione della schiavitù del 1865).
A nostro avviso però questo sacrosanto processo di autocritica e riposizionamento del mondo scientifico sta correndo il rischio di essere anch’esso pesantemente influenzato da aspetti ideologici. Si tratta di un fenomeno tipico: i ribaltamenti degli schemi ideologici, proprio a causa della loro rigidità, rischiano di lasciare immutate alcune strutture fondamentali dell’ideologia che si vuole distruggere.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale gli scienziati negarono qualsiasi pretesa di scientificità alle ideologie razziste. Sottolinearono, a questo scopo, che non esisteva alcun argomento scientifico a sostegno della tesi che alle differenze fenotipiche delle popolazioni corrispondessero differenti capacità intellettuali, né che le diverse culture umane avessero un’origine genetica. I tanti casi di rapida assimilazione culturale di individui inseriti in tenera età in popolazioni geneticamente lontane provano anzi il contrario.
Questi punti erano più che sufficienti per togliere ogni pretesa di scientificità al razzismo. Ma non ci si fermò qui. Fin dagli anni Sessanta del Novecento e soprattutto negli anni Settanta molti scienziati cominciarono ad affermare l’inesistenza delle razze umane.
La negazione della scientificità del concetto di razza umana ha le sue radici nell’ambito dell’antropologia culturale americana, e in particolare del relativismo culturale di Franz Boas e dei suoi seguaci, e venne enunciata esplicitamente negli articoli di Livingstone e Dobzhansky del 1962 citati in bibliografia. Ha poi guadagnato terreno nel corso degli anni ’60, soprattutto negli Stati Uniti sull’onda del movimento per i diritti civili, ed è stata giustificata con argomenti statistici in un famoso lavoro di Lewontin del 1972.
Questo processo merita un’analisi critica, perché siamo convinti che in questo caso alcune (pur comprensibili) tendenze ideologiche hanno finito col prevalere su ragioni propriamente scientifiche.
I principali argomenti usati dagli scienziati per negare l’esistenza delle razze sono due. Il primo si può sintetizzare così:

a) Innanzitutto si ritiene che la scienza permetta di individuare l’unica “vera” variabilità umana nella variabilità del genoma, ossia del DNA dei diversi individui.
b) Si passa poi ad esaminare quale percentuale delle differenze genetiche umane dipendono dalla popolazione di appartenenza. Nell’articolo già citato, Lewontin ha analizzato le differenze genetiche tra diversi individui in un campione di loci, cercando di discriminare, con metodi statistici, in che modo si possa scomporre la variabilità genetica umana. La sua conclusione fu che una percentuale assolutamente maggioritaria di tale variabilità si deve alle differenze tra individui, mentre solo una piccola percentuale (meno del 15%) della variabilità è attribuibile alle differenze tra quelle che tradizionalmente erano chiamate razze.

Il secondo argomento si basa sulla constatazione che tra le diverse popolazioni umane esistono variazioni graduali, che non permettono di individuare “razze” con confini chiaramente identificabili: un argomento, già usato, ad esempio, da J. Hiernaux nel 1964.

Il ricorso a un’analogia può essere utile per mettere a fuoco la debolezza degli argomenti precedenti. Mostriamo come, con argomenti sostanzialmente uguali, si potrebbe “dimostrare” l’inesistenza dei colori: una conclusione evidentemente insostenibile. A una persona comune, estranea alla scienza, convinta di saper distinguere il verde dal giallo, un fisico potrebbe obiettare che:

a) Innanzitutto le vere differenze tra quelli che sono comunemente detti colori (corrispondenti ai fenotipi) consistono nelle diverse lunghezze d’onda (analoghe alle differenze genetiche) della luce percepita.
b) Un colore che appare verde può avere una lunghezza d’onda di 567 nanometri (nm), mentre un colore che appare giallo può avere una lunghezza d’onda di 572 nm; si tratta di una differenza di circa l’1%, quindi del tutto irrilevante, nonostante l’apparenza contraria, che pertanto va rifiutata, proprio come la differenza tra un pigmeo e un giapponese, nonostante le apparenze, va rifiutata perché riguarda una parte trascurabile del genoma.
c) Inoltre la lunghezza d’onda varia con continuità. Tradizionalmente abbiamo preteso di distinguere, col nostro linguaggio, un numero finito di colori, ma non esiste alcun accordo tra gli studiosi su quali siano gli esatti valori delle lunghezze d’onda che separano i colori tra loro.
d) Pertanto i colori non esistono (!?).

Sul piano strettamente statistico le tesi di Lewontin sono state efficacemente smontate nel 2003 da Edwards, che ha mostrato come l’esistenza di popolazioni geneticamente distinte appare chiaramente se invece di studiare singoli loci, come aveva fatto Lewontin, si studiano le loro correlazioni, ovvero si fa quella che si chiama un’analisi multivariata.
Contro l’esistenza delle razze sono stati avanzati anche altri argomenti. Ad esempio nell’articolo “Le razze non esistono” di Francesco Rossolillo, del 1967, si affermava che ogni carattere avrebbe una sua distribuzione geografica, completamente diversa da quelle relative ad altri caratteri; non sarebbe quindi possibile individuare le “razze” grazie a un consistente aggregato di caratteri. Si tratta di un argomento palesemente falso. Un’autorevole smentita a questa affermazione è fornita, ad esempio, da Luigi Luca Cavalli Sforza, che ha dedicato una vita di lavoro allo studio della variabilità umana, riuscendo a “mostrare il sovrapporsi di genealogie diverse: quella genetica, paleoantropologica e linguistica si rivelano in accordo e si corroborano a vicenda” (la citazione è tratta dalla quarta di copertina di Cavalli Sforza, Geni, popoli e lingue). Rossolillo, d’altra parte, non era un biologo, ma uno studioso di politica e di filosofia della storia.
In definitiva, il fenomeno evidente dell’esistenza di popolazioni umane localizzate geograficamente con proprie caratteristiche (riguardanti non solo l’aspetto fisico, ma anche diverse caratteristiche fisiologiche, come la resistenza o la predisposizione a certe malattie, intolleranze alimentari, etc.) non può certamente essere negato. Se, invece del fenotipo, consideriamo la variabilità del genoma, vi sono moltissime evidenze di differenze correlate alla localizzazione geografica. Ad esempio oggi sappiamo che le popolazioni africane, a differenza di quelle degli altri continenti, non hanno geni provenienti da antenati Neanderthaliani [4].
È particolarmente significativo che dopo che l’Antropologia generale aveva delegittimato come non più scientificamente valido il concetto di razza, l’Antropologia forense, che non poteva trascurare elementi fenomenologici essenziali per l’identificazione dei cadaveri, ha continuato tranquillamente ad usarlo. Su questo punto è interessante leggere l’articolo di Norman J. Sauer citato in bibliografia.
È certamente vero che la suddivisione dell’umanità in un piccolo numero di grandi raggruppamenti (quali, tradizionalmente, erano considerate le razze) costituisce un modello troppo rozzo per studiare seriamente la variabilità umana. Questo punto è chiaramente esposto nel famoso lavoro “Storia e geografia dei geni umani” di Luca Cavalli Sforza et al. Per affrontare la complessità del problema Cavalli Sforza e collaboratori spiegano (a p. 39) di aver dovuto usare una banca dati comprendente 6633 diversi campioni con differenti localizzazioni geografiche e 1945 diversi nomi di popolazioni. Questa situazione giustifica certamente un profondo ripensamento e affinamento del concetto di razza. Gli scienziati lo hanno invece rifiutato del tutto, lasciando che tra i profani (almeno tra quelli più esposti alla suggestione delle mode culturali) si diffondesse l’idea, palesemente contraria all’evidenza, di un’umanità somaticamente omogenea, se si prescinde dalla variabilità individuale.
L’origine di questo atteggiamento è chiara nell’articolo già citato di Rossolillo, dove è scritto:

Sta di fatto che l’unico fine al quale è servito fino ad oggi il concetto di razza è stato la discriminazione razziale. [5]
Parlare, nell’ambito di una scienza, di concetti veri e di concetti falsi equivale esattamente a parlare di concetti utili e di concetti inutili o dannosi. […] sostenere che il concetto di razza è dannoso per la scienza equivale a dire che le razze non esistono. [6]

Riducendo la verità scientifica all’utilità ideologica, Rossolillo individua, con un candore che rende particolarmente interessante il suo articolo (e ci ha indotto a citarlo più volte), l’origine ideologica del rifiuto del concetto di razza.

L’inconsistenza delle pretese “dimostrazioni scientifiche” dell’inesistenza delle razze e l’origine ideologica dell’eliminazione del concetto di razza sono state esposte più volte, ad esempio da Neven Sesardic nell’ articolo del 2010 citato in bibliografia.

3. Political correctness

Sin dall’inizio degli anni ’70, il tabù della parola “razza” è diventato uno dei pilastri della political correcteness.
L’ideologia del politicamente corretto ha una doppia natura, che è pericoloso ignorare. Da una parte vi sono una serie di contenuti certamente condivisibili (come appunto il rifiuto del razzismo, la difesa dei diritti delle donne e la condanna dell’omofobia), dati generalmente per scontati nel dibattito pubblico. Dall’altra vi sono le forme in cui questi contenuti vengono enunciati, diffusi, arbitrariamente estesi e imposti. Negli anni si sono succedute molte impietose analisi della political correctness, da quella di Huges al recente saggio di Jonathan Friedman, che hanno però avuto, a nostro parere, al più l’effetto di smussarne alcuni eccessi particolarmente grotteschi, senza riuscire a scalzarne l’egemonia. Basandoci anche su tali analisi possiamo individuare alcune delle principali caratteristiche della political correctness nei punti seguenti:

1. La sostituzione dell’argomentazione razionale con la semplice associazione d’idee.

2. Il giudizio sulle affermazioni basato non sul loro contenuto di verità, ma sull’uso che potrebbe esserne fatto da parte di avversari.

3. L’eliminazione del dibattito, sostituito da una dicotomia tra chi è corretto e chi, non essendolo, viene additato come socialmente pericoloso e criminale.

Si tratta di forme estreme di pensiero unico che ricordano il 1984 di Orwell e si capisce che per riuscire ad affermarlo sia stato necessario partire da contenuti largamente condivisi, che però sono stati via via estesi in modo largamente arbitrario.
Consideriamo il termine razzismo. Ben pochi non sono d’accordo nel rifiutarlo. Ma cosa significa razzismo? Se si pensa alla famigerata ideologia di schiavisti e nazifascisti non vi sono dubbi: si tratta dell’idea che alcune popolazioni umane siano biologicamente superiori, fisicamente e intellettualmente, e pertanto debbano dominare o eliminare le razze inferiori. Una volta appurata la generale esecrazione verso il razzismo, si può però dimenticare il suo significato originale ed estendere l’esecrazione, per successive associazioni d’idee, a chi, ad esempio, sostiene che non tutte le culture umane siano equivalenti, definendolo un razzista culturale (una contraddizione in termini, poiché il razzista è proprio chi pretende che le differenze culturali abbiano un’origine biologica). A questo punto rischia di essere considerato razzista chi afferma che i Galli non avevano sviluppato una matematica confrontabile con quella greca. Per condannare un’affermazione del genere non c’è alcun bisogno di entrare nel merito, mostrando l’improbabile eccellenza della matematica gallica; in base al punto 2, basta osservare che l’affermazione potrebbe essere usata da qualcuno per sostenere l’inferiorità etnica dei Galli: una tesi evidentemente razzista.
Qualcosa di simile è avvenuto con il termine fascismo. Vi è un vasto consenso sulla sua condanna. Ma cosa significa fascismo? Se si prescinde dalla sua concreta realtà storica e lo si trasforma in un generico archetipo astratto, si può dilatarne a volontà il contenuto semantico. Si comincia, ad esempio, con l’identificare il fascismo con il nazionalismo; si definisce poi nazionalista (e quindi fascista) chiunque sia contrario allo svuotamento dei poteri dello Stato nazionale. Procedendo in questo modo, si può finire paradossalmente con il considerare fascista chiunque voglia conservare qualche potere alle istituzioni politiche elettive, che sono esistite ed esistono solo negli Stati.

Il multiculturalismo, che costituisce uno dei principali contenuti della political correctness, nonostante l’apparenza contraria, tende a favorire una cultura unica, nella quale i legami sociali siano determinati unicamente dall’intermediazione del mercato. In questo contesto emergono di fatto nuovi criteri di discriminazione, perlopiù basati sul grado di corrispondenza degli individui rispetto a certi standard fisici e comportamentali trasversali ad ogni gruppo o appartenenza particolare. Bisogna dire che questo progetto è spesso fallito, in quanto i gruppi di diversa provenienza etnica venuti a contatto in seguito all’immigrazione nei paesi dell’Occidente, più che fondersi, si sono spesso isolati, dando luogo a nuove forme di ghettizzazione. Interessanti riflessioni su questo fenomeno, in particolare nella realtà svedese, sono nel libro citato di Friedman.
Una quarta caratteristica importante della political correctness è l’attenzione al linguaggio. Come nella neolingua di Orwell, i concetti indesiderati vengono eliminati mettendo al bando le parole che li esprimono e relegando ai margini della comunità chi osa pronunziarle. L’associazione d’idee ha in questo settore ampio spazio per essere applicata, rifiutando tutte le parole associabili con fenomeni (politici, culturali o di altro tipo) considerati sgradevoli. Così, ad esempio, non potendo eliminare cecità e invalidità, si sono eliminati ciechi ed invalidi dal vocabolario. Negli Stati Uniti il razzismo era stato esercitato soprattutto contro i discendenti degli schiavi importati dall’Africa subsahariana, che erano detti niggers (dal latino niger, ossia nero, in italiano negri, in spagnolo negros, in francese nègres). Negrieri e proprietari di schiavi, in quanto razzisti, davano un significato dispregiativo a questo termine. Il movimento anticolonialista e antirazzista sorto in Africa nelle ex colonie francesi aveva portato, al contrario, a un’esaltazione della negritude, come carattere identitario da rivendicare e rivalutare. Negli Stati Uniti, dove il razzismo aveva imperversato senza argini fino agli anni Sessanta del secolo scorso, la political correctness, grazie al meccanismo associativo che abbiamo già notato, ha invece portato a bandire non solo i negrieri, i membri del KKK e i tanti sostenitori dell’inferiorità dei negri, ma lo stesso termine negri. Coloro che tradizionalmente erano chiamati in questo modo sono stati “convinti” dalla cultura egemone a considerare dispregiativo il termine che designava la propria identità, assimilando l’associazione (generata dal razzismo degli schiavisti americani) del termine negro al suo valore dispregiativo. La cultura condivisa ha assorbito talmente questa associazione che anche noi abbiamo esitato nell’usare questo termine e abbiamo evitato di farlo senza corsivo.

A questo punto si capisce facilmente come, insieme al razzismo, si sia deciso che andavano eliminate anche le razze, se non fisicamente almeno dal vocabolario.

4. Scienza, fenomeni e modelli

Al di là dei preoccupanti aspetti politici e ideologici, il caso di cui ci stiamo occupando è, a nostro parere, una spia di un fenomeno forse ancora più profondo e allarmante che riguarda la scienza e il suo rapporto con la cultura condivisa.
La scienza (almeno quella sviluppata fino al primo Novecento) consiste nell’elaborazione di teorie come modelli di fenomeni osservabili. Il rapporto tra fenomeni e modelli costituisce un aspetto essenziale del metodo scientifico. Il fenomeno (etimologicamente ciò che appare) è direttamente osservabile e costituisce il punto di partenza imprescindibile di ogni indagine scientifica. Lo scettico Sesto Empirico aveva sottolineato che, a differenza delle teorie, i phainomena non sono contestabili (e infatti non erano contestati neppure dagli scettici):

Noi [scettici] non contestiamo ciò che induce involontariamente il nostro assenso su un’impressione sensibile, e cioè i phainomena [7].

Il valore delle teorie scientifiche consisteva nella loro capacità di descrivere e prevedere fenomeni (i Greci dicevano: nella loro capacità di salvare i fenomeni).
Negli ultimi decenni si sta affermando un preoccupante ribaltamento di questo schema, consistente nella tendenza, da una parte, a reificare i concetti scientifici interni alle teorie, come se si trattasse di oggetti concreti, e dall’altra a screditare i fenomeni. In altre parole le teorie spesso non sono più elaborate per descrivere fenomeni; si cerca piuttosto di trovare fenomeni che siano in accordo con una teoria scelta a priori, per ragioni estetiche[8] o di altro tipo.
Si tratta del riemergere di tendenze risalenti al neoplatonismo, che sostengono la superiorità di costruzioni teoriche astratte, ritenute dotate di una realtà propria, a scapito della fenomenologia, considerata ingannevole.
L’uomo comune, estraneo agli ambienti scientifici (e lo stesso scienziato nei riguardi di tutte le specializzazioni diverse dalla propria) è indotto a diffidare delle proprie osservazioni e del proprio buon senso, per accettare con reverenza verità “scientifiche” superiori, a lui incomprensibili e riservate a una stretta cerchia di iniziati.
Il pensiero critico, caratteristico della scienza, viene così completamente eliminato e sostituito da una supina accettazione delle verità rivelate dalle autorità e diffuse dai media.
Nel contesto di questa involuzione del metodo scientifico, diviene più semplice spiegare come sia stato possibile eliminare il concetto di razza, nato (e fatto proprio dalla scienza) per “salvare” il fenomeno evidente delle diversità somatiche tra gruppi umani provenienti da regioni diverse del pianeta, “ecotipi” che per una serie di caratteri fisici e fisiologici comuni possono essere distinti da altri appartenenti alla stessa specie. Se un comune cittadino è stato addestrato a non fidarsi dei propri sensi e del proprio buon senso, ma ad accettare “verità scientifiche” che non capisce e gli appaiono contraddire le proprie osservazioni, lo si può anche convincere che si inganna credendo che un pigmeo e un giapponese siano diversi, perché “la scienza” ha dimostrato che in realtà sono identici.
La stretta connessione tra il caso dell’eliminazione virtuale delle razze e il nuovo atteggiamento verso il rapporto tra fenomenologia, buon senso e scienza è resa esplicita da Jared Diamond, che nel suo famoso articolo intitolato Race without color (1994) ha scritto:

Science often violates simple common sense. Our eyes tell us that the Earth is flat, that the sun revolves around the Earth, and that we humans are not animals. But we now ignore that evidence of our senses. We have learned that our planet is in fact round and revolves around the sun, and that humans are slightly modified chimpanzees. The reality of human races is another commonsense “truth” destined to follow the flat Earth into oblivion.

Quest’argomentazione, usata molte volte, merita di essere smontata con cura, distinguendo chiaramente l’apparenza sensoriale dall’interpretazione dettata dal “common sense” e dalla modellizzazione scientifica.
Va osservato infatti che Diamond mescola il concetto di “common sense” con quello di esperienza sensoriale. È certamente vero che la scienza ha spesso ribaltato il senso comune. Ben più problematico sarebbe affermare che la scienza possa ribaltare la percezione sensoriale in quanto tale. La scienza, come abbiamo già ricordato, dovrebbe partire sempre dal dato fenomenologico; può analizzarlo, spiegarlo, spesso affiancarlo a fenomenologie più ampie e analizzate in modo più raffinato, ma mai ribaltarlo.
Veniamo ai tre esempi di Diamond, che sono tra loro di natura molto diversa.
È innegabile che l’osservazione diretta (e anche misurazioni relativamente precise) mostra che la Terra, su scala locale, è con buona approssimazione piatta. La scienza non ha mai negato questo fatto. Ci ha semplicemente insegnato che, su scala molto più grande, la Terra si rivela più o meno sferica, il che non contraddice affatto il dato sensoriale su scala ridotta, ma ne costituisce semplicemente un raffinamento, basato (questo è il punto essenziale!) sull’acquisizione di un maggior numero di osservazioni.
Per quanto riguarda il secondo esempio, l’affermazione che “gli occhi” ci dicono che il Sole gira attorno alla Terra è certamente impropria: dall’osservazione diretta possiamo solo dedurre la direzione in cui dobbiamo puntare lo sguardo, stando fissi in un certo luogo della Terra, per osservare il Sole in momenti diversi. È il senso comune, e non gli occhi, a indurci a credere che la Terra sia immobile. È poi importante osservare che, proprio come nel caso precedente, il sistema eliocentrico non è stato affatto elaborato negando dati osservativi, ma, al contrario, proprio al fine di descrivere osservazioni difficili da spiegare nell’ambito di una teoria geocentrica: in particolare le retrogradazioni planetarie, ovvero le periodiche inversioni (rispetto allo sfondo delle stelle fisse) del moto apparente dei pianeti osservati dalla Terra. Una didattica scientifica dogmatica, che trasmette “verità scientifiche” immotivate contrapponendole alle osservazioni, allontana non solo dal metodo scientifico, ma anche dal pensiero critico. Purtroppo la strana idea che la scienza non abbia il compito di “salvare” i fenomeni, ma quello di negarli, diffusa da una cattiva didattica e una peggiore divulgazione, ha finito con il contagiare anche intellettuali come Diamond.
Il terzo esempio ci sembra irragionevole. L’idea che l’uomo non è un animale non deriva infatti certo dalla percezione visiva, ma piuttosto dalla profonda differenza tra le relazioni che abbiamo con i nostri simili e con gli altri animali, interpretata sulla base di elementi psicologici, ideologici e religiosi. Dagli aspetti relazionali della nostra vita deriva insomma quella fenomenologia, sempre contingente e in divenire, che continua a produrre l’idea di una “natura umana”. La scienza ha invece dimostrato che, nonostante ciò, l’uomo fa parte del regno animale proprio basandosi su fenomeni visibili, quali sono quelli studiati dall’anatomia comparata.
Se paragoniamo il caso delle razze agli altri tre esempi che Diamond considera analoghi, ci accorgiamo che l’analogia è ben poco convincente. La scienza nel mostrare che la Terra non è piatta ha raffinato una conclusione derivata dall’osservazione diretta insegnandoci che c’è una curvatura media, trascurabile su scala locale ma essenziale su scala maggiore. La scienza non ha invece mai mostrato che tratti macroscopici come il colore della pelle o la forma degli occhi e dei capelli si rivelano, ad un’analisi più approfondita, diversi da quel che appaiono a prima vista.
L’idea che argomenti come quello statistico di Lewontin ribaltino una classificazione delle razze su base fenomenologica è dovuta piuttosto alla tendenza a individuare l’essenza degli individui nei rispettivi genomi. Interessanti riflessioni su questo problema si possono leggere in Dupré. In particolare, il filosofo americano ritiene che l’identificazione degli individui con i genomi sia conseguenza di un atteggiamento di tipo scientista che rende il fenomeno individuale subalterno rispetto alla sua “spiegazione scientifica”. Dupré sottolinea, ad esempio, come un essere umano debba la propria individualità non solo al genoma, ma anche a tanti altri elementi, a partire dal cibo fino a stimoli di tipo culturale, che proprio come il codice genetico si traducono di regola in risorse materiali e immateriali trasmesse (attraverso canali non puramente biochimici) anche alla progenie. L’idea che tutte queste componenti siano “accidentali” mentre solo il codice genetico rappresenti la “vera” identità di un individuo è secondo Dupré una tipica manifestazione di scientismo. A noi sembra preferibile vedervi un esempio del ribaltamento, all’interno della scienza, del rapporto tra fenomeni e teoria: il gene, nato come concetto teorico utile per descrivere la trasmissione ereditaria di caratteri osservabili, viene visto come la vera “realtà”, che deve prevalere sulla fenomenologia. Notiamo che il gene ha subito anche un processo di reificazione: nato come concetto definito su base funzionale, prima che se ne conoscesse la corrispondente struttura fisica, tende sempre più a essere identificato con una porzione del DNA (porzione che in realtà può essere individuata solo presupponendo la definizione funzionale del concetto di gene).
Terminiamo questo paragrafo esemplificando il preoccupante fenomeno culturale di cui stiamo parlando con tre voci dell’Enciclopedia Britannica (versione online).

Quark – any member of a group of elementary subatomic particles that interact by means of the strong force and are believed to be among the fundamental constituents of matter.

Black hole – cosmic body of extremely intense gravity from which nothing, not even light, can escape.

Race – the idea that the human species is divided into distinct groups on the basis of inherited physical and behavioral differences. Genetic studies in the late 20th century refuted the existence of biogenetically distinct races, and scholars now argue that “races” are cultural interventions reflecting specific attitudes and beliefs that were imposed on different populations in the wake of western European conquests beginning in the 15th century. […]

Sia i quark sia i buchi neri sono in realtà concetti scientifici che acquistano senso solo all’interno di teorie altamente formalizzate (di cui il lettore medio della Britannica non può sapere nulla), elaborati per descrivere una fenomenologia sperimentale accessibile solo a una ristretta cerchia di specialisti. L’Enciclopedia Britannica li presenta invece come oggetti la cui esistenza non può essere messa in dubbio, senza accennare né alla complessa fenomenologia cui sono indirettamente correlati né alle teorie al cui interno acquistano un significato. È un buon esempio del processo di reificazione al quale accennavamo all’inizio del paragrafo.
A differenza di quark e black hole, il concetto di razza ha un preciso riscontro in una fenomenologia ben nota al lettore, ma gli autori della Britannica, senza prendere in considerazione questa fenomenologia, spiegano che questa volta si tratta solo di un’idea e in particolare di un’idea fallace, in quanto confutata dalla scienza sulla base di studi interni a una teoria (la genetica), che non si suppone nota al lettore. In tutti e tre i casi le “conoscenze” trasmesse dall’enciclopedia non hanno alcuna relazione con la realtà osservabile dal lettore, né possono essere verificate in alcun altro modo, ma devono essere accettate per l’autorità di chi le trasmette.

5. Tornando all’ideologia e alla politica

La negazione del concetto di razza era stato motivato, più o meno consapevolmente, dal giusto desiderio di contribuire alla scomparsa del razzismo. Cerchiamo di capire se è stata realmente utile a questo scopo. Rossolillo, anticipando un’opinione divenuta poi dominante, aveva affermato nel 1967:

Sta di fatto che l’unico fine al quale è servito fino ad oggi il concetto di razza è stato la discriminazione razziale.

Ne siamo certi? Leggiamo la dichiarazione sulla razza dell’UNESCO del 1950:
1. Una razza, dal punto di vista biologico, può essere definita come uno dei gruppi di popolazioni che costituiscono la specie Homo sapiens. Questi gruppi sono in grado di ibridarsi l’uno con l’altro, ma, in virtù delle barriere isolanti che in passato li tenevano più o meno separati, manifestano alcune differenze fisiche a causa delle loro diverse storie biologiche.
2. In breve, il termine “razza” indica un gruppo umano caratterizzato da alcune concentrazioni, relative a frequenza e distribuzione, di particelle ereditarie (geni) o caratteri fisici, che appaiono, oscillano, e spesso scompaiono nel corso del tempo a causa dell’isolamento geografico.
3. In materia di razze, le uniche caratteristiche che gli antropologi possono efficacemente utilizzare come base per le classificazioni sono quelle fisiche e fisiologiche.
4. In base alle conoscenze attuali non vi è alcuna prova che i gruppi dell’umanità differiscano nelle loro caratteristiche mentali innate, riguardo all’intelligenza o al comportamento.
Come si vede, il termine razza è qui definito e utilizzato esplicitamente al fine di contrastare il razzismo [9].
Analogo utilizzo ne era già stato fatto qualche anno prima in Italia dai padri costituenti nell’articolo 3 della nostra Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Questo articolo, elencando dettagliatamente le diversità fra i cittadini che non devono essere causa di discriminazione, intende rafforzare le basi democratiche della società italiana. Alla luce della storia precedente, che aveva visto solo dieci anni prima la promulgazione delle leggi razziali, i costituenti non potevano certo trascurare l’esigenza di condannare qualsiasi discriminazione basata sulle evidenti diversità somatiche di origine genetica connesse alla provenienza geografica. Il concetto di razza, anche se controverso nella sua capacità di descrivere scientificamente tale variabilità umana, non ha serie alternative nel linguaggio comune per indicare questo genere di differenze e pertanto è il termine da usare in un testo non scientifico che voglia essere facilmente compreso da tutti.
Se l’uso del termine “razza” fosse in grado di ridare forza alle tendenze razziste alla base di alcune delle maggiori tragedie dell’umanità, allora, con lo stesso meccanismo, dovrebbe essere eliminato anche l’uso del termine “religione” – altro concetto presente nell’articolo 3 i cui confini non hanno un chiaro statuto scientifico – in quanto suscettibile di evocare l’odio e l’intolleranza che hanno caratterizzato alcune delle fasi più sanguinose della storia occidentale moderna, come le guerre di religione.
Ci sembra importante sottolineare che la differenza tra le concezioni esplicitamente antirazziste espresse nella dichiarazione dell’UNESCO e nella Costituzione italiana e quelle razziste che circolavano in Europa prima della guerra non è dovuta ad alcun nuovo studio sulla razza. Il concetto “scientifico” di razza del dopoguerra era esattamente lo stesso di prima della guerra. Non è stata quindi la scienza a determinare il cambiamento di prospettiva, ma il fatto che non era possibile passare sotto silenzio la barbarie di Auschwitz.
Nel 1978 l’UNESCO aggiornò la dichiarazione del 1950 alla luce delle nuove tendenze, dandole il nuovo titolo dichiarazione sulla razza e sul pregiudizio razziale. Nella nuova stesura (che si può leggere all’indirizzo: http://www.unesco.org/education/pdf/RACE_E.PDF) non appare più la definizione di razza, ma il termine razza vi è ancora usato. Riportiamone l’articolo 3:

È incompatibile con le esigenze di un ordine internazionale giusto e garante del rispetto dei diritti dell’uomo ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’origine etnica o nazionale o sull’intolleranza religiosa motivata da considerazioni razziste, che distrugge o compromette l’uguaglianza sovrana degli Stati e il diritto dei popoli all’autodeterminazione o che limita in modo arbitrario o discriminatorio il diritto allo sviluppo integrale di ogni essere e gruppo umano; questo diritto implica un accesso, in condizioni di assoluta uguaglianza, ai mezzi che favoriscono il progresso e il pieno sviluppo collettivo e individuale nel rispetto dei valori di civiltà e delle culture nazionali e universali.

In Italia è nato invece un movimento che vuole eliminare dall’articolo 3 della costituzione ogni riferimento al termine razza.
L’Istituto Italiano di Antropologia, in particolare, ha contestato questo articolo e, con un documento approvato all’unanimità dal suo Consiglio Direttivo alla fine del 2014, ne ha chiesto la sostituzione, con la motivazione che il termine “razza” non ha alcun valore scientifico se riferito alle popolazioni viventi della specie Homo sapiens. Pieno appoggio al documento è stato dato dall’ANUAC (Associazione Nazionale Universitaria degli Antropologi Culturali).
Si può sospettare che l’unanimità degli antropologi italiani nell’appoggiare una posizione ben più drastica di quella adottata dall’UNESCO sia dovuta anche al bisogno di dissociarsi dal comportamento altrettanto unanime (o quasi) dei loro predecessori che, se non firmarono, neppure si opposero alle leggi razziali del 1938. La campagna per l’abolizione dell’articolo 3 nella parte in cui usa il termine razza ha avuto molti sostenitori, tra i quali persone con le cui idee concordiamo in molti altri casi (come Pietro Greco, di cui in bibliografia citiamo un intervento su questo tema).
Se la campagna raggiungesse il suo obiettivo avremmo il risultato paradossale che il desiderio di eliminare il razzismo cancellerebbe dai principi fondamentali della nostra costituzione la chiara condanna del razzismo. Il fatto che personalità al di sopra di ogni sospetto, come la senatrice a vita Liliana Segre, si siano opposte all’eliminazione del termine razza dalla costituzione fa sperare che l’articolo 3 possa rimanere immutato.
Quando un gruppo umano entra in conflitto con un altro (per la rivalità nello sfruttamento di risorse o per la volontà del più forte di depredare o sfruttare il più debole) ha bisogno di identificare chiaramente i propri membri, differenziandosi dal gruppo rivale. Non sempre sono sufficienti bandiere, divise e altri simboli esteriori. Quando il contrasto è profondo e le culture sono diverse l’identificazione può avvenire pretendendo di essere i soli depositari di una Verità religiosa o ideologica oppure (è questo il caso che qui interessa) basandosi su differenze somatiche ereditarie tra un gruppo e l’altro; l’affermazione della superiorità del proprio gruppo sfocia allora nel razzismo. A volte il razzismo esalta differenze somatiche irrilevanti o del tutto inesistenti (è il caso dell’antisemitismo), ma in altri casi le differenze sono appariscenti, come quelle presenti in Sudafrica tra la popolazione bianca e le etnie locali o, in Nordamerica, tra gli americani di origine europea, i discendenti degli schiavi importati dall’Africa e le popolazioni americane indigene.
In ogni caso occorre superare, attraverso un uso sistematico del giudizio critico, la ricorrente tendenza a tradurre automaticamente la percezione della differenza in atteggiamenti discriminatori. Al contrario bollare come semplicemente “sbagliata” la percezione della differenza tra individui con caratteristiche fenotipiche diverse, significa disprezzare il dato osservativo in quanto tale: un atteggiamento non solo palesemente antiscientifico, ma anche pericoloso, a nostro avviso, sul piano sociale. Solo chi ha una forte motivazione ideologica ed è abituato a fidarsi più della propria fede che dei propri occhi può convincersi che la “scienza” abbia appurato che differenze appariscenti siano “in realtà” inesistenti, per motivi che non può comprendere. In tutti gli altri l’invito a disprezzare l’evidenza osservativa per adeguarsi a direttive provenienti dalle élite culturali e politiche non può che generare, prima o poi, una reazione di rigetto che rischia di favorire il riemergere del razzismo (oltre che la diffidenza verso le “verità scientifiche”).
Abbiamo visto, in particolare nell’Italia degli ultimi anni, dove porti la tendenza a ignorare fenomeni reali avvertiti dalla maggioranza della popolazione ma non facilmente inquadrabili in schemi ideologici precostituiti.

Note

[1] Montesquieu, L’esprit des lois, livre XV, chapitre 5 (abbiamo utilizzato, con alcune modifiche, la traduzione di B. Boffito Serra).

[2] Un celebre esempio è la distinzione, come se fossero state specie diverse, tra “men” (uomini) e “bushmen” (uomini della boscaglia, da cui il termine “boscimani”) a copertura delle operazioni di deportazione e genocidio per il mantenimento dei privilegi di sfruttamento territoriale da parte dei colonizzatori boeri ed inglesi in Africa australe.

[3] Sulle quali si basavano ad esempio le farneticazioni della rivista fascista “Difesa della razza” (1938-1943).

[4] Vedi, ad esempio, il libro citato di Condemi e Savatier.

[5] Rossolillo, op. cit., p.576.

[6] Rossolillo, op. cit., p.577.

[7] Sesto Empirico, Pyrrhoneae hypotyposes, I, X, §19.

[8] Come è accaduto ad esempio nel caso della teoria delle stringhe, stando alle stesse dichiarazioni di diversi suoi sostenitori.

[9] Sul dibattito successivo alla dichiarazione del 1950 si può leggere il volume curato dall’UNESCO La question raciale devant la science moderne.

Bibliografia

Elenchiamo qui i lavori citati direttamente nell’articolo. Per la (sterminata) letteratura sull’argomento si rimanda alla bibliografia dei lavori citati.

AA.VV. (1953). La question raciale devant la science moderne. Le concept de race – résultats d’une enquête. Edito dall’UNESCO.

Cavalli Sforza L. L. (1996). Geni, popoli e lingue, Adelphi.

Cavalli Sforza L. L., Menozzi P., Piazza A. (1997). Storia e geografia dei geni umani, Adelphi.

Condemi S., Savatier F. (2018). Mio caro Neandertal: trecentomila anni di storia dei nostri fratelli, Bollati Boringhieri.

Diamond, J. (1994). Race without color. Discover, 15(11), 83-89.

Dobzhansky T. (1962). Comment: On the non-existence of human races, by F. B. Livingstone. Current Anthropology 5, 279-280.

Dupré J. (2007). Natura umana. Perché la scienza non basta, Laterza.

Edwards, A. W. F. (2003). Human genetic diversity: Lewontin’s fallacy. BioEssays, 25(8), 798-801.

Friedman J. (2018). Politicamente corretto. Il conformismo morale come regime, Meltemi.

Greco P. (2018). http://www.doppiavoce.com/scienzae/2018/gennaio-2018/85-breve-storia-del-concetto-di-razza-umana

Hiernaux, J. (1964). The concept of race and the taxonomy of mankind. In: The Concept of Race, cit., 29-45.

Hughes R. (2003). La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto, Adelphi.

Lewontin, R. C. (1972). The apportionment of human diversity. In: Evolutionary biology, 381-398. Springer, Boston, MA.

Livingstone F. B. (1962). On the Non-Existence of Human Races. Current Anthropology, 3(3), 279-281.

Montagu, A. (Ed.) (1964). The concept of race. New York: Free Press of Glencoe.

Montesquieu, C.L.de (1748). Lo spirito delle leggi. Rizzoli, 1989 (trad. B. Boffito Serra).

Rossolillo, F. (1967). Le razze non esistono. Il Politico, 567-577.
Apparso anche in francese su: Le Fédéraliste (1967), 9(1).
Disponibile all’indirizzo:
http://www.fondazionealbertini.org/sito/rossolillo/vol_i/RI-8-Le%20razze%20non%20esistono.pdf

Sauer, N. J. (1992). Forensic anthropology and the concept of race: if races don’t exist, why are forensic anthropologists so good at identifying them? Social Science & Medicine, 34(2), 107-111.

Sesardic, N. (2010). Race: a social destruction of a biological concept. Biology & Philosophy, 25(2), 143-162.

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27 pensieri riguardo “Razze e razzismo”

  1. Sette anni fa, nel 2012, misi su internet questo mio articolo sul problema molto importante della distinzione tra razza e razzismo (come quelli tra nazione e nazionalismo, religione e fondamentalismo religioso, etc.). Ero mosso dalla indignazione per questo grande errore sia intellettuale sia morale e ho elaborato le mie argomentazioni, prendendo come prova anche le stesse tavole di Luca Cavalli Sforza…. tavole genetiche che distinguono numericamente (numero di geni) la differenza genetica tra le popolazioni (sottospecie o…. razze) umane, tra popolazioni, cioe’ gruppi e non individui, diversamente da quello che la moda attuale argomenta

    Avevo la urgenza di andare contro questa moda decettiva.

    Vorrei proprio che leggeste queste argomentazioni che sono sia logiche sia morali e le commentaste e semmai le diffondeste. Il testo e’ breve ma le argomentazioni sono tante (sono succinto).
    Ecco il link:

    http://www.lovatti.eu/fr/razze.htm

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    1. È un ottimo articolo, questo di Franco Manni. Ci ho messo del tempo a digerirne il senso profondo, ma ormai da tempo mi sono accorto delle sue ragioni.

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  2. L’intervento di Alessandro Della Corte, Stefano Isola, e Lucio Russo presenta con ricchezza di argomentazioni un punto di vista sui temi della razza e del razzismo. Ne abbiamo tratto utili elementi di riflessione, ma dissentiamo, tuttavia, in numerosi aspetti che discutiamo nel testo disponibile all’indirizzo:
    https://drive.google.com/file/d/12P4bF0xvlMsVguvKc4oUJxuRd9BXsqbJ/view?usp=sharing

    Gli estensori del Manifesto della diversità e dell’unità umana
    https://sites.google.com/uniroma1.it/ilmanifesto/home

    Giovanni Destro Bisol ( Sapienza Università di Roma e Istituto Italiano di Antropologia)
    Maria Enrica Danubio (Università dell’Aquila)
    Elena Gagliasso (Sapienza Università di Roma)
    Pietro Greco (Il Bo Live, Università di Padova)
    Alessandra Magistrelli (Associazione Nazionale Insegnanti Scienze Naturali)
    Mariano Pavanello (Sapienza Università di Roma)

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  3. Giovanni Destro Bisol, per il gruppo di estensori del Manifesto della diversità e dell’unità umana, ha efficacemente messo in evidenza una serie di debolezze concettuali e di interpretazioni non corrette nell’impianto dell’interessante contributo di Alessandro Della Corte, Stefano Isola, e Lucio Russo.
    Il termine razza (e a maggior ragione il concetto) è oggi una feroce scorciatoia di cui possiamo benissimo fare a meno.

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  4. Gentili autori,

    Ho letto con vivo interesse il Vostro articolo, tuttavia devo confessare che le conclusioni a cui esso giunge mi risultano tuttora oscure.
    Sento anzitutto la mancanza di una definizione precisa di ‘razza’ e, a meno di clamorose sviste da parte mia, non l’ho trovata nello svolgimento dell’articolo. Si accenna solo a quel piccolo insieme di geni in comune tra individui della stessa popolazione e lo si ritiene sufficiente per affermare l’esistenza del concetto di razza. Da ciò si dovrebbe logicamente dedurre infine, la ‘categorizzazione’ secondo una tassonomia degli individui in base all’appartenenza a ciascuna razza.
    Ora, come tutte i concetti, le tassonomie e le categorizzazioni, anche questo non esiste nella realtà materiale, oggetto della ricerca scientifica. Per rifarmi ad alcuni vostri esempi, i colori non esistono, come non esistono le razze canine: è il nostro occhio che, nel primo caso, ‘discrimina’ (cioè sceglie) un certo colore rispetto ad un altro, qualificandolo come giallo piuttosto che verde, ed è sempre il nostro intelletto che suddivide i cani nelle varie categorie che ci sono familiari.
    Non voglio qui sostenere posizioni nichiliste, tutt’altro. Voglio solo partire da questo dato della realtà che dovrebbe essere pacifico. Risulta di utilità evidente chiamare con il nome giallo quella lunghezza d’onda dello spetto visibile compresa tra 565 e 590 nanometri e distinguerla da quella compresa tra 490 e 570 nanometri, che viene chiamata verde: una persona dotata di senno compra un’automobile gialla, non un’automobile la cui carrozzeria trattiene una lunghezza d’onda compresa tra 490 e 570 nanometri, così come uno scienziato parla di ‘red shift’ in relazione all’effetto Doppler, rifacendosi così alla categoria ‘rosso’. Del pari, è altrettanto utile per un volontario del soccorso alpino, fare riferimento ad un SanBernardo, distinguendolo dal chihuahua, che evidentemente non può soddisfare le esigenze richieste dalla sua attività.
    Quindi, una categorizzazione, una tassonomia insomma, ‘esiste’ quando è utile, conveniente, cioè aiuta, semplificandola, la comprensione e la descrizione della realtà. Certo, nulla mi vieta di creare una categoria dei ‘cappotti blu’ e di sfidare chiunque a negare che esista una categoria dei ‘cappotti blu’, ma se lo faccio è perché, o voglio sostenere che i cappotti blu sono più belli – o hanno altre caratteristiche – rispetto a quelli rossi (e allora discrimino, cioè scelgo), o altrimenti ho creato una categoria di cui non si può negare l’esistenza ma… che non serve a niente!
    Veniamo quindi al concetto di razza. Nessuno può negare che esistano individui con la pelle nera, altri con gli occhi a mandorla, altri ancora con la pelle rossa. Ma nel momento in cui raggruppo tutti gli individui con la pelle nera in un’unica razza, lo faccio per discriminare, nel senso originario del termine e non nella connotazione negativa che ha assunto successivamente. E questa ‘discriminazione’, deve servire a qualcosa. Questo qualcosa non può essere altro che quella razza è più bella, quest’altra è più intelligente, quell’altra è superiore per un qualsivoglia motivo. Altra utilità non gliela so dare, al concetto di razza. Perché, e qui mi sposto sul piano politico, non è immorale discriminare un’auto blu al posto di una rossa, ma può esserlo, a seconda dei contesti, dire ‘non mi piacciono i neri, preferisco i bianchi’.
    La categoria di razza non è utile nemmeno per descrivere la realtà: se io voglio indicare, ad un mercato, da chi ho comprato un capo di abbigliamento e dico ‘il nero laggiù in fondo sulla destra’, non faccio niente di immorale, ma non sto nemmeno affermando l’esistenza del concetto di razza. Nulla infatti mi vieterebbe di riferirmi ad un altro ambulante come ‘quello alto con i capelli neri laggiù in fondo sulla sinistra’, e a nessuno verrebbe in mente di dirmi che sto affermando la razza di ‘quelli alti con i capelli neri’.

    Cordialmente.

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  5. Ottimo articolo, informato ed equilibrato. Direi un articolo necessario nel frastuono del presente marasma culturale. Edoardo Boncinelli

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  6. Gentile Alberto Fedeli,
    provo a rispondere io alla questione che ha posto sulla possibile utilità del concetto di razza. Ad esempio in campo medico le differenze fisionomiche ed etniche apparenti, in caso di urgenza, possono essere d’aiuto a massimizzare la probabilità di prendere rapidamente una decisione corretta nella scelta della terapia. Ad esempio è stato dimostrato che certi farmaci contro l’ipertensione funzionano in modo diverso in pazienti caucasici e afroamericani. (Il primo riferimento che ho trovato attraverso la pagina di wikipedia sulla farmacogenomica è, ad esempio, questo https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3594230/).
    Anche nel caso di una trasfusione di sangue urgente può essere utile sapere che, se ho davanti un nativo amerindio (deducendo la sua appartenenza etnica solo dall’apparenza fisica e non da un documento), la probabilità che il suo gruppo sanguigno sia 0 è molto alta. E anche le intolleranze alimentari in genere sono diverse a seconda della “razza”.
    In questi casi mi sembra che possa risultare utile distinguere un nero da un bianco, così come è utile a un soccorritore alpino poter discernere i colori.

    Leonardo Boulay

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  7. Premesso che l’interessantissimo articolo di Della Corte, Isola e Russo si chiude proprio con un chiaro monito a non trascurare l’evidenza osservativa, che basta benissimo a se stesso, mi permetto di riportare una mia esperienza a questo proposito. Qualche anno fa, insegnando in un istituto di formazione professionale della provincia bresciana, avevo notato l’atteggiamento di forte disprezzo che molti ragazzi riservavano ad un compagno indiano, che se ne stava indispettito ma orgoglioso sulle sue. Tra le varie cose che feci per fermare quel meccanismo cieco, ci fu la lettura di alcuni articoli di giornale, cercando di avviare una discussione di qualche utilità in classe. In uno di questi articoli era riportata anche la teoria sull’inesistenza delle razze umane dal punto di vista genetico. Dopo avere ascoltato le mie parole, uno dei ragazzi più animosi mi interruppe dicendo più o meno così: “non la venga a raccontare a me, questa panzana ché siamo tutti uguali: guardi noi e poi guardi lui. Le sembra che siamo della stessa razza?” Naturalmente replicai dicendo che a ben guardare siamo tutti diversi, e continuai a giocare al meglio possibile le mie carte; ma risultò subito evidente che ogni mio argomento contro il razzismo, nelle menti di quei giovani era stato pesantemente azzoppato dall’incisività di quella domanda, che riassumeva bene la logica pericolosa che oggi opera più che mai nella nostra società: ‘se il razzismo è sbagliato perché qualcuno ci racconta con paroloni difficili che siamo tutti uguali, mentre io so che non siamo affatto tutti uguali (lo vedono i miei occhi, me lo dicono i miei sensi), allora forse il razzismo non è così immotivato’. Quell’esperienza mi pare emblematica. Non ne compresi subito il significato. Un grande contributo venne dalle discussioni con l’amico Franco Manni, qualche tempo dopo, che sosteneva quanto riportato al link sopra. Aggiungo che la fertilità di un serio dibattito su questi argomenti meriterebbe una maggiore attenzione, ad ogni livello, sebbene io creda che non manchino i rischi connessi a volgari strumentalizzazioni, di cui oggi non abbiamo affatto bisogno.

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  8. caro Gianfagna, la invito a leggere https://sites.google.com/uniroma1.it/ilmanifesto/approfondimenti

    “Negando l’esistenza delle razze non si rischia di negare l’esistenza di differenze tra i gruppi umani? Con il risultato di non valorizzare una ricchezza, appunto la nostra diversità.

    Negare l’esistenza delle razze nella nostra specie non vuol dire negare l’esistenza della diversità all’interno e tra i gruppi umani. Un atteggiamento di questo tipo, oltre che sbagliato sarebbe controproducente. Chi sostiene tesi razziste potrebbe facilmente obiettare: “come si può dare credibilità a chi nega l’esistenza di differenze tra un nigeriano e uno svedese?”. Antropologi e genetisti cercano però modelli che possano descrivere la struttura genetica della nostra specie meglio di quanto non facciano le razze, senza fermarsi a quello che ci comunica la nostra percezione. Il loro fine ultimo è quello di mettere a fuoco gli scenari evolutivi che hanno caratterizzato la storia dei diversi gruppi umani. Pur al di fuori di rigidi e irrealistici schematismi, il riconoscimento e lo studio della diversità tra e all’interno dei gruppi umani rimane un elemento assolutamente centrale per comprendere gli effetti sulla nostra biologia sia delle vicende storiche e demografiche che dei processi adattativi”.

    Troverà idee simili tra coloro che sostengono l’inesistenza delle razze biologiche nella specie umana. Come per tanti altri argomenti, affrontare discussioni sulla diversità umana richiede preparazione e conoscenza, non generalizzazioni cieche e, tantomeno, deduzioni logiche improvvisate.

    Il testo soprariportato risponde anche all’osservazione di Leonardo Boulay, che sembra confondere anch’egli l’esistenza delle “razze umane” con l’innegabile presenza di differenze. Sul tema del Bidil suggerisco una lettura critica, ad esempio https://minoritynurse.com/bidil-controversy-continues-as-fda-approves-first-race-specific-drug/.
    Il fatto che gli amerindiani siano in gran parte di gruppo “0” non avalla certo il concetto di razza, ma è probabilmente il risultato di effetti di deriva genica avvenuti durante il loro popolamento delle Americhe a partire dallo stretto di Bering (vedi ad. esempio https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19862808).
    In ogni caso, il concetto di “medicina razziale” appare del tutto obsoleto allo sviluppo della “medicina personalizzata”.

    Il nostro precedente commento su questo blog riporta ulteriori motivate osservazioni sul tema razze e razzismo https://drive.google.com/file/d/12P4bF0xvlMsVguvKc4oUJxuRd9BXsqbJ/view?usp=sharing

    In questa discussione rimane sempre, come osservato da Alberto Fedeli, la discussione rimane monca dell’elemento essenziale: cosa si intende per razza?

    cordiali saluti
    gdb

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  9. Mi dispiace che Lei rubrichi il punto di vista di chi non conosce nella categoria delle generalizzazioni e delle deduzioni logiche improvvisate; se non altro perché, riferendosi a me, Lei si sta riferendo anche ad altri del mio stesso parere. Mi limito a dire che continuo a non condividere l’idea che per pronunciarsi sull’esistenza o meno delle razze il paradigma debba essere per forza quello genetico. L’uomo è molto di più dei suoi geni e, tra le altre cose, è anche il modo stesso in cui si percepisce e si descrive. A me piace il monito aristotelico del ‘distingue frequenter’, e pertanto tendo a non gettare via quell’evidenza osservativa che, mi pare, non produce solo discriminazioni, ma rende anche possibile la costruzione identitaria degli esseri umani.
    Circa il problema definitorio, posso in parte convenire, ma non farmene strozzare: oggi avremmo uguali difficoltà a definire cosa sia ‘arte’, oppure ‘amore’, eppure troverei molto incauto inferire da questa nostra umanissima difficoltà l’inesistenza dell’arte o dell’amore. Certo, potremmo sempre aggrapparci ad indicatori geometrici, ottici, chimici o ormonali. Ma lo troverei ingenuo, riduttivo, o addirittura riduzionistico.
    La ringrazio per il confronto,
    cordialità,
    eg

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  10. caro Gianfagna, non me ne voglia, io mi sono limitato a osservare che nel suo intervento, come dal resto in quello di Dalla Corte et alii, il rifiuto argomentato del concetto di razza viene tradotto sic et simpliciter in negazione della diversità. Del pensiero e delle opinioni di altri non so. Così come, mi permetta di dire che non userei come argomento in una discussione una consecutio come “‘se il razzismo è sbagliato perché qualcuno ci racconta con paroloni difficili che siamo tutti uguali, mentre io so che non siamo affatto tutti uguali (lo vedono i miei occhi, me lo dicono i miei sensi), allora forse il razzismo non è così immotivato”. Questo è invece un importante elemento su cui riflettere: perché le persone arrivano a pensare cose del genere? Cosa sta succedendo nella nostra società?

    Condivido l’idea che “per pronunciarsi sull’esistenza o meno delle razze il paradigma debba essere per forza quello genetico”. Infatti, proprio tenendo conto di altro, dell’ambiente, abbiamo capito che le differenze nel QI non parlano di gerarchie cognitive, che il gene MAO-A non è il gene della violenza e tante altre cose che sono in linea con gli assiomi razziali.

    Infine,la definizione di razza. A me continua a sembrare pericoloso ragionare su qualcosa che non si riesce a definire razionalmente. Peraltro, la definizione non è così lontana: le razze sono (o per meglio dire dovrebbero essere) unità discrete, esclusive ed omogenee. Peccato che di tutto questo non ci sia traccia nel genoma, e nemmeno nell’ambiente.

    Ci sono alternative per l’esigenza classificatoria: rimando ancora a https://drive.google.com/file/d/12P4bF0xvlMsVguvKc4oUJxuRd9BXsqbJ/view?usp=sharing
    sperando che qualcuno si metta a leggerlo.

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    1. Gentilissimo,
      non traduco affatto il Suo rifiuto argomentato del concetto di razza in una negazione della diversità. Lo traduco invece in una difficoltà a riconoscere che i fenomeni osservabili si rivelano spesso più complessi delle ‘cose in se stesse’, o meglio ‘le cose in se stesse’ così come la mente umana tende illusoriamente ad immaginarsele, specie quando le approccia attraverso la lente di una sola disciplina. Per questa ragione Karl Popper amava dire che è sempre meglio descrivere come le cose della realtà si comportano piuttosto che cercarne l’essenza (non è forse un’essenza, il genoma?). Da qui credo derivi il diverso peso che io e Lei attribuiamo all’evidenza osservativa (e non alle caratteristiche degli organi interni, dei gruppi sanguigni o del sistema nervoso, su cui potremmo essere d’accordo. Parlo proprio delle manifestazioni esterne, della superficie, di ciò che è visibile a tutti, senza microscopi ed analisi genomiche).
      Immagino senza difficoltà che Lei non avrebbe riportato, nel Suo argomentare razionale, il paralogismo di una persona incolta che oggi probabilmente ingrassa le fila dei razzisti. E questa è l’esatta conferma del meccanismo psicologico e morale che ho sopra descritto: come osservava Bobbio, la gente si disinteressa dei pensieri degli intellettuali proprio perché gli intellettuali si disinteressano dei pensieri della gente, e, così facendo, contribuiscono a confonderla e a peggiorarla. Ma i pensieri della gente (anche se zeppi d’errori) pur muovono il mondo, e varrebbe la pena di preoccuparsene.
      Inoltre non ho scritto che “per pronunciarsi sull’esistenza o meno delle razze il paradigma debba essere per forza quello genetico”; l’ho invece negato.
      Concludo precisando che non ho alcuna esigenza classificatoria: distinguere tra loro le cose della realtà, sotto diversi rispetti, ha certo a che vedere con il bisogno di conoscere; ma, pur essendo la capacità di distinzione una condizione necessaria, essa non è certo sufficiente ad animare una volontà di classificazione.
      Le porgo i miei cordiali saluti,
      eg

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      1. Penso che l’equivoco stia nel fatto che, attraverso un concetto, quello di ‘razza’, si stia contribuendo a rimarcare le differenze che, a livello di fenomeno osservato e osservabile (cioè il fenotipo) esistono a livello individuale. In realtà non si sta diversificando, ma si sta facendo l’esatto opposto, cioè si stanno cancellando alcune differenze (pure esse osservabili) a favore di altre, ritenute prevalenti. Semplificando con un esempio: se ci troviamo in tre, io (A) e due individui con la pelle nera (B e C), attraverso il concetto di razza saremo un individuo ‘diverso’ da altri due, che saranno ‘uguali’, mentre senza tale concetto saremo sempre tre individui ‘diversi.

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    2. Gentile Giovanni Destro Bisol,

      ho letto il manifesto. Mi pare che l’equivoco sia più che altro per una questione terminologica.
      Per me va benissimo utilizzare la parola “popolazione” o “gruppo umano” anziché “razza” nel commento che ho scritto sopra.
      Ma il precetto di evitare la parola “razza” a favore delle prime due (che comunque ritengo valide alternative) mi sembra che abbia come unica motivazione quella di non “triggerare” un interlocutore che per abitudine culturale e per motivazioni storiche associa automaticamente l’uso della parola “razza” al triste uso che ne è stato fatto dai razzisti. Insomma, per un motivo di correttezza politica.
      Leonardo Boulay

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    1. Come ho scritto sopra, si tratta di “distinguere tra loro le cose della realtà, sotto diversi rispetti”, che non si escludono l’uno con l’altro. Per stare al Suo esempio, e completarlo come mi piace: l’individuo A, sotto il rispetto dell’appartenenza razziale, è distinto da B e C che invece sono legati; sotto il rispetto del credo religioso, A e B hanno uguale fede, mentre C si distingue; sotto il rispetto del credo politico, A, B e C hanno tre distinte appartenenze; sotto il rispetto del genere A e C sono femmine, mentre B è maschio… etc..
      Questo è distinguere sotto diversi rispetti; il che non significa separare.
      Ad uno sguardo più attento possiamo anche notare che, a ciascuno di questi rispetti, è possibile contestare in termini analitici ciò che è contestato al concetto di razza sotto il profilo genetico: per esempio, A e B, al di là della bandiera religiosa, hanno credenze individuali profonde che li differenziano, e li collocano in aree di fede più o meno ortodosse o più o meno marginali, magari in prossimità di altre fedi, e che li rendono – dal punto di vista della dottrina – molto più vicini ad altre religioni contigue che non a quella cui entrambi dichiarano ufficialmente di appartenere, e molto più distanti tra loro di quanto non si crederebbe stando a ciò che professano… Ma questo non toglie affatto che la loro identità passi certamente anche dal loro credo dichiarato (cioè quello rilevato in modo superficiale)!
      Ora, con buona pace di tutti coloro con cui mi sono confrontato volentieri e con profitto, tolgo il disturbo e lascio spazio ad altri.
      Cordialità,
      eg

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      1. Permetta anche a me di intervenire un’ultima volta, poi farò lo stesso e lascerò lo spazio ad altri, avendo esaurito gli elementi con cui ho cercato di contribuire a questa affascinante discussione. La differenza, negli esempi che Lei ha proposto, sta nel fatto che, nel caso dell’appartenenza razziale, la distinzione presuppone la scelta di alcuni, tra i tanti tratti fenotipici di un individuo, che si ritengono più importanti di altri (il colore della pelle invece che la grandezza delle mani, la forma degli occhi invece che la statura, ecc.). Nel caso della differenza di sesso, invece, è facile scegliere quali sono gli elementi da prendere in considerazione, e non starò qui ad esplicitarli.
        Per l’appartenenza religiosa e, soprattutto, il credo politico, le cose si fanno molto più complesse, è vero. Però qui usciamo dal tema originario posto dagli Autori dell’articolo che, mi pareva, fosse quello dell’evidenza fenotipica. Difficile accorgersi del credo politico di un individuo semplicemente dalla sua pura osservazione oculare .
        RingraziandoLa per la pazienza.
        Alberto Fedeli

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  11. invio il mio articolo pubblicato sul “Corriere Fiorentino” del 31 gennaio, sperando possa essere utile per la discussione. Gaspare Polizzi

    Perché «razza» non va tolta dalla Costituzione
    Corriere fiorentino, giovedì 31 gennaio 2019, anno XII, n. 29, p. 12

    È un onore per i fiorentini la cittadinanza conferita lunedì dal Comune alla senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alla deportazione degli ebrei e impegnata a fondo nel contrastare l’antisemitismo e il razzismo, soprattutto nei giovani. Ce n’è molto bisogno, perché antisemitismo e razzismo si stanno diffondendo. Il 17 gennaio Alessandra Veronese, professoressa di storia medioevale ed ebraica all’Università di Pisa, socia dell’Associazione Italia-Israele di Firenze, è stata presa a sputi in faccia a Roma, «perché avevo una borsa di tela del corso di yiddish fatto a Tel Aviv». Ed è pisana anche Eden Donitza, studentessa al liceo Ulisse Dini, che ha raccontato di essere spesso insultata con frasi del tipo «sei stupida perché sei ebrea». Ancora più diffusi sono gli insulti razzisti, di casa negli stadi, ricordati il 21 a Firenze dall’ex campionessa di salto in lungo Fiona May: «stanca di sentire che quasi ogni settimana ci sono problemi in serie A» di razzismo.
    Ma se è chiaro a molti che bisogna combattere con efficacia le nuove forme di antisemitismo e di razzismo, non è così chiaro come intendere questa efficacia.
    Il 10 gennaio il blog Anticitera curato dai tre fisici Lucio Russo, Alessandro Della Corte e il fiorentino Stefano Isola, ha pubblicato un documento, Razze e razzismo, nel quale si sostiene con articolate argomentazioni come sia essenziale, per combattere le ideologie razziste con un’efficace azione educativa, spezzare l’associazione tra il riconoscimento della diversità e la discriminazione. I concetti di razza e razzismo vanno distinti, come quelli di nazione e di nazionalismo, chiarendo da una parte che le differenze somatiche ereditarie tra gruppi umani non implicano differenze di capacità intellettuali ed esaltando, dall’altra, la ricchezza presente nella diversità umana (anche somatica). I tre fisici sanno che, grazie al lavoro del genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, non vi sono poche razze, ben distinte tra di loro. Ma sostengono che non bisogna per questo eliminare la parola «razza» dal linguaggio comune, quasi che l’umanità fosse somaticamente indifferenziata. La tesi, controversa, è piaciuta al genetista Edoardo Boncinelli e anche a alcuni docenti che hanno provato in classe come non fosse per nulla sufficiente affermare che il concetto scientifico di razza è superato dalla genetica di popolazioni per convincere gli studenti a contraddire la loro esperienza visiva.
    Non è piaciuto agli estensori del Manifesto della diversità e dell’unità umana, che hanno proposto l’abolizione della parola «razza» dall’articolo 3 della Costituzione, sostituendola con «popolazione», perché la prima è «divisiva in quanto evocativa di una visione gerarchica dell’umanità». Ma la riscrittura dell’articolo non convince, perché «senza distinzione di sesso, di popolazione, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» è espressione che non evoca quel razzismo che i Costituenti volevano combattere. L’uso di quella parola nella Costituzione, per Liliana Segre, «stava a significare una cesura netta e irrevocabile proprio con il vergognoso precedente delle leggi razziste del 1938». Razziste sì, e non razziali. Usiamo pure, se preferiamo, popolazione o etnia, ma è importante, e urgente, scindere il piano scientifico da quello ideologico, e riprendere l’insegnamento di Liliana Segre, senza timore di riportare la lotta al razzismo sull’unico terreno che le proprio, l’educazione alla cittadinanza.
    Gaspare Polizzi

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    1. Signor Polizzi, grazie per aver condiviso il suo intervento. Devo, tuttavia, rilevare che esso contiene alcune inesattezze e omissioni che lei avrebbe potuto certamente evitare leggendo più accuratamente quanto abbiamo condiviso su questo stesso blog (https://drive.google.com/file/d/12P4bF0xvlMsVguvKc4oUJxuRd9BXsqbJ/view?usp=sharing).

      Questo testo è disponibile in forma più leggibile a https://drive.google.com/file/d/1oUSjzrCah_tlYdml1aRZBypDNvc41fom/view?usp=sharing

      Le chiedo la cortesia di indicarmi come possa rispondere (in maniera chiaramente molto più sintetica) alla ben più ampia platea (presumo) dei lettori del Corriere Fiorentino.

      Intanto ecco la mia replica in extenso.

      1. Lei dice che “Non è piaciuto agli estensori del Manifesto della diversità e dell’unità umana, che hanno proposto l’abolizione della parola «razza» dall’articolo 3 della Costituzione, sostituendola con «popolazione», perché la prima è «divisiva in quanto evocativa di una visione gerarchica dell’umanità». Ma la riscrittura dell’articolo non convince, perché «senza distinzione di sesso, di popolazione, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» è espressione che non evoca quel razzismo che i Costituenti volevano combattere “.

      Qua ha fatto un po’ di confusione. La nostra proposta (come riportato nel file indicato all’inizio del testo), fatta prima della pubblicazione del Manifesto (2016) dice:
      “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di aspetto fisico e tradizioni culturali, di genere, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. La Repubblica non riconosce l’esistenza di presunte razze umane e combatte ogni forma di razzismo e xenofobia”. (vedi http://forum-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/02/16/ce-ancora-posto-per-le-razze-umane-nella-costituzione-italiana/comment-page-2/). Rimane, ovviamente il il fatto che la parola razza, riferita alla specie umana, è «divisiva in quanto evocativa di una visione gerarchica dell’umanità»

      2. Lei dice che “I tre fisici sanno che, grazie al lavoro del genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, non vi sono poche razze, ben distinte tra di loro”. Penso converrà con me che sarebbe stato meglio riportare compiutamente il pensiero di Cavalli Sforza, presente in tanti articoli e libri: le razze come entità biologiche non hanno alcun supporto scientifico.

      3. Lei dice che “I tre fisici… sostengono che non bisogna per questo eliminare la parola «razza» dal linguaggio comune, quasi che l’umanità fosse somaticamente indifferenziata. La tesi, controversa, è piaciuta al genetista Edoardo Boncinelli e anche a alcuni docenti che hanno provato in classe come non fosse per nulla sufficiente affermare che il concetto scientifico di razza è superato dalla genetica di popolazioni per convincere gli studenti a contraddire la loro esperienza visiva”.

      3a. Per quanto riguarda il “quasi che l’umanità fosse somaticamente indifferenziata”, nell’intervento in questo blog sopra citato abbiamo scritto ““Qua se non un travisamento, c’è perlomeno un enorme equivoco: nessuno si è mai sognato di negare le differenze tra e entro le popolazioni, e tanto meno quelle somatiche o quella tra Pigmei e Giapponesi. Identificare le differenze è fondamentali per capire i percorsi e gli scenari che le hanno determinate e, quindi, per ricostruire la storia di Homo sapiens e delle sue ripetute migrazioni. Quello che non ha senso è ridurle a categorie come quelle razziali che avrebbero la pretesa di esprimere con una parola (come bianco, giallo o nero) la diversità biologica, fisica e comportamentale della nostra specie”.

      3b. Venendo al noto genetista Edoardo Boncinelli, quest’ultimo non ha spiegato i motivi della sua posizione, e quindi essa non ha valore, se non per rispetto della sua notevole figura scientifica: mi permetta di farle osservare che, per coerenza logica, dovremmo dare ragione anche a Watson (un premio Nobel!) quando sostiene che “Gli Africani sono inferiori”.

      3c. Per quanto riguarda il fatto “alcuni docenti che hanno provato in classe come non fosse per nulla sufficiente affermare che il concetto scientifico di razza è superato dalla genetica di popolazioni per convincere gli studenti a contraddire la loro esperienza visiva” non dubito che sia avvenuto. Tuttavia, trattare in classe il tema della diversità umana richiede, oggi più che mai, preparazione e conoscenze specifiche e che l’improvvisazione può sortire effetti opposti a quelli (apprezzabili) che ci si aspetta.

      4. Lei dice che “Usiamo pure, se preferiamo, popolazione o etnia, ma è importante, e urgente, scindere il piano scientifico da quello ideologico”. Questa è una sua mera supposizione, peraltro non si capisce riferita a chi. Riprendendo quanto già scritto, torno a dire che mentre non si può certo scartare a priori che alcuni autori possano aver affrontato l’argomento con uno schermo ideologico (come è accaduto per tanti altri argomenti, scientifici e non), non si può nemmeno escludere che molti di coloro che sostengono tesi diverse da quelle di Della Corte et alii siano stati animati da onestà intellettuale. Ascrivere genericamente alla fazione degli “ideologizzati” (come anche degli “onesti intellettualmente”) il pensiero di altri, in mancanza di dati o conoscenze di qualche sorta, non è la scelta di chi voglia ragionare in maniera rigorosa e utile.

      In conclusione, credo che un dibattito serio e importante come quello sulla diversità umana e il razzismo possa essere reso più efficace da una maggiore conoscenza di dati scientifici, teorie, fatti e anche delle opinioni espresse in forma esplicita e rese accessibili a tutti da persone che se ne occupano a tempo pieno.

      Cordiali saluti

      Giovanni Destro Bisol

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      1. Buongiorno,
        da Lei chiamato in causa al punto 3c della Sua replica, intervengo nuovamente per esprimere la mia disapprovazione. Trovo erroneo che Lei riconduca una reazione negativa degli studenti di fronte alla formulazione delle teoria sull’inesistenza delle razze, ad un difetto di preparazione, ovvero al fatto che la spiegazione possa essere improvvisata. Con questo Suo giudizio Lei squalifica non solo il mio operato (che, nel caso specifico, per gran parte rinnego, in quanto articolato su una teoria che ora ritengo fallace) ma soprattutto le argomentazioni degli autori dell’articolo da cui nasce questo dibattito, giacché, per via del tutto autonoma, hanno anch’essi affermato – come altri – l’effetto controproducente, sul piano sociale e morale, di quella visione.
        In ogni caso sarebbe stato interessante poter leggere i liberi commenti al Suo video pubblicato su Youtube https://www.youtube.com/watch?v=dg6an_-9MRQ
        Infatti credo che, in quella sede, Lei abbia avuto modo di illustrare molto meglio di me la teoria in discussione, con competenza, senza improvvisazioni: peccato che i commenti a quel video siano stati disattivati. Sa, a scuola non si può fare…
        Cordialità,
        eg

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    2. caro dott. Polizzi, dopo due settimane non mi è giunta alcuna indicazione su come rispondere con le mie argomentazioni a quanto lei ha sostenuto sul Corriere Fiorentino.
      La saluto cordialmente.

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  12. Per assoluta chiarezza preciso che, là dove mi sono rivolto a Giovanni Destro Bisol scrivendo “Lei [ha] avuto modo di illustrare molto meglio di me la teoria in discussione, con competenza, senza improvvisazioni”, non ho certo inteso fare né ironia e né sarcasmo.
    Grazie,
    eg

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  13. Gentili autori,
    pubblico questo testo per conto di Franco Manni che non è riuscito a postarlo qui…

    Trovo chiara questa critica di Richard Dawkins alla teoria sull’inesistenza delle razze umane. E’ tratta dal suo libro The Ancestor’s Tale, del 2004:

    “The African, who was the only black person there – and he really was black, unlike many “African-Americans” – happened to be wearing a red tie. He finished his self-introduction by laughingly saying, “You can easily remember me. I am the one with the red tie.” He was genially mocking the way people bend over backwards to pretend not to notice racial differences. I think there was a Monty Python sketch along the same lines. Nevertheless, we can’t write off the genetic evidence which suggests, all appearances to the contrary, we are an usually uniform species. What is the resolution to the apparent conflict between appearance and measured reality?
    It is genuinely true that, if you measure the total variation in the human species and then partition it into a between-race component and a within-race component, the between-race component is a very small fraction of the total. Most of the variation among humans can be found within races as well as between them. Only a small admixture of extra variation distinguishes races from each other. That is all correct. What is not correct is the inferene that race is therefore a meaningless concept. This point has been clearly made by the distinguished Cambridge geneticist A.W.F. Edwards in a recent paper “Human genetic diversity: Lewontin’s fallacy.” R.C. Lewontin is an equally distinguished Cambridge (Mass.) geneticist, known for the strength of his political convictions and his weakness for dragging them into science at every possibile opportunity. Lewontin’s view of race has become near-universal orthodoxy in scientific circles. He wrote, in a famous paper of 1972:

    It is clear that our perception of relatively large differences between human races and subgroups, as compared to the variation within these groups, is indeed a biased perception and that, based on randomly chosen genetic differences, human races and populations are remarkably similar to each other, with the largest part by far of human variation being accounted for by the differences between individuals

    This is, of course, exactly the point I accepted above, not surprisingly since what I wrote was largely based on Lewontin. But see how Lewontin goes on:

    Human racial classification is of no social value and is positively destructive of social and human relations. Since such racial classification is now seen to be of virtually no genetic or taxnomic significance either, no justification can be offered for its continuance.

    We can all happily agree that human racial classification is of no social value and is positively destructive of social and human relations. That is one reason why I object to ticking boxes on forms and why I object to positive discrimination in job selection. But that doesn’t mean that race is of “virtually no genetic or taxonomic significance.” This is Edwards’s point, and he reasons as follows. However small the racial partition of total variation may be, if such racial characteristics as there are highly correlated with other racial characteristics, they are by definition informative, and therefore of taxonomic significance.”

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  14. vorrei postare qui cio’ che avevo postato 8 anni fa sul sito di Maurilio Lovatti:

    razza è sinonimo di sottospecie, se tra una specie e un’altra non c’è interfecondità, essa invece c’è tra una razza (sottospecie) e un’altra come si vede nelle razze equine, canine e anche umane.

    Sono evidenti le divisioni in gruppi della umanità in base alla apparenza religiosa (islam buddismo, etc) , rispetto alla nazionalità cioè lingua (francofoni, arabi, anglosassoni, etc.) m,a è anche evidente la loro divisione rispetto a caratteristiche biologiche (neri, asiatici, mulatti, etc.) Queste caratteristiche biologiche sono appunto le sottospecie o razze della nostra specie homo sapiens…

    Però a causa della tragedia del nazismo e dell’olocausto, e a causa del razzismo anche successivo e anche attuale, ecco che c’è un trauma morale ed intellettuale nella coscienza Occidentale e questo trauma fa sì che si confonda l’ideologia politica (molto negativa) del razzismo che è un fatto appunto politico, con l’esistenza delle razze, che è solo un fatto biologico.

    Razzismo significa credere che una razza sia superiore alle altre e che a causa di questa presunta superiorità possa permettersi di levare alle altre diritti e al limite perseguitarle.

    Razza significa che un insieme di individui posso esser raggruppati tra loro per somiglianze somatiche che li accomunano tra loro più che con altra individui.

    Quali caratteristiche? Non sono quelle degli organi interni tipo pancreas o composizione del sangue etc, ma quelle esterne, visibili, che colpiscono a prima vista: come colore della pelle, forma del naso, glabrità o pelosità della pelle etc.

    Coloro che – assurdamente – negano l’esistenza delle razze ( e dunque di queste differenti caratteristiche di raggruppamento ), certamente non riusciranno mai a convincere la gente comune ai cui occhi tali differenze sono evidenti e non scompariranno mai. Ma commettono il grave errore sia intellettuale sia morale di dare questo messaggio alla gente: per affermare che tutti gli uomini hanno eguale dignità e dunque devono avere eguali diritti, bisogna affermare che essi siano eguali nelle loro situazioni materiali e di fatto…

    … ma questo è un grave errore, perchè la eguale dignità deve essere riconosciuta non se siamo eguali (tutti cristiani, tutti eterosessuali, tutti sani , tutti fascisti, tutti dello stesso gruppo biologico)!!!. essa uguale dignità deve essere riconosciuta proprio quando vediamo che materialmente , economicamente, linguisticamente per opinione politica, per fede religiosa, per caratteristiche somatiche, per orientamento sessuale NOI SIAMO DIVERSI. Uguale dignità morale e giuridica, nonostante le differenze materiali e sociali!!!

    Altrimenti sparisce lo stesso concetto di tolleranza. Infatti è assurdo dire che si esercita la virtù della tolleranza verso chi è uguale a te per religione, classe sociale, nazionalità etc , essa la si esercita proprio0 verso chi è diverso da te!

    Se proprio non si vuole urtare la ipersensibilità di queste persone che negano l’esistenza delle razze, si usi pure un altra parola (gruppi biologici, sottospecie, classi genetiche … che so!)…

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