Ancora su razze e razzismo

di Alessandro Della Corte, Stefano Isola, Lucio Russo

Siamo lieti che il nostro articolo intitolato “Razze e razzismo”, apparso su Anticitera il 10 gennaio scorso, abbia aperto un dibattito su un tema che chiaramente, a nostro parere, merita particolare attenzione, e ringraziamo quindi tutti coloro che sono intervenuti (rimandiamo chi voglia leggere l’intera discussione alla sezione commenti del nostro articolo).

Tra gli interventi in sintonia con le nostre tesi, due ci sembrano particolarmente significativi, perché provenienti da due esperienze radicalmente diverse. Sul piano scientifico, abbiamo particolarmente apprezzato la lapidaria presa di posizione di Edoardo Boncinelli, i cui risultati come genetista (e in particolare il suo lavoro sui “geni architetto”) hanno contribuito a mostrare che, parlando di DNA, sono generalmente insostenibili argomenti basati sul semplice conteggio dei geni. Sul piano delle dinamiche sociali ci è sembrato importante il secondo commento di Edoardo Gianfagna, che ha verificato, in un caso particolare proveniente dalla sua esperienza di docente scolastico, la nostra idea che il tentativo di combattere il razzismo vietando l’uso della parola e del concetto di razza possa essere controproducente.

Poiché gli interventi critici ci sembrano basati su fraintendimenti del nostro pensiero, vorremmo ora ritornare sul tema chiarendo ulteriormente alcuni punti che evidentemente non avevamo esposto con sufficiente chiarezza.  

Partiamo da un punto che fortunatamente condividiamo con tutti gli intervenuti (e, speriamo, anche con la stragrande maggioranza dei non intervenuti): la condanna ferma di qualsiasi posizione possa essere associata anche vagamente al razzismo. Secondo l’ideologia razzista, come tutti sanno, gli uomini sarebbero divisi in gruppi, detti “razze”, diversi tra loro nell’aspetto, nella fisiologia e nelle capacità intellettuali; questi gruppi sarebbero quindi ordinati gerarchicamente: alcune “razze superiori” sarebbero giustificate nell’eliminare o assoggettare le “razze inferiori”; le differenze culturali avrebbero la loro radice nelle differenze biologiche tra le razze. In questa ideologia il riconoscimento della diversità genera gravi forme di discriminazione, dall’apartheid del Sudafrica allo schiavismo fino al genocidio.

Tra coloro che condividono la condanna delle ideologie razziste e sentono l’esigenza di combatterle anche con un’azione educativa volta a prevenire la loro diffusione vi sono però due tendenze molto diverse tra loro: alcuni (tra i quali noi) giudicano essenziale spezzare l’associazione tra il riconoscimento della diversità e la discriminazione, chiarendo da una parte che le differenze somatiche ereditarie tra gruppi umani non implicano affatto differenze di capacità intellettuale ed esaltando, dall’altra, la diversità umana (anche somatica) come ricchezza della nostra specie. Altri (contro i quali era diretta la nostra polemica) tendono, più o meno consapevolmente, a considerare inevitabile l’associazione tra diversità e discriminazione e pensano quindi di poter combattere il razzismo solo negando o minimizzando (con vari metodi) le diversità somatiche. Questa seconda posizione è, a nostro parere, non solo errata sul piano scientifico ed epistemologico (torneremo su questo punto), ma anche controproducente su quello politico ed ideologico, poiché, associando la condanna del razzismo alla negazione dell’evidenza, finisce, anche se involontariamente, con l’alimentarlo.

Possiamo illustrare la tendenza contro cui intendiamo polemizzare con due esempi presi deliberatamente da media a larga diffusione. Il primo è l’articolo di Dacia Maraini apparso sul Corriere della sera del 18 gennaio 2018, in cui è scritto, tra l’altro:

La scoperta del Dna oltre tutto ha chiarito molte cose. Se esistessero le razze umane, infatti, ci sarebbe un Dna degli Ebrei, un Dna del popolo zingaro, un altro dei cosiddetti Ariani bianchi e uno dei neri africani. Ma così non è. Tutti gli esseri umani sono dotati dello stesso tipo di Dna. Non esistono razze in senso biologico. Esistono differenze, e moltissime, ma sono storiche, geografiche, culturali, economiche, filosofiche, religiose. Qualsiasi persona informata lo sa.

La fama dell’autrice, l’autorevolezza del quotidiano che ha ospitato l’articolo e la totale assenza di critiche da parte degli antropologi non permettono di sottovalutare queste affermazioni. A parte l’ovvia constatazione che non esiste un DNA degli Ebrei, degli zingari, ecc. (non si capisce, tra l’altro, perché chi ammette l’esistenza di differenze razziali dovrebbe far proprio l’elenco delle razze formulato dai pseudo-antropologi nazisti) e la vaghezza dell’espressione “tipo di Dna”, emergono qui due idee: la prima è che le differenze tra gruppi umani non riguarderebbero la biologia, essendo puramente culturali; la seconda è che da quando è stato scoperto il DNA le differenze tra i fenotipi sarebbero diventate irrilevanti; le differenze biologiche andrebbero infatti giudicate solo confrontando i corredi genetici.

Il secondo esempio è fornito da una puntata del programma televisivo GEO dedicata al tema “Cos’è la razza?” [1], nella quale l’antropologo Giovanni Destro Bisol afferma tra l’altro:

Se esistessero le razze il DNA che cosa ci direbbe? Che ogni gruppo ha un suo DNA separato da quello degli altri […]. Quello che accade è esattamente il contrario: c’è una grande quantità di DNA che viene condivisa. Le stime arrivano fino al 99,9%, un dato veramente molto forte”. 

Naturalmente il dato appare ancora più forte al telespettatore medio che probabilmente non sa che condividiamo più del 98% del DNA con gli scimpanzé. 

Poco dopo l’intervistatrice chiede come sia possibile spiegare il “paradosso” della percezione di una forte diversità tra gli esseri umani a livello somatico, quando invece siamo “così uguali” a livello genetico. A tale domanda Destro Bisol risponde mostrando innanzitutto un’immagine ottocentesca che ritrae individui provenienti da diverse parti del mondo, abbigliati secondo i loro costumi tradizionali. Osserva poi che la percezione della diversità è accresciuta dall’abbigliamento, e ciò illustrerebbe il ruolo della cultura nel forgiare il concetto di razza. Procede poi spiegando come alcune caratteristiche somatiche, come il colore della pelle, siano ascrivibili ai diversi percorsi evolutivi che hanno portato gruppi distinti d’individui ad adattarsi in aree climaticamente diverse del pianeta: “la selezione agisce su una porzione molto piccola del genoma, ma crea differenze che sono molto evidenti, come se avesse lavorato molto sull’involucro, ma all’interno c’è questa grande quantità di DNA che ci accomuna tutti quanti”. 

Gli argomenti contro la diversità sono gli stessi esposti da Dacia Maraini: in primo luogo l’essenza della diversità biologica è fornita dal genoma; l’individuo è considerato solo un “involucro”, poco rilevante, del proprio corredo genetico. Le differenze possono quindi essere misurate dalla percentuale dei geni che sono diversi: è questo il dato “molto forte” che permetterebbe di affermare la sostanziale assenza delle differenze. In secondo luogo la diversità tra i gruppi umani sarebbe essenzialmente culturale e non biologica: i biologi dell’Ottocento che avevano creduto di vedere differenze razziali sarebbero stati ingannati da cappelli, acconciature e abiti. 

In quest’ottica, sembra dunque che sia la stessa percezione sensoriale delle differenze somatiche a dover essere superata, non solo perché ce lo imporrebbe la genetica, ma anche perché sarebbe forgiata da una cultura “superata” e non compatibile con gli standard di accettabilità sociale per i cittadini della società del terzo millennio. La percezione di differenze somatiche tra esseri umani provenienti da angoli diversi del pianeta sarebbe quindi un antiquato bias cognitivo che la società multietnica deve lasciarsi alle spalle. Siamo convinti che, perseguendo questi obiettivi, si stanno abbandonando il rispetto per il dato osservativo e il diritto alla sua analisi razionale, ovvero lo stesso metodo scientifico.

Vale la pena ribadire che, come avevamo già sottolineato nell’articolo, siamo perfettamente consapevoli che la scienza ha ampiamente falsificato (in particolare grazie al lavoro di Cavalli Sforza e collaboratori) l’idea che l’umanità sia divisibile in un piccolo numero di “razze” tra loro disgiunte.  Mentre Blumenbach catalogava la varietà delle razze umane più o meno in accordo con i cinque continenti di provenienza, oggi sappiamo che la diversità umana può essere descritta con un complesso albero con un enorme numero di rami e tantissime popolazioni variamente ibride. Questa situazione complessa pone evidentemente il problema di aggiornare la definizione scientifica del termine razza; essa non giustifica però, a nostro parere, né l’eliminazione della parola dal linguaggio ordinario, né lo sforzo di nascondere le diversità somatiche con i due argomenti appena visti, suggerendo l’idea, opposta all’evidenza sensoriale, di un’umanità somaticamente indifferenziata. Se dovessimo sempre tenere conto delle ultime novità della tassonomia zoologica, diventerebbe praticamente impossibile parlare di forme di vita animale nel linguaggio quotidiano.

Tra gli interventi critici, merita di essere discussa soprattutto la lunga replica al nostro articolo da parte degli estensori del Manifesto della diversità e dell’unità umana (Destro Bisol, Danubio, Gagliasso, Greco, Magistrelli e Pavanello). 

Il documento inizia puntualizzando gli elementi condivisi: innanzitutto l’affermazione che “la dignità umana e i diritti della persona sono valori assoluti”. Il nostro accordo è ovvio, come crediamo sia evidente a chiunque legga il nostro articolo con serenità. Ci ha perciò sorpreso la formula dubitativa usata da Destro Bisol et al., che insinua che noi potremmo forse non considerare valori assoluti la dignità umana e i diritti della persona. (La circostanza che questa insinuazione sia stata firmata da Pietro Greco ha particolarmente amareggiato uno di noi, che credeva, evidentemente a torto, di essergli legato da un rapporto di stima reciproca). 

Altrettanto strana ci è apparsa l’affermazione (sottolineata) “che il colore della pelle non ha nulla a che vedere con differenze nei comportamenti o nelle attitudini.”  Concetto che in un altro punto della replica viene ribadito con la precisazione che alcune differenze genetiche, come quelle legate alla resistenza alla malaria, “nulla hanno a che vedere con qualità morali o attitudini”. Si tratta di affermazioni del tutto ovvie. Tra l’altro nel nostro articolo avevamo sottolineato con forza che le differenze biologiche di cui parlavamo non hanno alcuna relazione con cultura e capacità intellettuali (come è dimostrato, avevamo aggiunto, dai tanti casi di rapida assimilazione culturale di individui inseriti in popolazioni geneticamente lontane). L’averle inserite in una replica al nostro scritto sembra invece sottintendere che avessimo affermato il contrario, accusandoci di nuovo implicitamente di razzismo. Sembra che i nostri interlocutori scorgano del razzismo in chiunque non sia totalmente d’accordo con le loro tesi. 

 Sul punto essenziale, del riconoscimento o meno delle differenze fenotipiche tra gruppi umani con diversa localizzazione geografica, i nostri contraddittori affermano:

Nessuno si è mai sognato di negare le differenze tra e entro le popolazioni, e tanto meno quelle somatiche o quella tra Pigmei e Giapponesi.”

I due esempi fatti più sopra mostrano che almeno alcuni (tra i quali il primo firmatario della replica) se non hanno negato tali differenze, hanno cercato in ogni modo di minimizzarle, attribuendole a motivi puramente culturali o sottovalutando le differenze somatiche rispetto a quelle del genotipo (misurate con il sistema del conteggio dei geni). Del resto nello stesso documento le differenze somatiche vengono minimizzate ricorrendo ai soliti argomenti: in primo luogo la grande percentuale dei geni comuni (che però non è più il 99,9% dell’intervista a GEO, ma nella replica è stato corretto al 99,4%). Ribadiamo che il concetto di gene è stato elaborato per spiegare le leggi relative all’ereditarietà del fenotipo (in base all’antico principio che le teorie servono a spiegare i fenomeni) e non può certo essere usato per illustrare l’irrilevanza dei fenomeni osservati.  Il concetto di razza, essendo un concetto riferito al fenotipo, non può essere falsificato in modo sensato da ragionamenti basati sulla statistica dei geni. Nell’articolo avevamo criticato a lungo l’opinione che le differenze “vere” siano sempre e soltanto quelle genotipiche, sostenendo che si tratti di un caso particolare di una pericolosa tendenza, presente anche in altri settori della scienza, ad esempio in fisica, a sottovalutare i fenomeni rispetto ai modelli teorici. La stessa genetica ha d’altra parte ampiamente dimostrato lo scarso significato dei meri conteggi. Una differenza riguardante un singolo gene può implicare la vita o la morte dell’individuo o vistose differenze nel fenotipo. 

Ci sembra opportuno inoltre ricordare che chi accetta l’idea di valutare le differenze basandosi su statistiche genetiche deve rifarsi invariabilmente all’unico “esperimento” concepito per cercare di dimostrare su questa base la non esistenza delle razze: quello con cui Lewontin, nel 1972, ha inteso misurare la variabilità genotipica nella sua forma più elementare, cioè basandosi sulla statistica dei singoli loci. Ricordiamo ancora una volta che si tratta di un risultato almeno controverso: da un’analisi statistica multivariata risulta infatti un quadro ben diverso, come mostrato da Edwards nel 2003. Per i dettagli rimandiamo alla letteratura citata nel nostro articolo. Possiamo qui aggiungere che già nel 1977 J. B. Mitton aveva anticipato l’analisi di Edwards in un articolo che fu largamente ignorato [2]. (Stranamente i nostri interlocutori ci rimproverano di non avere spiegato le tesi di Edwards; a loro parere avremmo dovuto approfittare della nostra familiarità con i metodi della statistica matematica per scrivere un’inutile parafrasi delle tesi già espresse chiaramente da Edwards, con il risultato di rendere l’articolo incomprensibile alla maggioranza dei lettori). Il tipo di problema interpretativo sollevato dalla tesi di Lewontin è diventato talmente familiare alla comunità degli studiosi di statistica da dare il nome a una classe di fenomeni statistici analoghi, raggruppati sotto l’etichetta comune di fallacia di Lewontin (Lewontin’s Fallacy).

Veniamo ad alcune critiche specifiche. Gli autori della replica non capiscono perché abbiamo citato un tal Rossolillo, certamente poco autorevole. Non possiamo che ribadire che la scelta di citare più volte l’articolo di Rossolillo era motivata (come del resto avevamo scritto esplicitamente) proprio dal candore con cui egli usa uno schema di tipo ideologico, divenuto poi una caratteristica essenziale della cultura dominata dalla political correctness, e che costituisce uno degli oggetti principali della nostra critica. Pensavamo fosse evidente, dal modo in cui lo citiamo, che Rossolillo non è affatto per noi un parere autorevole di cui tener conto, ma un “dato”, un documento che consente di osservare in forma particolarmente chiara i tratti di un’ideologia che col tempo, senza perdere forza ma anzi guadagnando posizioni, sarebbe divenuta meno ingenua e meno disposta ad ammettere i propri punti di partenza e le proprie priorità con altrettanta schiettezza. Destro Bisol et al. affermano che Rossolillo non ha mai ricevuto alcuna citazione prima della nostra. Rimediano però osservando, poco dopo, che “il povero Rossolillo non c’aveva visto così male”. Adesso Rossolillo ha almeno due citazioni: la nostra (negativa) e quella (positiva) di Destro Bisol et al.

Sullo stesso piano si pone l’osservazione che “il significato delle analogie e delle discrepanze tra pattern genetici, morfologici e linguistici non si può liquidare con una citazione tratta da una quarta di copertina”. Avevamo usato una frase tratta dalla quarta di copertina del libro “Geni, popoli e lingue” di Cavalli Sforza perché ci è sembrato sintetizzasse una parte essenziale dei suoi risultati. La complessità delle relazioni tra i vari pattern, non esponibile in poche parole, non annulla, infatti, il dato fondamentale dell’esistenza di importanti correlazioni. 

A proposito dell’uso della parola razza, Destro Bisol et al. scrivono: “[…] la razza come parola è divisiva in quanto evocativa di una visione gerarchica dell’umanità (razze superiori e inferiori) e dispregiativa storicamente (e.g. Shoah) e anche, molto frequentemente, nel discorso di tutti i giorni”. Ci sembra stavolta di vedere lo stesso candore riscontrato in Rossolillo (il che manifesta senz’altro buona fede) nell’ammettere che le prescrizioni sull’uso di parole e concetti debbano essere fondate sul piano etico prima che su quello fenomenologico. Anche se condividiamo l’idea che il razzismo sia (e sia sempre stato) un rischio concreto nelle società umane, non siamo affatto convinti che una soluzione di questo tipo sia accettabile né, peraltro, efficace. Se “razza” è una parola difficile da maneggiare con serenità è proprio perché non è un algido termine “scientifico” ma è anzitutto una parola colloquiale, che ha una storia particolare, carica di significati, alcuni dei quali pessimi. In questo senso, è facilmente comprensibile come l’ansia di prendere le distanze in modo netto da un passato scomodo abbia portato a iniziative, a nostro avviso controproducenti, come la campagna per l’abolizione della parola “razza” dall’Articolo 3 della Costituzione.

Destro Bisol et al. sostengono che per indicare i diversi gruppi umani la parola razza può essere vantaggiosamente sostituita dal termine popolazione. Scrivono tra l’altro: “Le popolazioni (insiemi di persone, a volte anche piccoli, che condividono uno spazio, una storia e una cultura) offrono un modo di guardare alla diversità umana che a prima vista non è semplice o lineare, ma che ha il pregio di andare d’accordo con i dati genetici”. Sostengono cioè che le caratterizzazioni dei diversi gruppi della specie umana non possano limitarsi al livello fenomenologico, ma debbano fondarsi anche su aspetti storico-culturali. Francamente siamo stupiti. Siamo infatti certi che Destro Bisol et al., essendo attivamente impegnati nella lotta contro il razzismo, considerino del tutto scorrelati gli aspetti cognitivi e culturali da quelli fenotipici.  

Per valutare la proposta di sostituire il termine popolazione a razza, facciamo un esperimento: proviamo ad effettuare la sostituzione nell’articolo 3 della costituzione. L’articolo diviene:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di popolazione, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È evidente che si è perso il senso del discorso. Perché? Perché il termine popolazione non ha in sé alcun riferimento a quelle differenze somatiche tra i gruppi umani tradizionalmente detti “razze”, che possono essere (e sono tragicamente stati) occasione di discriminazione. La proposta di sostituire razza con popolazione è quindi un ulteriore strumento per negare o minimizzare le differenze somatiche. Non a caso gli stessi antropologi che propongono di sostituire razza con popolazione nella loro proposta di cambiare l’articolo 3 hanno eliminato la parola razza, ma mantenendo i termini “presunte razze” e “razzismo”.

Destro Bisol et al. sostengono inoltre che la nostra analogia tra il problema dei colori e quello delle razze non regge. Ritengono di averci colti in fallo nel tentare un’acrobatica assimilazione tra due “fatti” lontanissimi tra loro, quali la distribuzione delle lunghezze d’onda della luce visibile e la variabilità genetica della specie umana. È loro evidentemente sfuggito che la nostra critica, come pensavamo fosse chiaro, era centrata sulla forma logica del ragionamento che utilizziamo per rendere conto dei fenomeni osservati: nella fattispecie la percezione soggettiva delle diversità cromatiche, da un lato, e delle diversità somatiche dall’altro. Il nostro scopo era appunto quello di evidenziare come la fallacia dell’argomentazione utilizzata da chi vuole negare d’ufficio il concetto di razza, se in questo contesto può restare opaca per via del sovrapporsi di diverse implicazioni semantiche ed etiche, diviene limpida se utilizzata nel contesto dei colori. Decidere in modo inequivocabile cos’è “scientificamente” rosso e cosa no è un compito non solo complicato, ma anche probabilmente insensato: questo non significa che non sia lecito usare la parola “rosso” nel linguaggio comune. Lo scopo del parallelo era quello di mostrare che il divieto della parola “razza”, che viene mascherato dietro ragioni “scientifiche”, può al più essere sostenuto per quello che è: un divieto dettato da preoccupazioni di natura etica e sociologica (come aveva sostenuto candidamente Rossolillo e ribadiscono diversi interventi che criticano il nostro articolo, ad esempio sostenendo che si tratta di un concetto “feroce”). Illustrando l’analogia dei colori, avevamo notato che una piccola percentuale di differenza (nel nostro esempio l’1%) nella lunghezza d’onda della luce, irrilevante dal punto di vista di chi crede di poter valutare sulla sola base quantitativa, può essere essenziale, in quanto fa passare da un colore all’altro. I nostri critici scrivono:

“Come si fa a dire che una differenza dell’1% è irrilevante senza aver chiarito  cosa significa quella percentuale? Chi sostiene in maniera non superficiale l’inesistenza delle razze non si ferma al 99,4% di similarità tra genomi umani. […] ecco questa poteva essere una critica ragionevole.”

A parte il fatto che il significato di quella percentuale è del tutto chiaro (è la differenza relativa tra le due lunghezze d’onda), Destro Bisol et al. qui colgono certamente il punto, ma è imbarazzante dover far loro notare che non avevano capito che la nostra critica era proprio quella che suggeriscono (come certamente è chiaro a qualsiasi lettore attento del nostro articolo).

Infine sostengono che abbiamo travisato la posizione della senatrice Liliana Segre sulla proposta di modifica dell’articolo 3 della Costituzione. Sappiamo bene che Liliana Segre era stata tra i promotori della proposta; abbiamo però letto successivamente un’intervista in cui diceva di avere cambiato idea. Non avendola ritrovata, trascriviamo un altro suo intervento:

“Consiglio sempre a ragazzi e ragazze che incontro a migliaia in giro per l’Italia di leggere e imparare la nostra Costituzione. L’ho più volte definita “fantastica”, “avveniristica”, proprio perché in quanto “costituzione lunga” e programmatica non vuole essere un semplice catalogo di istituzioni e di diritti, ma ha cura di definire anche i meccanismi attraverso i quali quei diritti diventano reali e la democrazia continuamente si evolve e si fa più giusta. Per questo ricordo sempre anche l’importanza dell’art. 3, nel quale è fatto espresso divieto al legislatore ordinario di sancire qualsiasi forma di disuguaglianza di trattamento in riferimento al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione e ovviamente alle opinioni politiche. Due punti di questo passaggio del dettato costituzionale meritano una breve considerazione: che nessuna discriminazione possa avvenire sulla base del sesso dei cittadini, dimostra proprio quanto la nostra Carta fu “avveniristica” nell’indicare la strada della emancipazione delle donne da ogni forma di subalternità nella vita civile e professionale; d’altro canto il ripudio inequivocabile di ogni discriminazione razziale stava a significare una cesura netta e irrevocabile proprio con il vergognoso precedente delle leggi razziste del 1938”. [3]

Anche se non è qui espresso esplicitamente un ripensamento sulla proposta di modifica dell’articolo 3, ci sembra che esaltare “il ripudio inequivocabile di ogni discriminazione razziale” contenuto in tale articolo, tacendo sulla proposta di modificarlo, vada oggettivamente in questa direzione. Come avrebbe potuto essere altrettanto “inequivocabile” il ripudio di ogni discriminazione razziale senza usare la parola “razza”?

In sintesi, la posizione dei nostri critici ci appare gravemente ambigua. I tre piani dell’evidenza osservativa, della scienza genetica e dell’ideologia sono giocati in modo diverso a seconda delle circostanze e del pubblico. Affermano che nessuno si sogna di negare le differenze somatiche tra quelle che tradizionalmente sono dette razze, ma allo stesso tempo sono promotori di una campagna mediatica che sostiene l’inesistenza di tali differenze. Sostengono poi che il fenotipo sarebbe solo l’inessenziale “involucro” dell’essenza umana racchiusa nel genotipo. Quanto al genotipo, sono consapevoli della superficialità di chi pensa di giudicarne le differenze in base a rozze percentuali; allo stesso tempo ricorrono più volte alle stesse percentuali quando ne hanno l’occasione. Quanto al rapporto tra le caratteristiche culturali e quelle biologiche dei vari raggruppamenti umani, il loro impegno antirazzista le fa ritenere inesistenti; propongono però di sostituire il concetto di razza con quello di popolazione, in cui sono inestricabilmente connesse. Sostengono che l’inesistenza delle razze sarebbe provata scientificamente, ma allo stesso tempo che si tratta di un concetto da rigettare perché evoca discriminazione e razzismo. Si tratta a nostro avviso di ambiguità ineliminabili finché non si scinde chiaramente il piano scientifico da quello ideologico. Se si ritiene di dover eliminare la parola razza per le associazioni mentali che suggerisce, crediamo che sarebbe bene indicare esplicitamente questa ragione, senza nascondersi dietro presunti argomenti scientifici,  diversamente dosati a seconda dell’interlocutore, e soprattutto senza negare il dato osservativo delle differenze oggi dette razziali.

Note

[1] https://www.raiplay.it/video/2018/02/Le-razze-b92f0efa-05d3-409b-89f3-b3e048fa1034.html

[2] J. B. Mitton, Genetic differentiation of races of man as judged by single-locus and multilocus analyses, American Naturalist 111 (1977), 203-212.

[3] Razza e inGiustizia. Gli avvocati e i magistrati al tempo delle leggi antiebraiche. A cura di A. Meniconi e M. Pezzetti. Edito dal Consiglio Superiore della Magistratura e dal Consiglio Nazionale Forense, 2018 (p.27).

[Scarica il PDF]

2 pensieri riguardo “Ancora su razze e razzismo”

  1. Ho trovato la controreplica all’altezza dell’articolo: chiara, puntuale e molto lucida. Per quel che conta la mia opinione, penso che questo dibattito meriti un’attenzione ancora maggiore, in quanto rivelatore di storture di pensiero che non è affatto infrequente rintracciare, su diversi temi di discussione pubblica. Grazie ancora per il lavoro svolto!

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