Scienza e democrazia

 di Stefano Isola e Lucio Russo

Tra gli argomenti che negli ultimi anni dividono l’opinione pubblica in due tifoserie contrapposte, vi è l’atteggiamento verso la scienza e, in particolare, i suoi rapporti con la democrazia.

La tradizionale fiducia verso la scienza, sorretta da un diffuso atteggiamento positivistico e da un più generale apprezzamento del ruolo degli intellettuali, è stata sostituita in larga parte dell’opinione pubblica da un atteggiamento critico che contrappone alla scienza, spesso qualificata dispregiativamente con aggettivi come “ufficiale” o “occidentale”, visioni alternative di diversa origine, spesso esotica.

Solo in Italia, riferiscono alcune stime, negli ultimi anni gli operatori dell’occulto – maghi, guaritori, cartomanti, medium, astrologi – sarebbero quasi il doppio degli psicologi iscritti all’albo. Allo stesso tempo i confini del tradizionale sistema delle professioni liberali si sfrangiano grazie allo sdoganamento di sempre nuove competenze “alternative”: consulenti filosofici, kinesiologi, grafologi, armonizzatori familiari, etc. e un continuum di medici alternativi di vario tipo che occupano lo spazio tra medici e maghi guaritori.

È un fenomeno preoccupante, da molti punti di vista. Ma è altresì un fenomeno complesso, che ha molte facce, un fenomeno che a uno sguardo critico e non alimentato da ansia corporativa appare come un aspetto di una più generale crisi di civiltà. La crescente diffusione dell’analfabetismo scientifico, dovuta a una crisi generale della scuola e, più in particolare, al degrado della didattica scientifica – temi sui quali avremo più occasioni di tornare in questo sito – ne costituisce certamente un aspetto importante. La generale sfiducia negli esperti e nel ruolo degli intellettuali è alimentata anche da una campagna ideologica contro i “professoroni”, concomitante alla diffusione di strumenti, come i social network, che danno l’illusione di “democratizzare” il dibattito su qualsiasi argomento, offrendo a chiunque la possibilità di rivolgersi a una platea virtualmente immensa e nei fatti tanto più ampia quanto più banali sono le tesi esposte.

In questa situazione è sorta anche un’agguerrita reazione di “difesa della scienza”. È abbastanza nota la burla diffusasi in rete alcuni anni fa con il lancio di una campagna di raccolta di firme per la messa al bando dell’acqua, mascherata dietro il nome (scientificamente corretto) di “monossido di diidrogeno” e presentata, con un’oculata scelta terminologica, come l’ennesima porcheria chimica che ci viene propinata da gente senza scrupoli, elencandone i possibili danni sulle persone e sull’ambiente (sottolineando, ad esempio, il pericolo di morire inalandola e la sua presenza nelle piogge acide). Lo scopo della burla era quello di evidenziare la diffusione dell’analfabetismo scientifico e il suo collegamento con l’emotività, soprattutto se supportata da preoccupazioni ambientaliste. Non è chiaro quale sia stato l’effettivo successo dell’operazione in sé, ma i commenti che ne sono conseguiti sono stati invariabilmente orientati a trovarvi un’ennesima conferma dell’assunto che le paure dei cittadini circa le conseguenze di un nuovo prodotto tecnologico sarebbero sempre “irrazionali”. E che dunque, anche in presenza di contesti non costruiti artificialmente come questo, i timori e le apprensioni associati all’introduzione di qualche derivato della razionalità scientifica, come un’innovazione tecnologica o una sperimentazione con un impatto di qualche tipo sulla società, sul sistema produttivo, sull’ambiente naturale, etc., siano in ogni caso da rifiutare come “antiscientifici”.

Da più parti si è anche affermato che “la scienza non è democratica”. Piero Angela ha detto in una nota trasmissione televisiva che “la velocità della luce non si decide per alzata di mano, a maggioranza”. Gli era a fianco Roberto Burioni, che ha acquistato notorietà con la sua campagna contro i “no vax” e ha scritto sulla sua pagina Facebook “qui ha diritto di parola solo chi ha studiato, e non il cittadino comune”.

È ovviamente vero che non si può stabilire con una votazione la velocità della luce (né il valore di π, come avrebbe voluto fare il parlamento dell’Indiana [1]). La tesi sostenuta da molti sedicenti “difensori della scienza” va però molto al di là di questa ovvietà. L’idea è che le decisioni politiche basate su verità scientifiche non debbano essere decise a maggioranza dai parlamenti, ma dai soli “esperti”.

Non si tratta certo di un’idea nuova. Già Platone aveva sostenuto che il potere non dovesse essere legittimato dal consenso della maggioranza, ma dalle superiori conoscenze dei suoi detentori. Ne aveva concluso che la migliore forma di governo fosse quella di “un tiranno giovane, dotato di buona memoria, pronto nell’apprendere, valoroso e magnanimo” [2]. Platone pensava naturalmente che fosse essenziale che il giovane tiranno fosse ben consigliato da qualche bravo filosofo e non si rifiutava di svolgere egli stesso questa funzione (come provò a fare a Siracusa).

Siamo convinti che l’evidente pericolo che l’ignoranza scientifica delle masse e dei loro eletti possa spingere a prendere decisioni contrarie al bene pubblico non debba assolutamente essere evitato riesumando il disprezzo di Platone per la democrazia.

La sfiducia popolare nei metodi scientifici non nasce solo dall’ignoranza, ma anche dalla consapevolezza del mancato raggiungimento degli obiettivi che un tempo si pensava fossero a portata di mano grazie al progresso scientifico. Oggi, nonostante le enormi risorse impiegate per i servizi sanitari, per l’assistenza legale, per l’istruzione e per i servizi socio-assistenziali, le condizioni di salute generali non migliorano, la società non è più sicura, i nostri figli a scuola imparano sempre meno e la malattia mentale sembra diffondersi in modo incontrollato; inoltre, la tecnologia basata sulla scienza, oltre a singoli disastri ecologici, ha prodotto l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e dei cibi, e molti prevedono variazioni drammatiche del clima di origine antropica. In questa situazione non ci si può stupire che la scienza non sia più percepita come l’efficace rimedio a tutti i mali.

Ricordiamo un episodio che probabilmente molti giovani non conoscono. Nel 1987, l’anno successivo al disastro nucleare di Černobyl, i radicali proposero un referendum sulla localizzazione delle centrali nucleari, che di fatto era un referendum sulla continuazione o blocco del programma di costruzione di tali centrali. L’affluenza alle urne fu del 65,11% e il programma nucleare fu bloccato con più dell’80% dei voti espressi. Fu una decisione presa democraticamente. Ma cosa sapeva il cittadino medio delle centrali nucleari e della loro pericolosità? Non sarebbe stato preferibile lasciare la decisione ai soli fisici? Non vi è dubbio che il voto fu dettato soprattutto dalla paura che si ripetesse in Italia il terribile disastro dell’anno precedente. Qual era stata all’epoca la posizione dei fisici italiani, soli esperti sull’argomento e certamente poco influenzati da paure irrazionali? Si può dire che da parte loro la scelta a favore delle centrali fu pressoché unanime (vi furono solo un paio di dissidenti, ma si trattava di professori di fisica che dedicavano gran parte delle loro energie all’impegno politico nel movimento dei verdi ed erano percepiti più come ambientalisti che come fisici).

I disastri successivi, fino a quello terribile di Fukushima del 2011, hanno convinto molti altri paesi a rinunciare a produrre energia con centrali nucleari e hanno dato ragione alla preoccupazione dei votanti italiani del 1987. Si può legittimamente pensare che quella scelta dei cittadini italiani, dettata dalla paura, fu giusta solo per caso. È anche vero però che non sempre la paura è irrazionale. Ma il punto che qui soprattutto ci interessa, più del giudizio sulla scelta popolare, col senno di poi dimostratasi giusta, è quello sui fisici: come mai, sulla base delle loro profonde conoscenze, avevano assunto una posizione, certamente ponderata e non emotiva, ma altrettanto certamente errata, sottovalutando gravemente il rischio di incidenti nucleari? Sospettiamo che nella loro decisione abbiano avuto qualche peso considerazioni su alcune conseguenze dell’eventuale abbandono del programma nucleare: certamente l’Italia avrebbe perso competenze in quel settore e sarebbero diminuiti i posti di lavoro per giovani fisici e ingegneri nucleari. Si trattava di considerazioni del tutto legittime, ma che certamente interessavano i fisici ben più della popolazione generica.

In generale, gli specialisti di un settore non hanno solo conoscenze, ma anche interessi di tipo corporativo. Ricordiamo, una decina d’anni fa, la marcia dei biologi italiani, capeggiati dall’illustre premio Nobel Rita Levi Montalcini, a favore degli OGM e contro gli irragionevoli superstiziosi che volevano opporsi alla coltivazione di piante geneticamente modificate. Non vi è dubbio che l’idea, abbastanza diffusa, che qualsiasi modifica genetica debba creare necessariamente organismi dannosi per la salute umana sia priva di base scientifica. Altrettanto irrazionale appare però l’opinione che si possano manipolare o riprogettare organismi viventi senza mai generare danni né per la salute né di altro genere, e senza neppure considerare l’eventualità che un intervento a breve termine in un complesso contesto naturale possa avere effetti a lungo termine incalcolabili. La scelta che va fatta non è perciò tra lo schierarsi a favore o contro le tecnologie genetiche in genere. È evidente che la possibilità, conquistata dalla scienza e dalla tecnologia, di modificare geneticamente gli organismi (con una rapidità e radicalità che non ha confronto con le modifiche genetiche apportate da sempre con i procedimenti di selezione e ibridazione) apre un mondo di possibilità nuove. La questione è, semmai, quali nuovi organismi ha senso creare e immettere sul mercato? A quali scopi e a vantaggio di chi? Il fatto che tra le prime modifiche create alla pianta di frumento ci sia stata quella di renderla sterile per obbligare gli agricoltori a rivolgersi all’industria per ogni semina fa capire la legittimità di queste domande. I ricercatori in biologia hanno ovviamente le massime competenze sull’argomento, ma sono anche interessati ai posti di lavoro e ai finanziamenti per la ricerca nel settore e difficilmente organizzeranno marce contro i finanziatori delle loro ricerche, che in genere sono gruppi privati nel cui interesse vengono creati gli OGM.

In questa situazione appare quindi chiaro come l’idea diffusa che le innovazioni in campo biotecnologico siano a priori nocive sia un’errata generalizzazione e semplificazione di una preoccupazione del tutto legittima e giustificata. Oggi non è difficile associare preoccupazioni analoghe alle molteplici “nocività” che impregnano in misura crescente il mondo in cui viviamo: dalla devastazione industriale del territorio, con il degrado e le catastrofi ecologiche, la contaminazione chimica e nucleare, la perdita di controllo su processi produttivi sempre più complessi e pericolosi; fino alla devastazione mentale degli individui atomizzati, con la concomitante perdita di autonomia e di diversità culturale, che non sembra ormai incontrare argini di alcun tipo.

Queste considerazioni, se da un lato mettono in evidenza l’improponibilità di scelte antidemocratiche, dall’altro lasciano intatto il problema da cui siamo partiti, ossia il diffondersi dell’analfabetismo scientifico e l’incapacità, non solo del cittadino medio, ma anche, e forse ancora più, del politico medio, di orientarsi su temi che coinvolgono la scienza.

Occorre certamente fare scelte basate anche sulla razionalità scientifica, ma, se non si vogliono produrre esiti irrazionali su un piano più generale, l’uso di questo strumento culturale non può essere delegato a gruppi che alle competenze specialistiche associano interessi corporativi. Si può cercare di perseguire il difficile (ma irrinunciabile) obiettivo di far coesistere la razionalità scientifica con la democrazia solo diffondendo, da una parte, la cultura scientifica tra i cittadini mediante la scuola e, dall’altra, una maggiore cultura generale e coscienza democratica tra gli scienziati. Per fare scelte politiche razionali non è infatti necessario avere conoscenze specialistiche, ma serve una salda cultura di base che permetta di valutare criticamente le opzioni in gioco usando le competenze degli specialisti, senza confonderli con i ciarlatani. D’altra parte è anche essenziale avere ricercatori che, potendo guardare la propria specializzazione dall’esterno, siano in grado di fare un bilancio della loro reale attività, superando le tentazioni corporative e riallacciando un vero dialogo con la cultura condivisa.

 Note

[1] Nuovi valori di π e altre costanti, insieme ad altre assurdità matematiche erano incluse in un bislacco disegno di legge preparato dal medico e matematico dilettante Edwin J. Goodwin, che nel 1897 fu presentato da un deputato e approvato all’unanimità dalla camera dello Stato dell’Indiana, dopo il parere favorevole della commissione per l’istruzione. Il disegno fu bloccato solo perché, quando passò al Senato, un membro della commissione che doveva esaminarlo ebbe la buona idea di mostrarlo a un professore di matematica che si trovava a passare di là per caso.

[2] Platone, Leggi, IV, 709e-710a.

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4 pensieri riguardo “Scienza e democrazia”

  1. Grazie ancora, un ottimo articolo, che elabora in modo chiaro un problema forte all’interno della crisi del canone occidentale. Penso umilmente sia rilevante tornare a discutere sulla differenza, oggi sbiadita, tra sapienza e saggezza. Chi sa molte cose non fa necessariamente meglio, ma certo il sapere è una premessa importante per l’opera umana. L’insistenza patologica, nella scuola italiana, sul tema delle competenze, mi pare un riflesso di questa questione mal risolta: si pensa cioè che si possa costruire una capacità di fare che non si fondi sulle conoscenze; non si avverte che la prassi priva di teoria tende invariabilmente a porsi come un agire replicativo, acritico.

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  2. Considerando i vari declini scientifici italiani, quello citato nel post a partire dal 1660 dovuto alla nascita in Europa dei grandi istituti scientifici e successivamente quello avvenuto, per ciò che ricordo di quanto scrisse Lucio Russo in” Ingegni Minuti”, dopo il 1945 a causa dello spostamento oltre-atlantico dell’asse della ricerca scientifica per motivi politici conseguenti la seconda guerra mondiale , l’occupazione americana dell’Italia e la cortina di ferro ad est, con una grande perdita per il nostro paese, qual’è lo stato della Scienza italiana oggi? Siamo destinati irreversibilmente a vivere di Piccola e media impresa a cui sicuramente, per il tipo di produzioni a bassa tecnologia,non serve un sapere critico ma soltanto delle competenze di base, oppure possiamo sperare in una ripresa della scienza nazionale- del resto abbiamo istituti di ricerca avanzata tra cui il Gran Sasso, l’interferometro per le onde gravitazionali, il sincrotrone a Trieste ed altri che probabilmente non conosco- e in che modo? Non è una domanda semplice e non chiedo una risposta ma se possibile un post chiarificatore per sapere se moriremo manifatturieri competenti ad alta intensità di produzione ma a bassa tecnologia oppure di sapere critico

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  3. A me sembra che ci sia un equivoco sui termini che andrebbe messo in luce.

    Quando Burioni dice “La scienza non e’ democratica” usa i termini “scienza” e “democrazia” nel senso piu’ comune che viene dato a loro oggi; in quel senso, trovo difficile non concordare con lui – anche se sono proprio questo tipo di posizioni a scatenare le tifoserie opposte.

    Pero’, quando si guarda con piu’ attenzione, e quando si riconosce – anche sulla scorta dei contributi di Lucio Russo – che sia la scienza moderna che la democrazia nascono in Grecia, mi sembra che varrebbe la pena di procedere e fare una qualche riflessione in piu’.

    La democrazia di cui si parla nella frase di Burioni e’ quella “rappresentativa”, vigente in moltissimi paesi anche se spesso non contemperata da un sentimento o una visione alta, insomma quella che – in buona approssimazione – si traduce nel lasciar liberi i cittadini di fare una croce su un foglio e nel dire poi loro di farsi da parte, perché gli eletti possano lavorare in pace. Oppure, se preferite, quella del televoto: “volete eliminare Bettarini oppure Barabba?” – si fa per dire, eh.

    Ecco, per chi ha ancora voglia di parlare di democrazia in senso alto (quella di Atene, per capirci) la frase di Burioni risulta sgradevole – e trovo buffo che Burioni abbia fatto studi classici; ma lo ripeto, sono d’accordo con lui quando riconosco ed accetto il modo di parlare corrente.

    Poi, giusto per chiarire dove voglio andare a parare, trovo che il movimento che si ricollega a Greta Thunberg abbia una idea alta della democrazia. Facendo riferimento a quell’idea, la scienza e la democrazia vanno insieme, e bollano come irrazionali, antiscientifiche e antidemocratiche un certo numero di posizioni politiche, che pure vanno per la maggiore.

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  4. Mi chiedo se non sia proprio l’accettare questo “modo di parlare corrente” uno dei sintomi della resa culturale che il prof. Russo, praticamente in ogni scritto, delinea.

    Dire che “la scienza non è democratica” e che “qui ha diritto di parola solo chi ha studiato, e non il cittadino comune” presuppone una idea sociologica che da per assodato la sola esistenza di “specialisti” che possono capire e cui è legittimo affidare potere decisionale, e “non addetti ai lavori” che possono al più concordare.

    La visione dietro questo ordine “funzionale” della società però, informa e prescrive ciò che sembra descrivere: l’assenza di una “opinione pubblica” con una vasta conoscenza scientifica e la capacità di applicare pensiero critico al di fuori della propria attività lavorativa è figlia della pedagogia informata da questa visione.

    Ed è un prodotto recente, ha ragione Russo. Anche solo 40 anni fa, esisteva una cultura condivisa che permetteva una discussione su temi scientifici di interesse pubblico. Nessuno si sarebbe sognato di dire a Pasolini o Rubbia che non potevano esprimersi sul riscaldamento globale perchè non erano spspecialisti del settore.

    Per dirla con Jung, Burioni ed Angela, quando fanno quelle affermazioni, stanno parlando ad un archetipo di cittadino comune che è la proiezione della loro “ombra” di specialisti e delegittimano la posizione di chi può e deve imparare ad esprimersi su temi politici che lo coinvolgono in prima persona.

    È la forza delle argomentazioni che da la cifra del proprio contributo alla discussione, non un ipotetico diritto acquisito e inalienabile a prendere decisioni sulla vita degli altri, che devono avere, loro sì, il diritto di decidere della vita propria, nei limiti del possibile. Anche a rischio di prendere decisioni irrazionali, tanto più evitabili quanto più si spinge verso una didattica scevra dal principio di autorità che è il male invisibile della didattica odierna. Questo è il senso in cui democrazia dovrebbe essere utilizzato

    (A dispetto del tono apparente, ho risposto proprio perché ho apprezzato il tuo commento)

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