Vite perpendicolari – I

Le analogie possono essere uno strumento comunicativo estremamente efficace. Lo sapeva bene Plutarco, che cercò di dipingere, nelle sue Vite Parallele, un’improbabile similitudine fra il suo nativo mondo greco e quello romano che lo aveva adottato. Ma forse ancor più istruttive delle analogie sono i contrasti. Particolarmente interessanti e istruttivi, ad esempio, sono gli elementi di contrasto nelle vite di persone che, per i motivi più vari, possono essere sensatamente messe a confronto. In questa rubrica vogliamo appunto raccontare storie di uomini e donne più o meno noti e importanti che, a partire da rilevanti elementi condivisi, hanno conosciuto destini molto diversi.

 

Alfredo Pizzoni e Sabato Visco

di Lucio Russo

Sabato Visco

Sabato Visco nasce il 9 aprile 1888 nel profondo Sud, a Torchiara, un paese del Cilento. Sei anni più tardi, il 20 febbraio 1894, nel profondo Nord, a Cremona, vede la luce Alfredo Pizzoni. Vengono entrambi da famiglie di alto livello sociale, nei diversi contesti: il padre di Pizzoni è un ufficiale (sarà generale nella Grande Guerra), mentre la famiglia Visco (che aveva attivamente partecipato al Risorgimento) è una delle più illustri di Torchiara: tra le principali attrazioni del paese oggi indicate ai turisti è il Palazzo Visco, del XIX secolo [1]. I ragazzi sono entrambi educati all’amore per la patria e per gli studi, nei quali tutti e due hanno risultati brillanti, pur scegliendo direzioni radicalmente diverse.

Alfredo Pizzoni

Dopo avere frequentato con ottimi risultati il liceo (l’unico liceo dell’epoca, nel quale si studiavano greco e latino) Visco si iscrive alla facoltà di medicina dell’Università di Roma, dove si laurea brillantemente nel 1913 con una tesi (“Sul comportamento delle Insulae di Langherans”) che gli valse il premio Girolami. Inizia subito un’attività di ricerca, ma due anni più tardi dové interromperla per partecipare alla Grande Guerra come capitano medico [2].

Pizzoni, dopo aver completato il liceo a Pavia (dove la famiglia si era trasferita nel 1908), nel 1911 andò in Inghilterra, dove studiò ingegneria ed economia a Oxford e a Londra: un’esperienza che segnò profondamente la sua formazione. Richiamato alle armi nel novembre 1914, nel maggio successivo prese parte al conflitto come tenente dei bersaglieri. Il suo comportamento in guerra gli fece meritare una medaglia d’argento al valor militare. Fatto prigioniero nel maggio 1916, fu poi rilasciato in seguito a uno scambio di prigionieri. Grazie alla sua esperienza in Inghilterra, fu successivamente impiegato nel corpo di spedizione internazionale in Palestina come ufficiale di collegamento con gli inglesi. [3]

Dopo la fine della guerra, Pizzoni e Visco seguirono entrambi Gabriele D’Annunzio nell’impresa di Fiume e in quell’occasione i due ufficiali ebbero probabilmente occasione di conoscersi. Le loro strade però si divisero rapidamente: mentre Visco seguì D’Annunzio fino alla fine, ricevendo il suo apprezzamento [4], Pizzoni si dissociò in breve dall’impresa.

All’avvento del fascismo l’atteggiamento dei due personaggi fu opposto: Visco prese la tessera del Partito Nazionale Fascista già nel 1923 e più tardi chiese ed ottenne di retrodatare la sua iscrizione addirittura al 1919, facendo valere le sue benemerenze di volontario fiumano. Pizzoni, che si era rapidamente laureato a Pavia in giurisprudenza nel 1920 e subito dopo aveva iniziato una brillante carriera bancaria a Milano nel Credito Italiano, assunse invece un atteggiamento critico, avvicinandosi prima al movimento “Italia libera” e poi ai gruppi “Giustizia e Libertà”. Nel 1930 fu licenziato per il suo antifascismo, ma le sue rare competenze convinsero i vertici della banca a riassumerlo, sia pure nella sede periferica di Biella.

Sabato Visco ottenne rapidi successi coniugando l’attività scientifica con quella politica e organizzativa. Senza esprimere giudizi sull’attività scientifica, che si rivolse rapidamente alla biochimica a e ai problemi della nutrizione (conseguì anche una seconda laurea in chimica) [5], ricordiamo che i successi accademici furono paralleli a quelli politici ed organizzativi. Nominato assistente ordinario alla Cattedra di Farmacologia dell’Università di Roma nel ’24, nel ’27 è professore straordinario di Fisiologia a Sassari. Diviene subito membro della Commissione istituita presso la direzione del PNF per lo studio dell’ordinamento universitario [6]. L’anno successivo è segretario generale del Comitato per la Biologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche. La sua fedeltà al regime è premiata nel 1934 con la sua nomina a deputato (all’epoca i candidati erano designati dal Gran Consiglio del Fascismo). In tale veste voterà nel ’39 l’istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Professore ordinario all’Università di Roma dal 1931, dal ’35 fino al ’44 è preside della Facoltà di scienze. Nel frattempo, nel 1936, era stato nominato direttore dell’Istituto Nazionale di Biologia. Nel 1938 è il più autorevole firmatario del Manifesto degli scienziati razzisti [7] e dal ’39 al ’41 è chiamato a dirigere l’Ufficio razza del Ministero della Cultura popolare. In un intervento alla Camera, nella primavera del 1939, Visco dichiarò che l’università italiana perdeva i docenti ebrei «con la più serena indifferenza» e che anzi ne guadagnava in «unità spirituale» [8]. Nel frattempo era stato nominato Comissario alla federazione del commercio dei cereali e poi (nel giugno ’40) presidente della federazione dei grossisti dell’alimentazione. Tra l’altro fu anche console della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (ossia delle “camicie nere”). [9]

Molto diversa è la storia di Alfredo Pizzoni. Nel 1933, convinto dalle pressioni della moglie, aveva accettato di prendere la tessera del PNF per poter tornare a Milano, ma continuò a frequentare ambienti antifascisti. Nel 1941 fu richiamato come maggiore dei bersaglieri e imbarcato per la Libia; meritò un’altra medaglia al valore, questa volta di bronzo. Nel ’42, dopo un’operazione, fu congedato e riprese il suo posto al Credito Italiano. Dopo il 25 luglio 1943, prevedendo la reazione tedesca alla caduta di Mussolini, reputò essenziale per il futuro dell’Italia un’azione antifascista organizzata. Nell’agosto, insieme ad altri antifascisti milanesi, dette vita a un comitato interpartitico del quale assunse la presidenza. Dopo l’8 settembre il Comitato fu ribattezzato Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Alfredo Pizzoni lo presiedette con il nome di battaglia di Pietro Longhi. Il suo ruolo fu essenziale nell’organizzazione della resistenza, sia per le sue competenze bancarie ed economiche (fu lui ad organizzare il finanziamento della guerra partigiana) sia per l’esperienza militare. Inoltre la conoscenza non solo della lingua, ma anche della mentalità inglese lo rese prezioso nei contatti con gli alleati. Un primo accordo con i servizi segreti alleati fu preso da Pizzoni in Svizzera tra marzo e aprile del 1944. Nel novembre guidò una delegazione di cui facevano parte Ferruccio Parri, Giancarlo Pajetta ed Edgardo Sogno; in dicembre Pizzoni riuscì a convincere gli Alleati a firmare un accordo con il quale riconoscevano al CLN (ribattezzato CLNAI) la guida del movimento partigiano nell’Italia occupata e lo finanziavano con un prestito di 160 milioni di lire mensili (che sarebbero state restituite dallo Stato italiano a guerra finita).

Il ruolo di Pizzoni fu essenziale finché durò la resistenza, ma dopo la Liberazione la sua presenza fu considerata superflua dai dirigenti dei partiti. L’indipendenza dai partiti politici e la vicinanza agli Alleati gli avevano permesso di svolgere un prezioso ruolo di mediazione, ma a guerra finita lo rendevano non gradito alla dirigenza politica emergente. La sua permanenza alla guida del CLNAI terminò il 27 aprile del 1945, quando i partiti lo defenestrarono sostituendolo con il socialista Rodolfo Morandi. Profondamente amareggiato, Pizzoni decise di non partecipare più alla vita politica. Egli non fu però solo eliminato dalla scena politica, ma (è questo il punto veramente inaccettabile!) anche dai libri di storia. Se, ad esempio, leggete la Breve storia della Resistenza italiana di Battaglia e Garritano pubblicata dagli Editori Riuniti, non trovate il suo nome; non trovate cioè il nome di chi ha guidato la resistenza fino al 26 aprile 1945. La fantasia di Orwell è stata eguagliata dall’effettivo comportamento dei manipolatori della memoria storica nell’Italia del dopoguerra.

Dimenticato in Italia, Pizzoni rimase nel ricordo degli Alleati. Quando, nel 1951, il comandante in capo delle truppe alleate, maresciallo Lord Alexander, presentò la sua relazione finale sulla campagna in Italia, espresse l’apprezzamento per il contributo delle forze partigiane alla vittoria con una lettera ad Alfredo Pizzoni, in quanto capo indiscusso della resistenza italiana. [10]

Alfredo Pizzoni scrisse uno scomodo libro di memorie, che contraddice in più punti la versione agiografica della resistenza che fu imposta nel dopoguerra. Chiese che non fosse pubblicato prima che fossero trascorsi 25 anni dalla sua morte. Morì nel 1958. In base alla sua volontà, il suo libro avrebbe potuto essere pubblicato nel 1983, ma i venticinque anni non furono considerati sufficienti alle forze che dominavano l’editoria italiana. Per la sua pubblicazione si è dovuto aspettare la caduta del muro di Berlino, lo scioglimento del PCI e qualche anno ancora. Il libro è apparso nel 1995 con un’introduzione di Renzo De Felice [11], ma pochi lo hanno letto e il nome di Pizzoni è ancora sconosciuto ai più.

Cosa è avvenuto invece nel dopoguerra a Sabato Visco? Sottoposto a un inevitabile processo di epurazione, fu sospeso dal servizio. La sua abilità nel tessere rapporti con i politici, che aveva già mostrato con i fascisti, fu però dimostrata anche con i partiti di sinistra. Grazie ad essa, Visco non solo fu rapidamente reintegrato nella cattedra, ma nel 1951 la Facoltà di Scienze dell’Università di Roma, dominata da professori di sinistra “organici” al PCI, lo rielessero preside: carica che occupò (grazie a successive rielezioni) fino al suo collocamento a riposo nel 1963. Quando Giorgio Israel, iscrivendosi all’università, vide che entrava in una facoltà presieduta dall’ex direttore dell’ufficio razza, chiese al matematico Lucio Lombardo Radice, autorevole membro della Facoltà nonché del Pci, come mai un simile personaggio potesse essere preside di una Facoltà così prestigiosa e progressista; ne ebbe la risposta: “Sì, va bene, ma è tanto bravo a trovare denaro”. [12]

Nel 1958 Visco riottenne anche la presidenza dell’Istituto Nazionale di Biologia, ridenominato Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (INRAN).

A Sabato Visco sono state intitolate scuole e vie: poiché non trovo più la scuola “Sabato Visco” (che qualche anno fa avevo visto in Internet), debbo dedurre che il nome all’istituto sia stato opportunamente cambiato. Quanto alla via Sabato Visco di Salerno, il sindaco ha sostenuto che non è intitolata al “nostro” Sabato Visco ma a un suo omonimo poco conosciuto. Il fatto, però, che non sia stata esibita alcuna documentazione relativa alla motivazione dell’intitolazione, lascia fondati dubbi.

 

[1] http://www.cilentoregeneratio.com/it/citta/torchiara

[2] Queste notizie sono tratte da Aldo Mariano Costantini, Dalla scienza alle politiche della alimentazione e della nutrizione. Pagine scelte di Sabato Visco, edizioni Nuova Cultura, 2011 (Presentazione).

[3] Queste notizie sono tratte dal Dizionario Biografico degliItaliani, s.v. Pizzoni, Alfredo.

[4] Gabriele D’Annunzio dedicò a Sabato Visco il volumetto La Riscossa (una raccolta di discorsi fiumani) con le parole: “Questo libro di ardore è offerto a chi arde” (ricordato da Maria Antonietta Orrù in “Ricordando il maestro”, a p. 34 del volume citato di A.M. Costantini)

[5] Solenni encomi all’attività scientifica di Sabato Visco sono nel volume citato di Costantini. Giudizi di segno opposto furono espressi dal famoso matematico Guido Castelnuovo in occasione del processo di epurazione di Visco.

[6] Tommaso Dell’Era, Il processo di epurazione di Sabato Visco. Storia e documenti (La Sapienza editrice, Roma, 2011), p. 53, nota 120.

[7] Visco sosterrà di non avere mai apposto la sua firma al documento. È però certo che il Manifesto fu pubblicato con la sua firma e che non vi è stata mai, prima della caduta del fascismo, una sua pubblica smentita (se l’avesse fatto non sarebbe certo stato chiamato a dirigere l’Ufficio razza). Visco dissentì dalla stesura del Manifesto degli scienziati razzisti, del quale risultava firmatario, solo in forma privata, con Mussolini e alcuni gerarchi. Il suo dissenso non riguardava peraltro il razzismo, ma solo la particolare versione in cui era esposto nel documento. La questione è esaurientemente analizzata in Giorgio Israel e Pietro Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, il Mulino, Bologna 1998.

[8] Antonio Di Meo (a cura di), Cultura ebraica e cultura scientifica in Italia, Roma, Editori Riuniti, 1994, pp. 43 e 112.

[9] Queste notizie sono tratte dal volume cittato di Dell’Era.

[10] L’episodio è ricordato da Renzo De Felice nella sua Introduzione al libro di memorie di Pizzoni.

[11] Alfredo Pizzoni, Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli, Il Mulino, 1995 (una prima edizione fuori commercio era stata curata dal Credito Italiano nel 1993). Il primo libro su Pizzoni è stato pubblicato dieci anni più tardi (Tommaso Piffer, Il banchiere della resistenza. Alfredo Pizzoni, il protagonista cancellato della guerra di liberazione, Mondadori 2005).

[12] Testimonianza trascritta da http://gisrael.blogspot.com/2005_12_01_archive.html

2 pensieri riguardo “Vite perpendicolari – I”

  1. Stimo grandemente Russo per i suoi lavori di grande qualità. Ma questo articolo a mio avviso è modesto e deludente, da giornalista e non da storico. Scivola, banalizza, non sottopone a vaglio critico le fonti. Soprattutto, non pone problemi e non scava. Per esempio: davvero Pizzoni entrò in contatto con gli Alleati soltanto tra il marzo e l’aprile del ’44? Ne dubito. Davvero soltanto la caduta del muro di Berlino rese possibile pubblicare le sue memorie? Ne dubito. Le ragioni furono probabilmente altre (quanti attacchi ci furono al PCI e alla Resistenza prima dell”89? Innumerevoli). De Felice era uno che poteva temere di pubblicare quel libro? Non lo credo. In sostanza, la Storia è complessa, e non è bene renderla storiella in cui tutto è chiaro e lampante (in particolare su un sito come questo).
    Ma soprattutto l’articolo sembra avere per obiettivo principale quello di mettere in cattiva luce la sinistra di allora (cosa forse giusta ma bisogna farlo bene). Ipocriti con Pizzoni, opportunisti con Visco. Tutto qui? Vite parallele per dimostrare che la sinistra era meschina? A tanti anni dalla sua dissoluzione è battaglia inutile se priva di spessore.
    Caro Russo, rimanga negli ambiti in cui è un vero Maestro, la prego.

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  2. Sono certo che lei avrebbe cose interessanti da raccontare e sarei lieto se lo facesse. Voglio dire, oltreché limitarsi a suggerire dubbi (plausibili, utili) troverei prezioso se li argomentasse ulteriormente. Non lo dico per una difesa dell’autore – non ne ha bisogno – ma per un altro motivo.

    Trovo che la storia civile dell’Italia di quegli anni sia molto complessa – e certo e’ mia mancanza non conoscere la storia di questi due concittadini piu’ a fondo. Ma mi sembra comunque condivisibile sostenere che l’analisi storiografica dei periodi cruciali in cui 1) si preparo’ e poi ci fu una diffusa adesione al fascismo; 2) i partiti partecipanti alla Resistenza impostarono le future relazioni civili, e anche 3) si opero’ il trapasso allo stato repubblicano nel primo dopoguerra, NON siano ancora parti della storia condivisa.

    Mi sembra che le ipoteche sulla storiografia ufficiale messe dalle forze politiche vincenti siano state pesanti (penso alla svolta di Salerno); le forze vive che l’Italia ha perso in questo processo siano state tante (ho in mente Giustizia e Liberta’ e Emilio Lussu in particolare); e quelle che si sono intrufolate nella vita civile, addirittura, siano state troppe (qui ho in mente… troppe persone).

    Un cordiale saluto da un concittadino che purtroppo non e’ preparato ma fa quello che puo’ per informarsi (e accetta consigli su bibliografia e altro)

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