The Biggy

Dicembre 1987. Ho appena letto il «Los Angeles Times». Un articolo sul terremoto atteso da anni sulla costa del Pacifico e che dovrebbe arrivare dal Messico per giungere fino all’Alaska. Dato che se ne parla oramai da decenni, di fatto già dal terremoto di San Francisco, questa catastrofe è già familiare, perciò, di fatto, qualcosa che appartiene ormai al passato, e che per via di questo slittamento temporale ha perso la sua minacciosità. Ma non è tutto. La minimizzazione procede così oltre che l’immensamente grande e terribile è stato linguisticamente trasformato in un diminutivo. Nelle lingue anglosassoni, in particolare in americano, basta aggiungere una Y alla fine di una parola perché ogni essenza, cosa o evento, perfino quelli mostruosi, diventino qualcosa di innocuo, addirittura di carino. Da Ronald per esempio si ricava il più affettuoso «Ronny». Ugualmente, già oggi, si trasforma affettuosamente la catastrofe continentale attesa per domani o per dopodomani in qualcosa di gentile. E siccome questa rimane – giacché la massima «small is beautiful» non si è ancora completamente affermata – qualcosa di grosso, essa è appunto «big». Questa grandezza è però qualcosa di gentile e di piccolo allo stesso tempo, tanto che l’immensa catastrofe viene già oggi chiamata «The Biggy» nel L.A.-Times. E questo vezzeggiativo, che sul primo momento non avevo compreso, viene utilizzato e ripetuto con una disinvoltura tale che è evidente: il L.A.-Times si aspetta che ogni lettore abbia dimestichezza con questa espressione. Che cosa sono, dunque, le menzogne di singoli nostri simili, in confronto alla bugiardaggine di una lingua mondiale?
Tratto da Günther Anders, Brevi scritti sulla fine dell’uomo (trad. it. Trieste, 2016, pp. 81-83).

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