Il ritorno dell’educazione civica?

 

di Alessandro Della Corte, Stefano Isola e Lucio Russo

La camera dei deputati ha approvato con un voto plebiscitario (nessun contrario e solo tre astenuti) il progetto di legge intitolato “Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica”[1]. Tutti i commentatori hanno plaudito all’iniziativa, mostrando come, almeno su questo tema, il parlamento rappresenti bene le opinioni prevalenti nel paese.

Esaminiamo le cose un po’ più da vicino.

La “documentazione per l’esame del progetto di legge”, fornita ai deputati come base di discussione, contiene opportunamente una lunga introduzione storica all’argomento che ci ricorda come l’insegnamento dell’educazione civica fosse stato introdotto nella scuola italiana nel 1958 (quando il ministro della pubblica istruzione era Aldo Moro). Si trattava all’epoca di un insegnamento chiaro nei fini e nei contenuti, basato sullo studio della Costituzione della Repubblica Italiana, inquadrato storicamente grazie all’opportuna scelta di affidarlo al docente di storia (storia e filosofia nei licei).

Successivamente vi sono state una serie di modifiche che, senza mai abolire formalmente l’insegnamento, lo hanno sgretolato, fino ad annullarlo di fatto, grazie all’abolizione dei programmi didattici nazionali, la distribuzione dell’insegnamento tra vari docenti, l’annegamento del contenuto iniziale (riguardante i principi costituzionali dello Stato) in un mare di “competenze” riguardanti qualsiasi tipo di partecipazione a comunità di ogni tipo. L’esito finale era stato la trasformazione dell’insegnamento in “attività” relative a “Cittadinanza e Costituzione”. In particolare l’art.1, co.7, lett. d) della L. 107/2015, aveva chiarito che “lo sviluppo delle competenze in materia di cittadinanza attiva e democratica” dovesse avvenireattraverso la valorizzazione dell’educazione interculturale e alla pace, il rispetto delle differenze e il dialogo tra le culture, il sostegno dell’assunzione di responsabilità nonché della solidarietà e della cura dei beni comuni e della consapevolezza dei diritti e dei doveri”. Sostituendo a un insegnamento con contenuti definiti, affidato a uno specifico docente, una serie di norme di buon comportamento la cui osservanza avrebbe dovuto essere garantita dalla comunità dei docenti, l’abolizione di fatto dell’educazione civica poteva considerarsi compiuta. I parlamentari e i giornalisti che hanno parlato di un “ritorno” dell’educazione civica nelle nostre scuole non hanno quindi certamente sbagliato nel considerarla oggi assente. Ma è vero che l’educazione civica tornerà grazie all’attuale progetto di legge? In altri termini: è stato realmente invertito il processo che, grazie a una serie di modifiche apparentemente migliorative, aveva portato alla soppressione di fatto di questo insegnamento?

L’intenzione del legislatore di ridare concretezza a un insegnamento che si era dissolto nel nulla è chiarita dall’articolo 2, che precisa che il profitto dello studente in educazione civica sarà valutato con un voto espresso in decimi. Non vi sarà però un docente di educazione civica. L’insegnamento resterà “trasversale” e sarà effettuato in un’ora alla settimana da docenti diversi, che ogni dirigente dovrà invitare a dare spazio, di tanto in tanto, al nuovo insegnamento, a spese delle proprie discipline: un giorno sarà l’insegnante di scienze, un altro quello di educazione fisica o di matematica e così via. Il nuovo insegnamento non comporterà così né aumenti di orario né nuove assunzioni. Chi dovrà allora esprimere la valutazione in decimi prevista dalla legge? Il problema è risolto affidando a uno dei docenti il ruolo di “coordinatore” della disciplina; sarà lui che, dopo avere sentito tutti i colleghi (ognuno dei quali avrà affrontato l’argomento sporadicamente, in poche occasioni nel corso dell’anno) emetterà il verdetto. Non è difficile immaginare a cosa si ridurrà di fatto una tale “valutazione”.

Ma quali saranno i contenuti della risorta “educazione civica” trasversale?

La completa vaghezza dei contenuti emerge necessariamente dal lungo elenco di aspetti specifici giustapposti. In particolare la comunità nazionale, regolata dalle norme costituzionali, è considerata solo una delle tante comunità, tutte aventi pari dignità, alle quali lo studente appartiene: l’ONU, l’UE, la regione, il comune, in alcune città il municipio, la scuola, la classe, … Non essendo possibile affiancare allo studio della costituzione quello delle norme che regolano tutte queste comunità, è inevitabile ignorarle tutte. Inoltre, seguendo i principi ispiratori con cui le recenti riforme scolastiche hanno cercato di ridefinire il ruolo della didattica, questo progetto di legge prevede come obiettivi la promozione della “persona”, la salvaguardia del “benessere psicofisico”, la valorizzazione delle “competenze”, incluse quelle derivanti dall’educazione ambientale, l’educazione stradale, l’educazione alla legalità, e via elencando. La sola sintesi possibile sembra essere quella di “saper stare al mondo”, dove il “mondo” può essere indistintamente il comune in cui si vive, la regione, lo Stato, l’Unione Europea o, più semplicemente, la classe che si frequenta.

Tuttavia, a ben vedere, qualcosa di nuovo quest’ultimo progetto sembra proporlo: a completare il format generale, infatti, anche la cittadinanza diventa una “competenza” a pieno titolo. E come lo diventa? Facendosi “digitale”[2].

L’articolo 5, che appare come il vero perno del progetto di legge, cerca di mettere in pratica alcuni aspetti del Piano Nazionale Scuola Digitale del Miur, come si può evincere anche dal progetto dello stesso Miur detto “Generazioni connesse”, nel cui ambito il lessico del pedagogismo imperante è stato arricchito del nuovo termine educazione civica digitale.

Come spesso accade con la neolingua, con l’introduzione di un nuovo termine seguono a cascata una serie di trasformazioni semantiche che mascherano con un’apparenza di buon senso e ragionevolezza l’assenza di contenuti reali. Così, il termine responsabilità diventa “attenzione ai possibili effetti della produzione e pubblicizzazione di messaggi sui media digitali” (l’irresponsabilità è evidentemente ammessa nell’uso di media non digitali); oppure spirito critico equivale a sapere che“dietro a straordinarie potenzialità per il genere umano legate alla tecnologia si celano implicazioni sociali, culturali ed etiche”. Ed ecco che, si dice, “dallo spirito critico e dalla responsabilità deriva la capacità di saper massimizzare le potenzialità della tecnologia (ad es. in termini di educazione, partecipazione, creatività e socialità) e minimizzare quelli negativi (ad es. in termini di sfruttamento commerciale, violenza, comportamenti illegali, informazione manipolata e discriminatoria)”.

In sintesi lo studente non dovrà impadronirsi di alcuno specifico strumento culturale. Basterà che, senza mai dimenticare la propria natura di “adolescente digitale”, eviti comportamenti biasimevoli nell’uso dei media digitali. Il voto in “educazione civica digitale” appare in definitiva una sorta di versione sedicente digitale del voto di condotta. Il progetto di legge sembra quindi confermare la tendenza, tipica delle riforme scolastiche degli ultimi decenni, a trasformare il tipo di attività che la scuola è chiamata a svolgere: non più trasmettere cultura ma impartire istruzioni. Appiattendosi sul presente e riducendosi alla pura dimensione pratica, l’educazione civica cessa infatti di essere un’occasione di approfondimento critico sulla nostra identità per diventare un grottesco “manuale delle giovani marmotte digitali”.

Esattamente come è avvenuto nel caso delle altre materie, in particolare quelle scientifiche, siamo in presenza di due processi paralleli: abbandono di un insieme di contenuti culturali ben definiti (che potevano invece essere aggiornati, approfonditi, ampliati o anche snelliti) e introduzione di contenuti aventi un immediato significato pratico, automaticamente traducibili in “regole” da mandare a memoria o, nel caso specifico della rinnovata educazione civica, da mettere in atto direttamente nella propria quotidianità. Ironicamente, in un emendamento al progetto di legge in questione vengono aboliti nella scuola primaria tutti gli strumenti di tipo punitivo, come le comunicazioni scritte ai genitori, le sospensioni, le esclusioni dagli esami o le espulsioni. Probabilmente a causa della fiducia sconfinata nel potere di redenzione dell’“educazione civica digitale”, che nei cicli scolastici successivi trasformerà infallibilmente in “buoni” tutti i “cattivi”.

Note:

[1] http://www.camera.it/leg18/126?leg=18&idDocumento=1465

[2] Tra l’altro questo progetto di legge prevede anche l’istituzione di un nuovo organo nazionale denominato Consulta dei diritti e dei doveri dell’adolescente digitale (sic), composto da rappresentanti degli studenti, degli insegnanti, delle famiglie, e di non meglio specificati “esperti del settore”.

One thought on “Il ritorno dell’educazione civica?”

  1. Sono un’insegnante della scuola primaria e da questo articolo devo constatare che le modifiche che vedo nel mio mondo lavorativo riguardano tutta la scuola.
    Una volta la scuola doveva guidare e formare gli alunni mentre oggi deve semplicemente adattarsi a quello che c’è. Non è più il luogo della formazione per eccellenza come era prima, ma solo uno dei tanti luoghi dove avviene il condizionamento in base a regole esterne. Per fortuna riesco ancora a ritagliare degli spazi in cui posso lavorare con i bambini considerandoli i veri protagonisti del processo formativo.

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