L’esclusiva scuola italiana dell’inclusione

 

di Andrea Trusiano

La legge n. 107 del 2015 denominata “Buona Scuola” introduce una serie notevole di novità nel sistema scolastico italiano. Tra queste, a mio avviso, merita una particolare riflessione quella riguardante gli studenti con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), riconosciuti dalla legge 170 del 2010. I dirigenti scolastici, coadiuvati da gruppi di lavoro formati da docenti, sono tenuti a progettare forme di didattica inclusiva per gli studenti aventi certificazioni mediche di DSA.

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8 pensieri riguardo “L’esclusiva scuola italiana dell’inclusione”

  1. Credo che la posizione allarmata espressa nell’articolo sia persino troppo benevola. Il meccanismo descritto lavora su tutto il fronte, e su vasta scala: lo affermo da docente. Sempre più spesso si stiracchiano in modo irragionevole anche i Piani Educativi Individualizzati (cioè i percorsi di studio redatti per i ragazzi con piena disabilità, cioè secondo la legge 104) in modo che arrivino al conseguimento del diploma anche studenti e studentesse che fino a qualche anno fa avrebbero realisticamente ottenuto solo un certificato di frequenza scolastica. Come è possibile? “Ma sì, poverino, con tutti i problemi che ha già, mica gli vuoi rendere la vita difficile” e “guarda che se non riesce è perché non siamo capaci noi insegnanti, mica è colpa sua!”. Sono gli insegnanti stessi a scavare la fossa al paese. Si tende ad immaginare, con approccio buonistico e molto dannoso, che la cultura non sia un bene comune primario, ma piuttosto una mera disponibilità personale (qualcuno direbbe un feudo) appartenente ai singoli docenti, i quali, se solo lo desiderano, possono concedere il titolo di studio pure ai più sfortunati: come se nessuno sapesse che un diplomato accede a concorsi pubblici per un posto di lavoro, per esempio, dove non potrà accedere chi non ha diploma; e come se non si sapesse che, in aggiunta, i diplomati che fruiscono della legge 104 (le persone con disabilità) nei concorsi hanno già (giustissimamente) titolo di precedenza sui diplomati normodotati. Non credo che l’inclusione possa essere costruita a partire da simili ingiustizie. L’idea che, di solito, trovo più difficile far passare quando mi confronto con i colleghi, riguarda l’enorme responsabilità del ’68 nella formazione della mentalità egualitaristica italiana. Lo affermo da sinistra. Molti obiettano che sono passati tanti anni e che quelle lotte son lontanissime, che il problema è solo la pressione esercitata dal sistema produttivo, che esistono altre forze distruttive per la scuola etc..; ma chiunque approfondisca l’argomento può scoprire con facilità i nessi biografici e bibliografici tra i cattivi maestri di quegli anni e gli attuali zelanti distruttori della scuola italiana, con annessa produzione scientifica pseudo-pedagogica. Non passerà troppo tempo che scopriremo che per “tenere dentro tutti” non ci sarà più una differenza tra il dentro e il fuori.

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    1. Replico con le parole di un famoso fisico scomparso da poco, Carlo Bernardini, ad un amico fisico insegnante delle superiori che si lamentava della riforma della scuola compiuta, penso nel 2000 ,dal ministro Berlinguer. Bernardini scriveva all’amico che la scuola deve essere a misura degli studenti lenti, dei meno bravi dato che i bravi ad un certo punto diventano autodidatti, perché se la scuola deve trasmettere qualcosa deve occuparsi in primo luogo di chi è meno dotato ,di chi fa fatica per le più svariate ragioni , anche economico sociali; queste non sono le parole esatte ma un sunto delle idee espresse da Bernardini all’amico troppo intemperante nei confronti della riforma scolastica, riforma che sicuramente ha comportato una diluizione dei contenuti ,l’introduzione delle competenze, ma se la scuola deve occuparsi della promozione culturale e sociale di una nazione non può dimenticarsi di chi resta indietro. Comunque oggi sono contento perché ho letto l’ottimo striscione degli studenti di Roma per il Friday for future in cui c’era scritto ” Cambiamo il sistema non il clima”, e sorridendo ho capito che questo non è un mondo per vecchi

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      1. Le rispondo cordialmente mettendo insieme i due temi che ha toccato. Una scuola a “misura degli studenti lenti” è un po’ come pensare di “cambiare il sistema e non il clima” regolando i tassi di inquinamento e le tipologie di produzione industriale sui paesi in via di sviluppo, cioè sui paesi che proporzionalmente inquinano di più e hanno meno leggi di tutela ambientale. Ne siamo convinti?
        Le chiedo poi perché “se la scuola deve trasmettere qualcosa deve occuparsi di chi è meno dotato”? Non crede che manchi un “anche”? Sono un fermo sostenitore del libero accesso di tutti a tutti gli ordini di scuola, ed anche un fermo sostenitore di tutte le politiche volte a recuperare gli svantaggi (senza però garantire i risultati) ma non capisco affatto questa logica. Sarebbe come dire che se vogliamo vincere più medaglie alle olimpiadi dobbiamo occuparci degli atleti meno dotati (trascuro la questione della volontà personale, per motivi di ovvietà e brevità).

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  2. Tutto giusto, l’articolo e il commento. Un solo particolare: si vede che articolista e commentatore non hanno figli DSA. Ovvero, il problema non sta nel problema ma nella gestione del problema. Come nella celiachia: sapete quanta gente si fa fare false certificazioni per avere i rimborsi delle ASL? Questo significa che la celiachia non esista?
    I DSA di oggi (quelli veri) ieri sarebbero stati i cretini di un tempo. Solo che cretini non erano.

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    1. Per quello che mi riguarda, credo esistano sia la celiachia, sia la dislessia. Ma il paragone che Lei impiega non credo venga a Suo favore. Infatti il celiaco adotta tutti gli accorgimenti di cui ha bisogno (in cucina e al ristorante) ma non pretende scioccamente di poter mangiare il cibo con glutine: andrebbe a suo svantaggio immediato. Spesso invece le famiglie delle studentesse e degli studenti con dislessia non si limitano a chiedere che ai loro ragazzi sia garantito tutto ciò che è garantito dalla legge in termini strumentali e metodologici (come è giusto sia) ma pretendono anche che sia loro garantito il successo (che peraltro non è garantito ai non dislessici). La legge garantisce i modi dell’apprendimento, non gli esiti. Non credo affatto che i ragazzi affetti da dislessia siano cretini; ma cerco di non dimenticare che vivono uno svantaggio che non può non produrre effetti: almeno finché la cultura continuerà a vivere di parole, frasi, concetti espressi per via verbale. Non si può pretendere di costruire da capo la storia dell’umanità a partire dallo sfortunato destino di qualcuno. E, se anche lo si potesse fare, vorrei fosse chiaro che, di certo, con i nuovi codici comunicativi, metteremmo in difficoltà qualcun altro. Rinunciamo alla cultura?

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  3. Vorrei partire da un paio di considerazioni generali. A me sembra che le finalità della scuola siano diverse e non sempre vengono messe a fuoco con chiarezza. Da una parte, si vuole inclusione, dall’altra, formazione di persone competenti. In altre parole, vogliamo che la scuola contribuisca a formare una societa’ armoniosa e a persone capaci di integrarvisi; dall’altra vogliamo che essa permetta ad ognuno di sviluppare il proprio potenziale, e che il processo educativo conduca ad una societa’ efficiente e competitiva.

    Evidentemente, non e’ da adesso che si ripropone una discussione del genere. Pero’ percepisco almeno tre aspetti caratteristici del nostro presente. 1) Uno e’ che non si ragiona affatto di queste cose; si preferisce delegare la cosa a dei presunti “professionisti” o “tecnici”. 2) Poi (ancora piu’ importante) vedo che si assiste in silenzio all’erosione del rispetto verso gli insegnanti, tanto da parte della societa’ at large quanto dei politici e dei vertici del ministero competente. Infine e altrettanto importante, percepisco 3) un pericoloso senso di rassegnazione degli studenti, molti dei quali pensano che la scuola non serva a molto. Gia’ a questo livello di discussione, mi sembra ci sia molto da lavorare e alcune azioni sarebbero ovvie: piu’ rispetto agli insegnanti; piu’ attenzione agli studenti come teste pensanti e non come soldatini da spendere in un “Risiko!” (che sarebbe poi la nostra societa’).

    A parte queste considerazioni generali, mi sembra diverso il caso della scuola dell’obbligo e quello della scuola superiore; o per dirla proprio come la penso, trovo che il lavoro che si fa con l’individuazione di disturbi DSA nelle scuole medie sia in gran parte meritorio. Penso invece che quello che si fa nelle superiori si presti maggiormente alle critiche esposte nel pezzo qua sopra. Inoltre, condivido nel modo piu’ convinto l’osservazione che la scuola DEVE fare il suo meglio per permettere di imparare di crescere di formarsi a chi vuole e riesce a farlo. So che ci si cercano di offrire varie occasioni (p.e. la settimana della flessibilità o cose del genere), ma non credo siano tutte valide, e non possono surrogare un vero percorso didattico. Vorrei insistere ancora sulla scuola superiore; credo che ci sarebbe da guadagnare se non si pensasse sempre a “gloriose tradizioni” ma all’effetto educativo che una scuola si deve prefiggere. E personalmente sono convinto che potrebbero fare parecchi passi avanti se gli studenti potessero scegliere i loro percorsi individuali negli ultimi anni delle superiori; non sono pupazzi, sono persone, ce ne sono tanti di svegli e ci dobbiamo fidare di loro se vogliamo andare avanti.

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    1. Per la precisione va detto che in Italia l’obbligo scolastico dura fino ai 16 anni, e dunque comprende almeno due anni di scuola superiore; l’obbligo formativo dura fino ai 18. Non trovo pertanto risolutivo l’argomento secondo cui all’obbligo scolastico debba corrispondere una maggiore ‘capacità di accoglienza’, che verrebbe meno alla scuola secondaria di secondo grado. Vai tu a spiegare a un ragazzino affetto da DSA giunto alla classe terza di un liceo (scuola dell’obbligo) che dalla classe quarta, anche se gli saranno forniti tutti gli strumenti e le misure necessarie, la musica cambierà!? La verità è che l’aiuto copre tutto il ciclo di studi superiori, e non si limita a quanto dovuto, ma – spesso – è quell’indicibile in più che rovina prima di tutto i ragazzi.
      E’ vero che si discute poco o nulla di quale identità abbia la scuola, di cosa sia la scuola. Ma trovo incontestabile che tutti – a parole – s’aspettino che la scuola prepari i ragazzi alle sfide di un mondo globale ed in competizione, dove la conoscenza è il valore aggiunto: per questa ragione trovo insopportabile che pochissimi denuncino la mancata di corrispondenza tra aspettative e premesse.
      Del resto, la stessa insistenza, in sede politica e pedagogica, sul fatto che l’Europa s’aspetta dall’Italia un incremento sensibile del numero dei diplomati e dei laureati è del tutto irrazionale, persino pazza: infatti il numero dei diplomati e dei laureati è significativo solo se trova corrispondenza in una preparazione culturale da diplomati e laureati. Invece di quella preparazione (cioè di quella cosa che fa la differenza nella vita e sul lavoro) non interessa a nessuno: ma bisogna aumentare diplomati e laureati!

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  4. Collegandomi alla frase “Se l’obiettivo è quello di raggiungere una didattica che sia veramente inclusiva bisogna tenere conto anche di chi si aspetta dalla scuola qualche cosa in più di un semplice pezzo di carta” nella Comunicazione della commissione al Parlamento Europeo sul piano d’azione per l’istruzione digitale del 17/01/2018 emerge che gli Stati membri dell’UE sono impegnati a fornire ai giovani “l’istruzione e la formazione migliori”.
    La maggior parte dei ragazzi delle scuole elementari frequenta con orario a tempo pieno per un totale di 40 ore settimanali. Di queste 40 ore solo 24 sono necessarie per l’insegnamento delle materie tradizionali, le restanti ore come vengono impegnate? Attualmente le scuole aumentano le ore da dedicare agli insegnamenti delle materie tradizionali, perché non usare queste ore per introdurre laboratori didattici adeguati alle varie esigenze degli studenti?
    Bambini con disabilità riconosciute possono utilizzare queste ore per percorsi specifici d’apprendimento ma lo stesso dovrebbe essere fatto per quei ragazzi che manifestano spiccate capacità. Tenere questi ultimi ragazzi inchiodati ai banchi ad aspettare che il resto della classe abbia raggiunto l’obiettivo è per loro mortificante e stressante. Perché non proporre laboratori didattici integrativi? I testi scolastici sono pieni di esperimenti che potrebbero fare in queste ore extra, percorsi relativi alle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La maggior parte delle volte sono esperimenti che riescono a stimolare la fantasia solo di quei volenterosi che, tornati a casa dopo 8 ore di scuola hanno ancora la forza di aprire un libro per soddisfare le loro curiosità.
    Lo reputo devastante, controproducente e contro le priorità del piano d’azione per l’istruzione digitale su citato. Così come sono previsti percorsi speciali per chi ha problemi dovrebbero essere previsti percorsi speciali anche per i più brillanti. Sono convinta che la presenza di laboratori didattici interessanti dedicati a chi ha raggiunto l’obiettivo fissato possono essere da stimolo anche per chi è più pigro e resta indietro.
    Dal rapporto OCSE del 2016 (Innovare l’istruzione e istruire per l’innovazione: il potere delle tecnologie e delle competenze digitali) emerge che l’innovazione nell’ambito dei sistemi di istruzione, intesa come l’adozione da parte delle organizzazioni operanti nell’ambito dell’istruzione di nuovi servizi, nuove tecnologie e nuove competenze, può contribuire a migliorare i risultati dell’apprendimento, accrescere l’equità e incrementare l’efficienza.

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