Schiavitù senza padroni

di Alessandro Della Corte

Qualche tempo fa sono capitato su un articolo divulgativo che parlava di un recente esperimento di fisica fondamentale[1]:

Prendete un pallone. Da calcio, da basket, da pallamano; non importa. Sparatelo con un cannone e riprendete la scena con telecamere ad altissima definizione. […] Ora è il momento di fare un passo in avanti: rimpicciolite il pallone fino a farlo diventare un oggetto quantistico (un elettrone, un fotone; non importa) e ripetete l’esperimento con un mini-cannone e una mini-telecamera. Vi accorgerete che le cose cambieranno parecchio. Senza tirarla troppo per le lunghe, non riuscirete più a concludere la misura come prima. Perché la vostra mini-telecamera perturberà irrimediabilmente la traiettoria del mini-pallone, diventando di fatto parte integrante e attiva dell’esperimento. […] Piccola pausa: cosa vuol dire entangled? Il termine entanglement, che non ha una precisa traduzione italiana, definisce un bizzarro (l’ennesimo) fenomeno quantistico in cui due o più particelle sono intrinsecamente collegate tra loro in modo tale che le azioni o le misure eseguite su una di esse abbiano effetto istantaneo e irreparabile sulle altre. Con questo in mente, torniamo all’esperimento.

Eccetera, eccetera. Testi di questo tipo mi deprimono. Non perché l’esempio scelto (abbastanza a caso) sia particolarmente cattivo nel suo genere; si trovano facilmente cose molto più invereconde. Il mio problema è il genere stesso, e in particolare lo stile tipicamente usato. Si avverte l’ansia, il terrore che il lettore si spaventi, o peggio ancora si annoi e smetta di leggere. Lo si percepisce dal periodare convulso, dall’abbondanza di espressioni tipiche del parlato che dovrebbero dare sollievo tra una parola difficile e l’altra, dai grassetti distribuiti generosamente e un po’ a caso. Si può sentire tra le righe l’implorazione: leggete ancora almeno un po’, non aprite un’altra scheda, arrivate, ve ne prego, al prossimo punto fermo, al prossimo grassetto. Il risultato è un testo che sembra scritto per un lettore stupido, distratto e psicologicamente immaturo, e ciò nonostante si pone rispetto a quest’ultimo in posizione disperatamente subalterna.

Si potrebbe far passare un articolo di questo tipo per una meritoria operazione divulgativa diretta ad avvicinare alla scienza la parte di pubblico normalmente più lontana da essa, ma penso che sarebbe una bugia pura e semplice. La verità è che testi di questo genere obbediscono alle stesse logiche di tutti quelli che provano a massimizzare il numero di fruitori, come gli articoli di cronaca o di gossip, i manuali scolastici, le pubblicità. La ricetta quasi universalmente approvata è quella di tarare il messaggio proprio sul fruitore più stupido, più distratto e più immaturo che si possa immaginare. Mi viene in mente una scena da un film:

“Io avrei un pensionato di Foggia che ritiene di essersi messo in contatto con l’anima di papa Luciani attraverso una radio che si è costruito da solo. Pensa, ha dieci cassette registrate, sembra che abbia predetto la guerra in Jugoslavia, la pace tra palestinesi e israeliani e la fine di Eltsin. Il tutto in latino”. “Papa Luciani che parla in latino per venti minuti… e i telespettatori lo vedono, non cambiano canale, no? Tu sei una povera pazza.”

È uno scambio da una commedia in cui Verdone interpreta un autore televisivo che, in una riunione di redazione, risponde così alla proposta della collaboratrice. Il personaggio di Verdone non si pone affatto il problema dell’eventuale incredulità del pubblico di fronte alle panzane. Per lui il punto è che, pur essendo abbastanza ingenuo da crederci, lo spettatore non sarebbe comunque in grado di seguire il programma per un tempo sufficiente a capire di cosa si parli. Anche qui si obbedisce alla regola di tararsi sulla fetta più infima del pubblico potenziale, e anche qui il fine è quello di massimizzare l’audience (stavolta non c’è dietro alcuna pur teorica operazione meritoria).

La cosa che trovo deprimente nell’articolo di prima e nella riunione redazionale efficacemente messa in scena nel film non è la sfiducia verso l’umanità. Probabilmente chi per mestiere cerca di farsi guardare o leggere da più persone possibili sa quello che fa, e il fatto che le sue scelte tattiche implichino una considerazione molto bassa del livello intellettuale dell’uomo medio non mi sembra di per sé né riprovevole, né sorprendente. Mi deprime invece la facilità con cui le élites culturali (di cui fanno parte per definizione i giornalisti scientifici) si rassegnano a una disarmata obbedienza alle aspettative, neppure esplicite ma indovinate e anticipate, del peggior esemplare di pubblico che riescano a concepire.

Ma si tratta di una vocazione universale. Per appartenere stabilmente all’élite culturale, commerciale e politica, una condizione quasi necessaria è la disponibilità alla sistematica autoumiliazione.

La Apple è forse l’azienda più cool nell’immaginario collettivo. Steve Jobs è stato descritto in articoli, libri e film come un genio, un profeta, un uomo in grado di modificare il destino dell’umanità. E più concretamente, Apple fattura oggi più di 250 miliardi di dollari all’anno: una delle più grandi aziende al mondo. Penso si possa affermare che questo successo planetario è dovuto in primo luogo allo sforzo profuso da Apple per rendere i suoi prodotti hardware, i suoi programmi e le sue App a prova di idiota. Fin dal 1984, quando in un famoso spot televisivo per il pubblico del Super Bowl fu lanciato l’Apple Macintosh (che introduceva il cestino, la scrivania, le finestre, eccetera al posto della vecchia interfaccia con riga di comando testuale), Apple ha offerto al mondo sistemi operativi friendly e programmi “intuitivi”, e oggi sviluppa applicazioni per iPhone dedicando risorse ingenti a cercare di anticipare e prevenire tutti i modi possibili in cui un utente maldestro può fare pasticci utilizzandole. I suoi top-manager, mentre esibiscono platealmente una superficiale distanza dal consumatore medio nella loro quotidianità, obbediscono tuttavia con avida acribia alla legge del più stupido: non del piùstupido che c’è, ma del più stupido che riescano a immaginare (e quindi di lì a poco a generare), rincorrendo le aspettative espresse o inespresse di persone con cui difficilmente si degnerebbero di intrattenere qualunque rapporto personale, e trascinandosi dietro nella rincorsa, gioco forza, tutti i concorrenti. E forse sono vegani, fanno antigravity pilates ed escursionismo estremo e iscrivono i figli alle scuole steineriane per coltivare l’illusione di una pretesa distanza dalle masse, per dimenticare almeno a tavola, almeno in palestra, almeno in vacanza, il loro vincolo di obbedienza, e per sperare di affrancare la progenie dal loro destino. Un gioco di ruolo che mi pare l’esatto contrario dell’atteggiamento strafottente di Philip Marlowe, Sam Spade e William “Rocky” Sullivan, l’esatto contrario dell’essere cool.

Del resto quelli che per ottenere il proprio tornaconto dipendono dalle scelte quotidiane di milioni di persone si assomigliano tutti, per un nitido processo di convergenza evolutiva, che le loro merci siano prodotti informatici, notizie, deodoranti per le ascelle, surgelati, serie tv o abbigliamento. Zara e H&M devono produrre magliette che piacciano alla casalinga di Voghera, con materiali e processi di lavorazione che la casalinga di Voghera può permettersi di pagare. McDonald’s deve riempire il pane di zucchero per rendere il suo cibo spazzatura accettabile per i gusti beceri dei suoi avventori. Produttori di automobili, compagnie aeree, catene di supermercati sono tutti diligenti nel cercare di anticipare, o almeno percepire per primi i desideri dei cassintegrati Ilva e dei loro figli rider di Deliveroo e Just Eat. Così scrupolosi da pagare costose indagini di mercato, da finanziare influencer in grado di guidarne i gusti e perfino da sovvenzionare ricerca scientifica per sviluppare pseudo- intelligenza artificiale capace di indirizzare i loro messaggi pubblicitari alle orecchie più propense ad assecondarli.

Infine, ovviamente, i politici, ovvero l’élite per definizione e anche la classe che, sempre per definizione, in democrazia dipende totalmente dalle scelte delle moltitudini. Gli atti di autoumiliazione cui si sono resi disponibili i candidati alle elezioni non sono cominciati con i dibattiti televisivi, ma dopo la nascita di questi ultimi hanno conosciuto un salto di qualità. Nello storico confronto televisivo di Chicago del ’60 tra Kennedy e Nixon, il giovane (e populistissimo) candidato democratico si mostrò calmo, fiducioso ed efficace davanti alle telecamere, mentre il suo contendente appariva incerto e poco a suo agio. Lo storico Robert Gilbert ha scritto che Kennedy «looked to be radiating health», mentre Nixon era letteralmente poco in salute, reduce da un’influenza, pallido e grondante sudore. Quel dibattito ebbe un grande effetto. Tredici anni dopo, l’inizio di un analogo confronto tra Gerald Ford e Jimmy Carter fu ritardato di una ventina di minuti per un problema tecnico al sonoro, mentre i due erano tuttavia ripresi dalle telecamere. Terrorizzati dalle possibili conseguenze di un qualunque loro gesto che potesse mostrare debolezza o disagio agli onesti cittadini americani, i candidati stettero in piedi, immobili e in silenzio ai loro rispettivi palchetti finché il problema non fu risolto, pietrificati dal potere soprannaturale delle reazioni di pancia di milioni di John Smith. Oggi la macchina che cura la comunicazione televisiva e social dei politici è più raffinata. I governanti e gli aspiranti tali non sono più costretti a congelarsi solo nel breve tempo in cui sanno di essere di fronte alle telecamere di uno studio, perché possono essere catturati in un video in qualunque momento da chiunque, il che rende le loro scelte in fatto di acconciatura, di vestiti, di pulizie dentali e di calorie medie consumate al giorno una questione di vita o di morte. E se qualcuno spiega loro che milioni di persone seguono Twitter e Instagram, sono costretti a mettere a nudo anche la loro vera o presunta intimità, i loro spuntini di mezzanotte, le loro canottiere sudate in palestra. E infine, poiché l’esito naturale dell’autoumiliazione è da sempre la servitù volontaria, vogliono farlo, amano farlo, non saprebbero più farne a meno, come gli slave nel BDSM non possono fare a meno dei tacchi a spillo della mistress sulla loro schiena.

Quella di homo sapiens è una delle popolazioni di mammiferi più numerose che siano mai esistite, e numeri analoghi sono tipicamente raggiunti solo da specie strettamente connesse col mondo umano, come gli animali domestici, il bestiame, i ratti. Questa numerosità ha prodotto un mondo che forse ha senso definire innaturale, in cui si possono ottenere benefici enormi se si riesce ad assicurarsi che le scelte (anche insignificanti) di molti milioni di persone siano compiute sistematicamente a nostro vantaggio. In questo senso, la logica del comportamento delle élites mi sembra identica a quella dell’elemosinante, mentre il fattore di scala che magnifica il fenomeno, alterando i rapporti di forza tra chi chiede e chi concede, non dovrebbe mascherarne i meccanismi di fondo. In entrambi i casi, c’è qualcuno che chiede molto poco a ciascuno dei suoi “benefattori”, puntando tutto sul numero. Se i mendicanti chiedono spiccioli, la maggioranza delle aziende di successo, incluse le gigantesche multinazionali, chiede ai consumatori tutto sommato non molto di più: preferire, in genere a parità di prezzo o giù di lì, i propri prodotti a quelli della concorrenza. I politici e le élites culturali chiedono ancora meno. E se necessario sono disposti a mostrare gambe mozze e orbite vuote, a ballare sul tavolo e a cambiare postazione di continuo per spostarsi di volta in volta dove si prevede che passi la gente. La differenza è che una genuina vita da mendicante, abbracciata per fame e sfortuna, per credo ideologico o religioso, perfino per gioco, può essere di per sé degna di rispetto; ma come giudicheremmo un mendicante che scelga di vivere di accattonaggio per pura avidità?

In una delle sue avventure, Sherlock Holmes smaschera un apparentemente rispettabile uomo d’affari della City che vestiva quotidianamente i panni di un mendicante giocherellone, guadagnando tanto con le elemosine da riuscire ad assicurare alla sua famiglia una vita agiata nella campagna del Kent. L’uomo aveva capito che, collocandosi in un incrocio strategico, riusciva a intercettare abbastanza persone da giustificare la vergogna di mascherarsi e truccarsi da senzatetto, zoppo, con la faccia sporca di grasso e un labbro deforme. Era un avido, e scontava la sua comprensibile vergogna conducendo una sfibrante doppia vita all’oscuro dell’ingenua mogliettina, mentre i suoi simili potevano dormire sonni tranquilli sotto i ponti del Tamigi, più che soddisfatti se quella sera avevano racimolato tanto da procurarsi un cuscino di seconda mano o una coperta in più.

La sociedad del futuro: una esclavitud sin amos, ha scritto Gómez Dávila. Riconosco che probabilmente Dávila stava probabilmente pensando ad altro, ma come lui stesso ha ammesso altrove, el artista acierta por razones que ignora.

[1] https://www.wired.it/scienza/lab/2019/03/02/meccanica-quantistica-non-esiste-realta-oggettiva/

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1 commento su “Schiavitù senza padroni”

  1. Caro Alessandro, condivido i sentimenti di fondo e le valutazioni.

    Siccome il giornalista scientifico in questione ha scritto niente meno che 968 pezzi su Wired https://www.wired.it/author/siannaccone/ (che non ho avuto il piacere di leggere) ed e’ anche un docente https://www.mastercomunicazionescientifica.org/didattica/docenza/ penso che sarebbe auspicabile un suo commento.

    E se tale confronto si realizzasse, avrei una domanda specifica: quel pezzo e’ stato letto da uno degli autori dell’articolo oppure no? (Non mi si venga a dire che e’ in italiano, che proporlo in traduzione costerebbe poco o niente.)

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