Vite perpendicolari – II

Le analogie possono essere uno strumento comunicativo estremamente efficace. Lo sapeva bene Plutarco, che cercò di dipingere, nelle sue Vite Parallele, un’improbabile similitudine fra il suo nativo mondo greco e quello romano che lo aveva adottato. Ma forse ancor più istruttivi delle analogie sono i contrasti. Particolarmente interessanti, ad esempio, sono gli elementi di contrasto nelle vite di persone che, per i motivi più vari, possono essere sensatamente messe a confronto. In questa rubrica vogliamo appunto raccontare storie di uomini e donne più o meno noti e importanti che, a partire da rilevanti elementi condivisi, hanno conosciuto destini molto diversi.

Emanuel Lasker e Magnus Carlsen

di Alessandro Della Corte

 

 

 

 

Nel suo libro del 2007 How life imitates chess, Garry Kasparov sostiene (fin dal titolo volutamente provocatorio) che gli scacchi sono molto più di un semplice gioco e che la loro ricchezza può insegnare molto anche fuori dalla scacchiera. Kasparov si concentra soprattutto sulla dimensione individuale, cercando di tradurre la sua pluridecennale esperienza di scacchista di vertice in consigli utili all’affermazione personale. Ma il parallelo tra scacchi e realtà può spingersi molto più in là. L’evoluzione storica del gioco e della sua percezione sociale ne fanno infatti uno specchio sorprendentemente fedele, e per certi versi illuminante, della cultura coeva [1]. Le vite perpendicolari che consideriamo in questo articolo, quelle di due campioni mondiali di scacchi vissuti a più di un secolo di distanza, sono interessanti proprio per questo.

Emanuel Lasker nacque nel 1868 nella piccola cittadina prussiana di Berlinchen, non lontano dal confine con la Russia (oggi Barlinek, Polonia). Proveniente da un’umile famiglia ebrea (il padre era cantore nella sinagoga), per il giovane Lasker fu una fortuna che il fratello Bethold, di otto anni maggiore,  riuscisse a mantenersi a Berlino (dove si laureò in medicina) giocando a carte e a scacchi per piccole somme nei caffè. In questo modo, infatti, Lasker poté andare a studiare a Berlino a undici anni, sotto la protezione del fratello. Fin dall’infanzia, Lasker mostrò una notevole inclinazione per la matematica, che si consolidò nell’adolescenza. 

Kevitz, preside del Realgymnasium da lui frequentato e grande appassionato di scacchi, conservò copia della prova di matematica risolta da Lasker alla fine dell’ultimo anno. Il Realgymnasium era una scuola superiore di indirizzo scientifico (paragonabile per certi versi alla sezione fisico-matematica dei nostri istituti tecnici della stessa epoca), nella quale le materie principali erano matematica, inglese e francese. Sembra particolarmente interessante leggere il testo di questa prova oggi, a quasi 130 anni di distanza:

  1. Trovare il massimo cono inscritto in una sfera e il minimo cono circoscritto a essa;
  2. Trovare le tangenti all’ellisse e all’iperbole concentrica aventi le stesse lunghezze degli assi;
  3. Costruire e giustificare trigonometricamente un triangolo essendo date la differenza tra due lati, il terzo lato e l’altezza relativa a quest’ultimo;

Oltre a questi problemi il compito prevedeva la semplificazione di frazioni algebriche e una prova opzionale sulla cicloide. Secondo il racconto di Kevitz, Lasker completò tutte le prove in meno della metà del tempo concesso, dopo di che risolse anche quella opzionale.  

Il giovane Emanuel Lasker (sinistra) e un ritratto dello stesso dei primi anni ’20 (destra).

Lasker cominciò ben presto a emulare il fratello maggiore giocando a scacchi per soldi nel famoso Café Kaiserhof. Secondo il suo biografo Veinstein fu proprio la natura “concreta” del suo approccio agli scacchi in questa fase iniziale (dall’esito di una partita poteva dipendere la cena!) a insegnare a Lasker il senso di responsabilità per la singola mossa e l’abitudine a cercare risorse inaspettate anche in situazioni apparentemente disperate, che lo contraddistinse nella sua carriera [2].

L’editore e bibliofilo di scacchi D.A. Brendreth ha scritto [3]:

His ambition was to devote himself to the study of philosophy and mathematics, but to do so meant that he must find money for books, tuition, food and rent. So it was that upon reaching college age, Emanuel Lasker began to seriously devote time to chess, not for the love of the game, but to earn enough money to satisfy his educational desires.

In questi termini, si tratta forse di un’esagerazione, perché chiaramente il giovane Lasker sviluppò ben presto una grande passione per il gioco; è certamente vero, tuttavia, che a differenza di altri grandi campioni (come ad esempio, molti anni dopo, Bobby Fischer) Lasker non fece mai della sua passione una monomania, una circostanza sicuramente attribuibile in buona misura all’ampiezza di orizzonti culturali descritta da Brendreth. 

La formazione di Lasker proseguì brillantemente, anche se non rapidamente. Dopo essersi diplomato nel 1888, studiò matematica e filosofia a Gottingen e Heidelberg. In seguito lavorò brevemente come mathematics lecturer alla Tulane University di New Orleans (1893) e alla Victoria University di Manchester (1901), prima di completare il suo dottorato di ricerca (sotto la guida, tra gli altri, di David Hilbert) a Erlangen nel 1902.  

Nel 1905 Lasker pubblicò un risultato matematico di prim’ordine, fondamentale per l’algebra e la geometria algebrica, ovvero il teorema che afferma l’esistenza di una decomposizione primaria (un concetto che generalizza quello di scomposizione di un intero in fattori primi) in particolari strutture algebriche in cui i singoli elementi sono polinomi [4]. Questo risultato fu poi generalizzato da Emmy Noether in quello che oggi è conosciuto come il teorema di Lasker-Noether.  

La carriera scacchistica fu, per Lasker, molto più rapida di quella di matematico. Senza entrare in una disamina dettagliata dei suoi risultati scacchistici, ricordiamo brevemente i fatti principali. Intorno ai vent’anni Lasker era già un fortissimo giocatore, e nel 1894 sfidò e sconfisse nettamente l’allora Campione del Mondo Wilhelm Steinitz in un match per il titolo tenuto tra New York, Filadelfia e Montreal. Da quel momento la dominazione di Lasker sulla scienza scacchistica internazionale è stata impressionante: conservò il titolo per ben 27 anni (un record a tutt’oggi), e anche dopo averlo perso continuò a primeggiare in tornei di livello assoluto ancora per molti anni. Vinse (tra gli altri) i grandi tornei di Pietroburgo 1895/96, Norimberga 1896, Londra 1899, Parigi 1900, Pietroburgo 1914, Mahrisch Ostrau 1923, New York 1924    in quest’ultimo precedendo il ben più giovane campione del mondo J. R. Capablanca, che lo aveva sconfitto nel 1921 nel match per il titolo. 

Lasker fu un talento poliedrico e si interessò di moltissime cose. Una gran parte delle sue energie furono dedicate alla speculazione filosofica. I suoi scritti filosofici sono di carattere variegato, a volte sconfinando nella sociologia, a volte nella psicologia, e meriterebbero probabilmente un’attenzione maggiore di quella che hanno avuto finora. Lasker era interessato a studiare le caratteristiche e le leggi generali della lotta in tutte le sue forme e in tutti gli ambiti: sociale, politico, psicologico. A questo tema dedicò, oltre a pagine notevoli nei suoi libri di scacchi (ne scrisse diversi), un saggio filosofico intitolato appunto La lotta (1906). Altri suoi saggi sono La comprensione del mondo (1913), La filosofia dell’irraggiungibile (1918) e La comunità del futuro (1940). 

Tra gli interessi di Lasker ci furono poi altri giochi di notevole complessità. Fu infatti uno dei primissimi occidentali a giocare seriamente all’antico gioco giapponese del Go e inventò anche una forma particolare di dama, che chiamò Lasca, giocata su una scacchiera minuscola e con regole di cattura semplici, eppure tali da rendere il gioco terribilmente complicato. Scrisse inoltre anche di giochi di carte. Insieme al fratello Berthold fu autore di un dramma teatrale, La storia dell’umanità, rappresentato a Berlino nel 1925. Questo dramma fu una delle realizzazioni più importanti per Lasker, che teneva moltissimo al suo successo. Ricco di un complesso simbolismo volto ad esaltare il potere della logica e della razionalità umana, esso non fu però particolarmente apprezzato dal pubblico. 

Infine, non si può terminare questo breve ritratto di Lasker senza menzionare l’amicizia che lo legò, negli ultimi anni della vita trascorsi a New York, ad Albert Einstein. La cosa migliore è lasciar parlare Einstein stesso, che scrisse una prefazione a una delle biografie di Lasker [5]:

Emanuel Lasker è stato senza dubbio una delle personalità più interessanti che mi sia capitato di conoscere negli ultimi anni. […]

In poche persone è possibile ritrovare la straordinaria combinazione, presente in Lasker, di personalità indipendente e di ardente interesse per tutti i grandi problemi dell’umanità. […] Più volte, nelle nostre conversazioni, mi è toccato il ruolo di ascoltatore, poiché la natura creativa di Lasker era portata ad affermare le proprie idee piuttosto che ad accogliere quelle altrui. 

[…] La non comune potenza della sua mente, senza la quale non si può essere scacchisti, è sempre stata legata agli scacchi e lo spirito di questo gioco è sempre stato dominante, anche quando discuteva problemi relativi alla filosofia o all’umanità in generale. Eppure mi sembra che gli scacchi rappresentassero per lui più uno strumento di sussistenza che non il senso della vita. I suoi veri interessi erano connessi all’approfondimento della scienza e alla bellezza delle sue costruzioni logiche […].

[…] mi piace molto lo slancio di Lasker verso l’indipendenza, verso l’autoaffermazione – si tratta di una qualità così rara in una generazione dove quasi tutti gli intellettuali appartengono alla categoria dei conformisti.

***

Di solito gli appassionati di scacchi si compiacciono nel sottolineare che uno dei massimi esponenti del gioco, Lasker appunto, sia stato anche un notevole matematico e un interessante pensatore. In questo modo di vedere le cose c’è qualcosa di leggermente fuorviante. Sicuramente Lasker ebbe una statura intellettuale superiore rispetto alla media dei suoi avversari, ma i suoi profondi interessi culturali non contraddicevano affatto, all’epoca, lo stereotipo del giocatore di scacchi. Gli scacchisti di vertice a cavallo tra Otto e Novecento, e almeno fino alla prima guerra mondiale, si consideravano infatti degli intellettuali, e a parte alcune eccezioni erano in genere persone di non comune cultura e sensibilità, appassionati di arte, di letteratura, di filosofia, di politica – nonostante molti di essi, professionisti del gioco e privi di un reddito regolare, abbiano sofferto duramente per la scarsità di mezzi, come il geniale Carl Schlechter che morì in condizioni di povertà estrema nella sua città natale, Vienna, nel 1918. 

La classe intellettuale dell’epoca (specie in ambito mitteleuropeo, ma in buona misura anche in Italia) era un’entità fluida, che attraversava le più diverse condizioni sociali, il che appare particolarmente notevole se si pensa che pagare gli studi era enormemente difficile per le classi più povere. I rappresentanti della classe intellettuale si muovevano con disinvoltura tra un ambito culturale e l’altro e si sentivano in genere in diritto e, in una certa misura, in dovere di formarsi opinioni ragionate sui principali temi di interesse generale. 

Proprio perché gli scacchi sono stati tradizionalmente considerati una parte non irrilevante della cultura, la supremazia in ambito scacchistico si trasformò, nel corso del Novecento, da terreno di confronto per le capacità di singoli individui in banco di prova  privilegiato per la supremazia intellettuale tra le Nazioni, in particolare tra le due super-potenze emerse vincitrici dalla Seconda Guerra Mondiale. Questo portò, da un lato, all’intensificazione degli studi sul gioco, specie sulla cosiddetta teoria delle aperture, e all’elaborazione di metodi sistematici di allenamento: un processo che presenta tratti molto simili all’iper-specializzazione che ha riguardato tutte le discipline scientifiche; dall’altro lato, si è assistito alla trasformazione degli scacchi da gioco intellettuale in sport professionistico. 

 

Magnus Carlsen durante un’esibizione in simultanea nel 2004.

Quest’ultimo processo ha riguardato in realtà molte attività che, nate con finalità totalmente diverse, sono state trasformate in sport professionistici nel corso del ventesimo secolo: karate, vela, pesca sono alcuni altri esempi. Nel caso degli scacchi, il processo è ancora in corso. Molti organizzatori di tornei, ad esempio, premono per ridurre significativamente i tempi di riflessione concessi ai giocatori in modo da rendere le partite più “appetibili” per la trasmissione in diretta. Allo stesso tempo, la FIDE (Fédération Internationale des Échecs) ha cercato strenuamente di essere riconosciuta dal Comitato Olimpico Internazionale, giungendo ad esempio ad accettare i protocolli anti-doping standard richiesti da quest’ultimo [6]. Si tratta di uno dei tanti casi di un fenomeno generale: una riduzione della complessità dell’esistente entro schemi fissi e forzatamente limitativi, che giungono infine a diminuire la varietà, uniformarla e livellarla, tipicamente verso il basso. 

Fatte queste premesse, apparirà naturale che l’attuale Campione del Mondo di scacchi sia, innanzitutto, uno sportivo.

Magnus Carlsen è nato nel 1990 a Tønsberg (Norvegia). Talento precocissimo, è arrivato secondo al campionato mondiale under-12 del 2002, e meno di due anni dopo ha vinto il prestigioso torneo Corus (categoria C), tenuto annualmente nella cittadina olandese di Wijk aan Zee. A tredici anni e cinque mesi è diventato il secondo più giovane giocatore di tutti i tempi a raggiungere il titolo di Grande Maestro (la massima categoria prevista dalla FIDE). Nel 2009 è diventato il giocatore con il più alto punteggio Elo (un indice che misura la forza relativa dei giocatori) e nel 2013 ha superato le selezioni per disputare il match per il titolo mondiale contro l’indiano Viswanathan Anand, che ha poi sconfitto nettamente alla fine dello stesso anno. Da allora il suo dominio è stato impressionante: Carlsen ha raggiunto il più alto punteggio Elo mai ottenuto nella storia del gioco, è stato due volte campione del mondo contemporaneamente in tutte e tre le principali specialità [7], ha difeso il titolo vittoriosamente in tre occasioni e ha il record di partite ufficiali consecutive senza sconfitte (al momento 120). Molti esperti lo considerano il più forte giocatore di scacchi mai vissuto.

Magnus Carlsen posa per il marchio di abbigliamento G-Star Raw

Ma a parte questi travolgenti successi sulla scacchiera, poco altro si segnala come eccezionale nella vita di Magnus Carlsen. Appassionato di calcio, di sci e di fumetti di Paperino, Carlsen è per molti aspetti simile a tutti i grandi sportivi professionisti di oggi. Ha sponsor fissi (la compagnia di assicurazioni Arctic Securities e, di recente, la società di scommesse Unibet) e sfrutta a pieno i media per promuovere la sua immagine. Dotato, da grande sportivo, di un fisico atletico, ha posato per campagne pubblicitarie di noti marchi di abbigliamento a fianco di famose star di Hollywood. Inoltre gioca di frequente on-line contro avversari casuali (sul sito chess24), commentando le partite in modo estemporaneo nella trasmissione video in streaming: una vera delizia per gli appassionati, che possono così seguire i suoi processi mentali in diretta, e una dimostrazione di quanto egli si senta a proprio agio con i media.

Una delle più interessanti interviste di Carlsen, concessa nel 2010 al settimanale Der Spiegel [8], ruotava attorno al rapporto tra intelligenza e forza come giocatore di scacchi:

SPIEGEL: Mr Carlsen, what is your IQ?

Carlsen: I have no idea. I wouldn’t want to know it anyway. It might turn out to be a nasty surprise.

SPIEGEL: Why? You are 19 years old and ranked the number one chess player in the world. You must be incredibly clever.

Carlsen: And that’s precisely what would be terrible. Of course it is important for a chess player to be able to concentrate well, but being too intelligent can also be a burden. It can get in your way. 

[…]

SPIEGEL: Things are different in your case?

Carlsen: Right. I am a totally normal guy. My father is considerably more intelligent than I am.

[…]

SPIEGEL: You became a grandmaster at the age of 13 years, four months and 27 days; and there has never been a younger number one than you before. What is that due to, if not to your intelligence?

Carlsen: I’m not saying that I am totally stupid. But my success mainly has to do with the fact that I had the opportunity to learn more, more quickly. It has become easier to get hold of information. The players from the Soviet Union used to be at a huge advantage; in Moscow they had access to vast archives, with countless games carefully recorded on index cards. Nowadays anyone can buy this data on DVD for 150 euros; one disk holds 4.5 million games.

Si tratta, paradossalmente, di una delle più chiare manifestazioni di intelligenza dell’attuale Campione del Mondo. Le risposte di Carlsen smentiscono il luogo comune che lo scacchista geniale sia necessariamente una persona geniale, ma non c’è molto da stupirsi. Se gli scacchi non sono più percepiti come parte della cultura, gli scacchisti non sono più, evidentemente, degli intellettuali, e pertanto non c’è nessun motivo di aspettarsi da essi, al di fuori della scacchiera, interessi e capacità di analisi molto diverse da quelle dell’uomo medio. D’altra parte un ragionamento analogo si può ripetere a proposito dell’alta cultura in generale e della ricerca scientifica in particolare: se le singole micro-aree di specializzazione non concorrono a generare, come conseguenza fisiologica, importanti ricadute sulla cultura condivisa, i singoli ricercatori specializzati avranno meno motivi, e meno interesse, a considerarsi rappresentanti della classe intellettuale.

***

In Rocky IV, mentre Ivan Drago si allena con macchine avveniristiche e Rocky si allena spaccando legna, l’allenatore del campione americano gioca a scacchi contro il fattore russo che li ospita nel suo podere. “Scacco matto, compagno!” è l’ovvio esito della sfida, con un pedone nero che dà matto in b2 al re bianco su una scacchiera, per una volta in un film, orientata correttamente. La vittoria a scacchi dell’introverso allenatore simboleggia la supremazia intellettuale cha precede la vittoria pugilistica di Rocky su Drago; nel film del 1985, quindi, gli scacchi erano (goffamente) presentati come la “ciliegina sulla torta” con cui nobilitare lo scontro fisico. Ventidue anni più tardi Garry Kasparov, nel già citato How life imitates chess, ha scritto:

Anticipating Nike’s ad agency by two centuries, Goethe wrote, “Knowing is not enough; we must apply. Willing is not enough; we must do.”‘

Se la gloria di Goethe è stata quella di anticipare i pubblicitari della Nike, lo sport ha vinto. In Magnus IV (che forse sarà diretto da Sylvester Stallone) il campione di scacchi americano cercherà ispirazione in Mike Tyson e il suo allenatore riempirà di pugni il presidente di un circolo di scacchi cinese.

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Note:

[1] L’idea di Lucio Russo e del sottoscritto di esplorare sistematicamente questa possibilità in un breve saggio non incontrò molto favore da parte delle case editrici. Un peccato, secondo noi.

[2] B. Veinstein, Lasker. Filosofia della lotta. Prisma Editori, 1994. 

[3] Citato in: Egon Varnusz, Emanuel Lasker, Volume I, Schmidt Schach 1998.

[4] Lasker, E. (1905). Zur theorie der moduln und ideale. Mathematische Annalen, 60(1), 20-116.

[5] Citato in: B. Veinstein, Lasker. Filosofia della lotta. Prisma Editori, 1994. 

[6] https://web.archive.org/web/20110711170831/http://www.hinduonnet.com/2001/08/07/stories/07070206.htm

[7] Ovvero: classica, con tempi di riflessione lunghi, semilampo, con tempi più rapidi e lampo, con tempi brevissimi.

[8] https://en.chessbase.com/post/magnus-carlsen-on-his-che-career

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