La mission dello smart working


di Alessandro Della Corte

Uno degli istinti primari dell’uomo è quello di raccontare, si sa. E si sa che nei periodi di costrizione si tende, non appena possibile, a dare sfogo agli istinti. Per questi motivi il diario della quarantena è diventato un vero e proprio genere letterario, praticato da tutte le categorie di persone e a tutti i livelli. Si tratta ovviamente di una tendenza deprecabile, che andrebbe censurata da un rigido autocontrollo di tipo innanzitutto morale, ma che troppo spesso invece, in questa nostra epoca di mollezze, trionfa senza resistenze.
Questo breve pezzo non fa eccezione.


Ecco dunque la cronaca di una giornata tipica di telelavoro. Svegliatomi alle sette e mezza, alle otto e un quarto sono già pronto per mettermi all’opera. Rivedo brevemente gli appunti per la lezione (telematica), che poi tengo regolarmente dalle nove alle undici. La piattaforma che uso a un certo punto ha avuto un problema. Càpita, poco male: passo su un’altra piattaforma in meno di due minuti, e grazie alla chat LATEX che uso in parallelo, posso proseguire la scrittura esattamente dal punto a cui ero arrivato.
Alle dodici ho in programma una riunione (telematica) con tre colleghi. Dedico un po’ di tempo a rivedere gli appunti, in modo da massimizzare l’efficacia dello scambio. Durante la riunione si fanno alcuni progressi sul problema in oggetto, e si propongono idee per il prosieguo del lavoro. Ci diamo appuntamento di lì a quindici giorni. Nel frattempo possiamo lavorare congiuntamente sulla bozza che abbiamo caricato su Dropbox.
Alle sedici è prevista la riunione (telematica) di un organo accademico, cui partecipo dalla solita piattaforma virtuale. Sono abbastanza vecchio (‘79) da essere infantilmente divertito dall’algoritmo che mostra automaticamente le immagini dalla webcam della persona che sta parlando momento per momento. A volte qualche rumore di sottofondo fa scattare la webcam a sproposito, ma di solito non si vede niente di troppo sconveniente, e in ogni caso succede raramente. Nei momenti in cui la discussione non è proprio di interesse travolgente approfitto per gestire la spam, fare qualche ricerca su Scholar, aggiornare il registro (telematico) delle lezioni, dare un’occhiata (telematica) ai giornali, farmi un caffè (non telematico).
Alle diciotto ho appuntamento con un tesista. Una riunione preliminare: discutiamo solo le probabili linee generali della tesi e qualche riferimento bibliografico. Incontro breve, ma sufficiente a fargli cominciare il lavoro.
A cena – una salutistica zuppa di cereali, con lista degli ingredienti abbastanza corta da non disturbare il mio senso di colpa – sono soddisfatto. Controllo i miei impegni della settimana a venire su un’agenda virtuale e scelgo un film da vedere per la serata. Poi lo vedo, poi vado a letto.


La mia giornata tipo pre-Covid-19 era molto diversa.
Dopo essere entrato in dipartimento poco prima delle nove, comincio di solito con una piccola ma agguerrita fila alla macchinetta del caffè, che rende necessaria una certa concitazione quando, poco dopo, devo andare a lezione.
La riunione prevista per le undici e trenta viene spostata a dopo pranzo perché nel frattempo, alla seconda fila della giornata alle macchinette, ho incontrato un collega con cui comincio una discussione che parte dal problema della valutazione della ricerca e giunge all’importanza di vedere Hitchcock in
originale, inframmezzata dalle domande di qualche studente di passaggio.
Nel pomeriggio, dopo la riunione (trascorsa in certa misura a cercare il gesso e le carte con gli appunti), decido di dedicare finalmente un’ora alla sistemazione della mia pagina ORCID. Purtroppo, però, sono intercettato sulle scale da un collega di un altro dipartimento, che comincia a rispondermi su una questione su cui lo avevo interpellato più di un mese prima. Nel frattempo ho trovato una strada alternativa, per cui la risposta non mi interessa più così tanto… ma visto che è stato così gentile da perderci tempo non posso certo sottrarmi, quindi buona notte all’aggiornamento di ORCID, e probabilmente anche alla prevista sessione da dedicare a quel benedetto referaggio che sto rimandando
da troppo tempo.
Poco prima di cena cerco i colleghi della riunione di prima, perché forse mi è venuta in mente una cosa interessante, ma purtroppo sono sparsi in giro, per cui dopo poco rinuncio. A cena, tipicamente molto meno salutistica visto che di regola si va in agriturismo, si chiacchiera in ordine sparso: politica, problemi di tassellamento del piano, aneddotica su colleghi e studenti, Greta, Trump. Complice l’amaro della casa, si fa più tardi del previsto, per cui non riesco a seguire, come avrei voluto, la trasmissione dal vivo su Youtube da quel bel canale di didattica della matematica. Vado a letto con l’impressione di aver lasciato troppe cose a metà e un lieve bruciore di stomaco.


Col telelavoro riesco a fare molte più cose tra quelle che sono in agenda. Anzi: praticamente non c’è più differenza tra la mia agenda e la mia giornata, e questo, a ben guardare, è un problema. Perché l’idea potenzialmente interessante, forse, è venuta fuori proprio dopo aver ascoltato il collega zelante,
che mi diceva cose cui mi sembrava di non essere interessato, ma che in realtà hanno stimolato connessioni inaspettate, per cui quel vago senso di déjà vu che avevo nei tempi morti della riunione (che, peraltro, non sarebbero esistiti per via telematica) si è consolidato in una similitudine più precisa.
Inoltre le domande degli studenti, formulate dopo che avevano avuto un po’ di tempo per digerire la lezione, mi hanno fatto capire che quella cosa lì la posso fare in modo un po’ diverso, la prossima volta. E le chiacchierate, anche quelle su Hitchcock e su Trump, hanno spezzato i miei pensieri (e a volte è un
bene) e mi hanno insegnato delle cose. Mi hanno aiutato a stabilire contatti non strettamente monodimensionali con le persone con cui condivido gli spazi di lavoro, ma al contrario più variegati, imprevedibili. Se non fosse per le chiacchierate casuali saprei meno cose (anche di tipo tecnico) di quelle che so, e meno bene, e con minore idea delle loro connessioni esistenti o potenziali. E soprattutto mi sarei privato di uno dei piaceri della vita.
Riassumo quindi la mia posizione, forte dell’esperienza di un lockdown e mezzo. Sono lontano dai trionfalismi di chi saluta con deprimente ottimismo l’avvento di una nuova epoca di telelavoratori. Ma sono anche lontano da chi vede nel telelavoro il nuovo spettro che si aggira per l’Europa. Entrambe le
categorie non riescono a vedere le cose nella giusta prospettiva.
Penso invece che possiamo tollerare il lavoro da casa. Possiamo perfino riconoscervi qualche lato positivo. Passata l’epoca del Covid-19, mi auguro che farà ancora capolino quel tanto che basta a svolgere la sua vera mission: aiutarci a gestire la spam e tenere in ordine la pagina ORCID. Propongo quindi, anche in tempi meno epidemici, l’istituzione della “settimana annuale del telelavoro”. Un po’ come c’è la settimana del riciclo del sughero e quella per la barbabietola DOP.

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