Connotazione, confusione e minestrone. Ovvero come i linguaggi oscuri possano far danno.

di Edoardo Gianfagna

Gli ambienti in cui sono cresciuto, coloriti, rumorosi e schietti, erano popolati da individui spicci, a corto di studi, assorbiti da negozi ed impellenti necessità pratiche, rispettosi della cultura del medico, del professore, del commercialista o del notaio; ma anche capaci di impiparsene, quando pareva che quella cultura non si interessasse minimamente ai loro problemi. Così feci mia un’idea del sapere intrisa di utilitarismo, cioè della convinzione che le cose che sappiamo debbano servirci a qualcosa.

Essendo duro di comprendonio impiegai gli anni del liceo per capire che quell’idea era una mezza fesseria. Il bisogno di conoscere, la curiosità che mi avevano spinto ad osservare per ore il brulicare dei formicai davanti all’uscio di casa, potevano non avere alcuna ricaduta pratica immediata; inoltre – pensavo – ciò che sappiamo può essere utile in modo diverso dal modo in cui è utile la patente di guida, o un’affettatrice. Ciò che sappiamo può servire a cambiare il modo di pensare, prima che di agire; e può essere utile a sapere ciò che dobbiamo credere: il che non è poco, anche se è un’utilità immateriale.

Quando feci cenno alla mia propensione speculativa ed alla volontà di frequentare una facoltà universitaria, per di più umanistica, crebbe lo sconcerto di tutto il parentado, che già fremeva all’idea di vedermi produttivo, fuori dal pantano teorico. Tenni botta, misi le mie quattro idee in fila e mi iscrissi all’ateneo statale di Milano pensando che la mia curiosità potesse trovarvi qualcosa cui appiccicarsi, per darsi un ordine.

Là incappai in parecchi dipartimenti in preda a un’ubriacatura culturale: i testi di cui era richiesto lo studio erano verbosi saggi simili a caverne buie dove risuonava lontana l’eco delle intestine suggestioni degli autori. Parevano scritti in sogno per essere letti in sogno: non per gettare luce nuova su questioni importanti, così che il lettore le potesse capire meglio, una volta desto; ma, al contrario, per farlo brancolare in una nebbia dove non si distingueva quasi nulla. Le pagine si succedevano quasi sconnesse l’una dall’altra, o connesse in modi sottilissimi ed incerti, in una vera esperienza onirica.

Per me la lettura di Foucault, Derrida, Deleuze, Guattari, Lyotard o Lacan era un piccolo supplizio, una prova di fede nel potere degli oracoli, che pure continuavano a raccogliere adepti. Me ne stavo per ore a cercare un’asserzione netta, un punto d’appoggio saldo – foss’anche un dubbio formulato in modo deciso –, una fessura attraverso la quale spiare dentro a quelle tortuose elucubrazioni sorrette da svettanti pinnacoli linguistici; volevo venire a capo di quei micragnosi preamboli al nulla, sperando di trovarvi qualcosa di buono da opporre ai miei nemici domestici, che mi tenevano sulla graticola. Macché. Poco o nulla di servibile; con l’aggravante che, col passar del tempo, il fronte degli autori e delle correnti di pensiero che trovavo indecifrabili s’allargava e ramificava, passando da una disciplina all’altra attraverso una compiaciuta rete di citazioni, rimandi ed accenni, dove andavo a ficcare il naso invano.

La noia mutò in irritazione e fastidio. Cominciai a scorgere l’alone beffardo delle parole che mi voltavano le spalle sulla pagina. Dopo essersi liberate dei significati correnti, dopo aver disarcionato il senso comune, sembravano non avere altro scopo che rifarsi da capo una storia tutta loro, darsi un senso segreto che escludesse il resto dell’umanità indegna. Era un parlare evanescente, sospiroso, super-figurato, allusivo, pomposo di trattini, turrìto di virgolette e di neologismi innecessari; innecessari proprio perché non portavano a nulla di nuovo: almeno che fosse alla mia modesta portata.

Per ogni lettura universitaria abortita muovevo un passo verso la stretta utilitaria degli zii, che approfittavano d’ogni mio silenzio per ripetere la solfa secondo cui il mondo avanza grazie a chi fa, e non grazie alle chiacchiere inutili. Meditai l’abbandono degli studi, poi qualcosa mi trattenne. Mi aggrappai ai classici, ai testi fuori moda e a qualche maestro che percorreva i corridoi del tempo per spiegare il suo pensiero[1], anziché invilupparlo. Ne venni fuori. Ma senza scordare le obiezioni dei parenti.

***


La denotazione e la connotazione sono due modi di dare forma al proprio pensiero attraverso il linguaggio. Si può usare la frase «il giorno si fa buio» per descrivere una mera evenienza meteorologica o astronomica; oppure la si può usare per evocare le difficoltà, la cupezza di un certo passaggio esistenziale. A questi due usi corrispondono due attività umane distinte, ma non separate.

Denotare vuol dire servirsi delle parole e dei costrutti linguistici tenendosi stretti i loro significati letterali, quelli primari, riportati sul dizionario, almeno fin dove è possibile. Chi denota cerca di organizzare ciò che pensa attorno a segni d’uso consolidato perché ciò che intende comunicare (cioè mettere in comune) deve trovare un’esatta corrispondenza nella capacità immaginativa altrui, in vista di una trasmissione puntuale e fedele delle idee e dei concetti a tutti coloro che ascoltino o leggano. Parlare o scrivere in modo denotativo non equivale affatto a mettere scarsa cura nella scelta delle parole, ma semmai equivale a mettere un tipo specifico di cura.

Connotare vuol dire contare sulla capacità delle parole e dei costrutti linguistici di instaurare relazioni reciproche e rapporti con le cose che siano inconsueti, così ché il pensiero che prende forma spazi oltre il solo significato letterale del discorso, trovando un’adeguata corrispondenza nella particolare ed irripetibile curvatura che quelle parole e quei costrutti assumono in quel luogo, sotto il pungolo di quelle sensazioni. Anche la riuscita di quest’atto espressivo (e compositivo) non può dipendere solo dallo sforzo esercitato direttamente sulle parole e sui costrutti, ma deve fare i conti con le circostanze esterne al testo, con la sensibilità e la disponibilità altrui, con il sedimento delle idee e dei concetti che quei costrutti cercano di modellare, con l’alone emotivo e con la rete di nessi associativi che ogni parola trascina già con sé, nel vissuto d’ogni individuo.

A ben guardare qualsiasi testo (come intreccio di parole e frasi) cessa d’avere significato non appena viene del tutto sconnesso dalla realtà a cui rimanda. Perché? Semplicemente perché il testo non è un ente autosufficiente. È una mera ideazione umana che risponde a bisogni umani, i quali – almeno sotto alcuni aspetti – devono essere già noti a chi lo avvicina. A maggiore ragione è impossibile che un testo riesca ad evocare i significati accessori, metaforici e traslati dei termini che utilizza quando è ignoto il contesto che li sostiene. Un testo avulso dal contesto in cui è stato concepito esaurisce molto presto le sue risorse connotative, che sono le prime a diventare incomprensibili. Dunque, parlare o scrivere in modo connotativo non equivale affatto a parlare o scrivere della realtà con maggiore approssimazione; equivale semmai a parlare di un tipo di realtà che dimora un versante soggettivo e fragile dei significati, per i quali l’intesa con chi ascolta o legge va stabilita e rinnovata di continuo, pena l’insignificanza.

Chi denota si appoggia ad un ordine delle cose noto, e la cui notorietà è impersonale, aspira a farsi universale; chi connota non si limita al reimpiego di quell’ordine ma aspira a farne emergere il proprio contributo personale, il proprio vissuto interiore quale interpretazione, integrazione e declinazione di quell’ordine.

Le scienze esatte, come la matematica, sono l’ambito in cui si manifesta meglio la vocazione denotativa del linguaggio. Esse ambiscono a trasmettere concetti ed idee in modo inequivoco ed oggettivo. Gli insegnanti sanno bene quali guasti può produrre l’introduzione di un termine approssimativo in seno ad una definizione di tipo scientifico. Le scienze dure hanno bisogno di descrivere alcuni aspetti della realtà, o addirittura di prevederne i moti; il che può avvenire solo attraverso un linguaggio rigoroso, scevro d’ambiguità, mondato dalle genericità previsionali (quelle dell’oroscopo) così che ad ogni termine corrisponda un certo concetto e ad ogni concetto corrisponda sempre un certo termine.

La poesia, d’altra parte, di solito bazzica il campo della connotazione. I poeti e gli artisti coltivano l’uso del linguaggio figurato ed indiretto, sapendo bene che, per svolgere il proprio compito, non possono limitarsi ad applicare il linguaggio scientifico ai sentimenti ed alle sensazioni, come farebbero lo psicologo e lo psichiatra. I poeti hanno bisogno di piegare, di flettere (per molte vie, e con esiti variabili) il senso letterale delle parole che assemblano, rendendolo più conforme alle loro esperienze soggettive. Senza questa operazione antica come l’uomo, l’io poetico resterebbe in gran parte incomunicato, o declassato a fredda registrazione di fenomeni d’altra natura.

Il poeta anela a suscitare la realtà interiore, più che a descriverla. Le emozioni e i sentimenti che prova di volta in volta sono solo i suoi, sono unici, sono incommensurabili con quelli di chiunque altro, almeno finché egli non dà loro una forma nuova, accessibile agli altri per pura consonanza. Per questo il poeta espande il significato delle parole: per spiegare ciò di cui per via strettamente denotativa non sa rendere conto con esattezza; per raggiungere un’intesa, magari insicura ed oscillante, con l’esperienza altrettanto isolata e puntiforme di chi lo ascolta.

Certo, la poesia non è insensibile ai bisogni più tipici delle scienze, e viceversa. La poesia non può obliterare del tutto il significato corrente delle parole che impiega, pena lo smarrimento d’ogni capacità di coinvolgere in qualcosa che – a quel punto – apparirebbe come lo stato allucinatorio dell’autore[2]. E le scienze, dal canto loro, non possono privarsi delle molte innovazioni, estensioni e precisazioni tecniche al linguaggio comune, poiché esse sono necessarie ad evitare i malintesi generati da un uso troppo libero delle parole, ad indagare con acribia i vari piani di realtà astratti dall’esperienza ordinaria. Persino le similitudini o le allegorie possono essere di qualche utilità nel dibattito scientifico.

Ciò premesso, ritengo che chiunque possa peccare per eccesso o per difetto, anche nell’uso del linguaggio connotativo. Può senza dubbio accadere ai poeti, quando non modellano le parole e i pensieri sul calco delle proprie sensazioni ma s’accontentano d’uno stracco sentimentalismo, generico e superficiale; oppure all’opposto, quando, assorbiti dal sentire immaginifico, sciolgono del tutto i propri legami con il mondo là fuori per continuare a fissare il proprio ombelico. Può accadere in altri ambiti, soprattutto se si diffonde l’errata convinzione che anche le idee e i concetti da comunicare – proprio come le emozioni e i sentimenti – discendano da sensazioni soggettive uniche ed irripetibili (anziché radicarsi nelle forme più o meno condivise del pensiero, magari anche per liberarsene grado a grado) e in quanto tali debbano appellarsi alla sensibilità personale ricorrendo all’aiuto di linguaggi elaborati in vista di questo fine.

Il ricorso al registro connotativo non prevede l’utilizzo di dosaggi prefissati, che cambino a seconda dei generi, delle discipline o dei diversi campi d’interesse. Ciascuno può utilizzare lo stile, il registro comunicativo che ritiene confacente al proprio intento. Tuttavia non possiamo fingere di non sapere che l’eccesso connotativo (come tutti gli eccessi) impedisce di andare a bersaglio e che ciò può accadere in ogni ambito; o meglio: impedisce di andare a bersaglio nei casi in cui il bersaglio è dire qualcosa di comprensibile ed inequivoco.

L’eccesso di connotazione, e cioè lo sradicamento delle parole e dei discorsi dal senso comune, conduce a un «giorno buio»[3]. È accaduto spesso anche in passato. Galileo Galilei, campione di rigore, limpidezza e precisione in prosa, compendiò il problema da par suo: «parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi»[4]. La troppa connotazione non nuoce soltanto alla chiarezza di ciò che si dice e si scrive sotto l’effetto dell’incanto autoreferenziale, ma – di ritorno – nuoce alla salute dello stesso senso comune, il quale, come abbandonato a sé senza cure, non riuscendo a trarre alcuna linfa ed ordine dal nuovo sapere[5], s’allontana presto dal buon senso e finisce coll’assimilare quel che trova disponibile sulla piazza: gli slogan, i formulari commerciali, le trivialità televisive, la peggiore pseudo-scienza[6]. In questo circolo letale il senso comune si corrompe e confonde, diventa rozzo e impreciso fino a trascinare con sé le nostre menti. Certo, il senso comune non va certo corteggiato ed idoleggiato, soprattutto perché non è qualcosa di omogeneo, e usa opporre resistenza ai progressi della conoscenza umana. Se però vogliamo che segua quei progressi, che si adegui più o meno docilmente ai grandi cambiamenti d’orizzonte, i quali sono non di rado contro-intuitivi, contrari al senso comune, non possiamo ingenuamente lasciarlo in un angolo sperando che si faccia da sé[7].

 Lo sradicamento dei linguaggi dal senso comune può mandare alla malora anche il segno nelle arti figurative o nel cinema cosiddetto «d’autore». Forse non esistono campi e discipline che non siano incorse nella tentazione di spingersi troppo in là, abbandonando i propri capisaldi narrativi, cadendo preda di una vera possessione. Quegli afflati creativi troppo vasti, che appannano quasi sempre la visione d’insieme nel vano tentativo di risolvere a colpi di metafora anche i problemi che dovrebbero essere affidati al raziocinio, non hanno risparmiato nessuno: tantomeno coloro che, a chiacchiere, si professavano i più sensibili alla causa dell’acculturamento dell’uomo comune.

Le arti e i discorsi sulle arti paiono sovente soffocati da una pulsione decadente alla figurazione retorica ed allegorica; da un investimento estetico che antepone l’espressione della soggettività dell’autore alla chiarezza del suo messaggio; dall’esigenza compulsiva di riprodurre i moti d’animo generati dalle cose più che analizzare le cose stesse. I valori affidati all’opera appaiono aleatori, instabili o relativistici; mobili fino ad apparire informi; e il linguaggio, privo di un alfabeto e di una grammatica visiva intelligibile, appare più un grumo concettoso che un’orditura di significati sensata. Credo sia per questo che i critici, i curatori delle mostre d’arte contemporanea e le guide museali si affaccendano di frequente a parole – non sempre riuscendoci, ché spesso aggiungono solo fumo al fumo – per riempire di qualche polpa opere che altrimenti apparirebbero come gusci vuoti, buoni solo a produrre qualche rumoroso cozzo.

L’alibi che troppi artisti adducono a propria discolpa è – cosa alquanto bizzarra – di tipo storico. Osservano che i capolavori del passato sono stati male accolti, hanno destato scandalo perché la gente non li capiva. Questi autori non sembrano intendere che ciò che genera riprovazione e suscita scandalo è ben diverso da ciò che appare insensato e muto. La gente può benissimo non capire perché non c’è modo di capire, senza che vi sia alcuno scandalo.

Anche le scienze umane e sociali possono subire le tentazioni di questo emotivismo[8], che a me pare il vero grande movente d’ogni attuale smodatezza connotativa, e di molte altre storture taciute[9]. Non è raro che i sentimenti e le aspettative di chi avanza importanti tesi dall’ampia risonanza culturale, politica e sociale infiltrino l’analisi dei fenomeni[10] di cui si occupa. Ma ciò non accade nel senso auspicabile, cioè quello per cui la comunità scientifica ha riconosciuto da tempo la dignità dei sentimenti e delle emozioni: come oggetti di reale interesse nell’ambito dello studio della natura umana e della Storia; come efficaci rivelatori del pensiero pre-conscio ed inconscio; oppure come veritiere espressioni degli appetiti che muovono il mondo. No, non accade in questo senso. Accade invece nel senso più irrazionalistico, quello secondo cui i sentimenti e le emozioni devono avere una parte attiva nel dispiegarsi del ragionamento e nell’articolazione del discorso. Ciò, purtroppo, rimarca una grave confusione: le funzioni cui presiedono le due facoltà, pur non essendo separate, dovrebbero infatti rimanere ben distinte tra loro[11].

La recente flessione delle scienze umane e sociali secondo forme espressive che possono richiamare l’incedere alogico della poesia non corrisponde alla nascita di un nuovo genere fecondo, una sorta di saggistica d’impianto lirico. È invece una chimera sterile che spesso adultera entrambi i generi, applicando alcuni modi della poesia a temi e problemi che sarebbe bene affrontare senza ricorrere alle passioni ed alle suggestioni personali.

Quella maniera di pensare e scrivere in prosa non è poesia, foss’anche ermetica. La poesia è una riflessione lucida sui sentimenti legati alle cose, e si serve di un’espressività ragionata al preciso scopo di superare l’irriducibilità di quei sentimenti al solo linguaggio denotativo; la poesia non è una riflessione su temi di interesse oggettivo offuscata dalle emozioni e dai sentimenti – non da ultimo il narcisismo – per quanto incipriati da un’ideologia ben sedimentata o dai successi di una carriera con vista panoramica.

Inoltre, quella produzione dalla distorta cifra emozionale non è nemmeno saggistica. Le manca la netta discorsività della prosa argomentativa che arriva a qualche conclusione di cui si possa discutere apertis verbis. Di solito è dominata da un gergo più o meno altisonante[12], da un gregarismo stilistico fiorito in ossequio ai capiscuola più potenti. Non approda quasi mai a definizioni o affermazioni servibili, a qualcosa cui si possa accennare a tavola, approfittando del torpore digestivo degli avversari: che, al sentir un simile ciangottìo, dopo aver socchiuso gli occhi, riderebbero di gusto. Quel linguaggio è contraddistinto da un dire traslato, evasivo, perpetuamente preparatorio e falsamente apodittico, mentre la sua inconcludente astrusità[13] e la sua vuotezza sostanziale, quand’anche scosse dall’urgenza dei problemi da risolvere, lasciano intravedere la posa altezzosa ed impettita di chi s’attribuisce meriti speciali, che poggiano su un’insopprimibile presunzione.

Di quale presunzione parlo? Parlo della presunzione di troppi intellettuali e studiosi d’essere tra coloro cui spetta il compito di rifare da capo il mondo, grazie alla meticolosa ripulitura delle lenti della propria disciplina, grazie all’analisi finalmente smagata di un certo problema, assurto a paradigma di tutte le aberrazioni percettive che ci impediscono di vedere davvero come stanno le cose.

Già. Ricominciare da capo. Finché l’uomo e la società non saranno scrutati con occhi novelli – pare spieghino quegli uomini di cultura – la trasparenza dei loro discorsi sarà impossibile: perché quelle parole sono già oltre, parlano di ciò che potrebbe finalmente essere se solo ci risvegliassimo dal nostro sonno millenario: che ovviamente è pure un sonno sintattico e lessicale. Quanto più le loro idee paiono inafferrabili, come il vento tra le mani, tanto più è facile che incapsulino l’invito ad una radicale svolta di vita e di pensiero: che spazzi via tutto azzerando quanto detto e fatto fin qui, che sveli il senso ancora occulto del nuovo verbo e che porti giustizia ovunque gli attuali schemi mentali, ormai sfibrati e fasulli, rendono sopportabile l’insopportabile.

L’ibrido irragionevole della conoscenza sentimentalizzata arriva dappertutto, anche nello spazio delle scienze naturali. Anzi, forse ci guazza con gusto, perché son poche le cose che agitano gli esseri umani nel profondo come la natura della natura: da molti vissuta come matrigna, da altri come madre benigna capace di provvedere al meglio per ciascuno; in entrambi i casi, con spirito tanto puerile da garantire reazioni accalorate anche in improbabili discussioni aperitive sul genoma dei virus.

La tentazione di scaldare i freddi ragionamenti è tanto più forte quando le scienze naturali s’impegnano nella nobile ma difficile arte della divulgazione[14]. Alcuni divulgatori possono sentire l’esigenza di surrogare il piacere della scoperta, che il grande pubblico può trovare troppo impegnativo. Ecco allora che, dove le parole comuni non arrivano per l’astrattezza delle teorie e dei concetti, si cerca di arrivare per similitudini ed analogie, aprendo le cataratte della connotazione: in men che non si dica si accende la miccia dell’emozione, i petti palpitano del sentimento del sublime, tracima il meraviglioso[15]! Balza dalla magnificenza del bosone di Higgs all’intelligenza sconfinata dei macachi, dalla potenza dei neuroni-specchio all’immensità del cosmo in espansione, dalla relatività del Tutto allo snodarsi dei mondi paralleli, dalla gravità quantistica alle missioni su Marte, dall’entanglement alla bilocazione del corpo astrale, dal triangolo delle Bermuda alla teoria delle stringhe, dai misteriosi arsenali scientifici della civiltà egizia alle colonizzazioni aliene, dalle profezie di Nostradamus agli wormhole spazio temporali, dalla stella Nemesis all’antimateria, dal genio di Tesla allo sciamanesimo siberiano, dall’energia di Stonehenge alla civiltà di Atlantide, dalla vita su Callisto alla telecinesi, dal gatto di Schrödinger alla telepatia dei delfini, dal cane di Pavlov all’astrologia cinese, dal tacchino induttivista all’animale totemico, dalla nebulosa testa di cavallo all’esistenza degli unicorni,dai topi di Calhoun al vampirismo, dai mostri degli abissi oceanici alle altezze del faro di Alessandria… per esplodere infine – con sottofondo musicale di György Ligeti – nello yeti redivivo o nel segreto dei violini Stradivari allestiti con le corde vocali dei defunti: in un enorme minestrone emozionale di sapere e congetture, dove – dentro una sola marmitta – sono mescolati studi di valore scientifico difendibile, curiosità fuorvianti e ghiribizzi da feuilleton.

Insomma, quando si rompe l’equilibrio tra le ragioni della denotazione e i sentimenti della connotazione le conseguenze sono grottesche o gravi.

In alcuni ambiti il parlare oscuro e contorto allontana chi l’ascolta, ne alimenta la pigra repulsione verso ciò ch’è utilmente intellettuale a causa del fastidio per ciò che invece è intellettualistico; diffonde tra le persone l’odio o l’indifferenza nei confronti della cultura in genere, accresce l’impazienza verso ciò che richiede un giusto sforzo di comprensione.

In altri ambiti il parlare vacuo, suggestivo e traslato di chi blandisce gli umori dell’uomo comune a forza di immagini seducenti ma prive di costrutto, lo consegna alle pseudo-scienze, alla pseudo-arte, al pensiero infante, ai truffatori, ai ciarlatani ed ai demagoghi, che lo possono turlupinare e manipolare a piacimento.           

Ma, mentre l’arte – smarrita la bussola della ragionevolezza – può fallire l’obiettivo del bello (di cui molti paiono non avvertire affatto la mancanza), le scienze sentimentalizzate falliscono l’obiettivo del vero. E questa è una cosa diversa, soprattutto perché non passa mai troppo tempo prima che l’essere umano cominci a riempire il vuoto lasciato dal pensiero razionale con le molte fanfaluche che gli capitano sottomano.


NOTE

[1] Non servono molti buoni maestri nella vita, ma certo ne serve almeno uno. L’amico professor Franco Manni è stato colui che più di tutti mi ha invitato a diffidare delle mode passeggere, mi ha aiutato ad orientarmi nello studio di ciò che mi stava a cuore, a partire dai pensatori che non avevano lesinato nitore d’idee.

[2] Cfr. T. S. Eliot, Tradizione e talento individuale (1919): «quanto più perfetto è l’artista, tanto più rigorosamente separati resteranno in lui l’uomo che soffre e la mente che crea, tanto più perfettamente la mente assimilerà e trasmuterà le passioni che sono il suo materiale».

[3] Ludwig Wittgenstein [Ricerche filosofiche, § 133] non esita a chiamare «malattia» la perdita d’aderenza dei concetti e del linguaggio di cui si serve il pensatore alla realtà ordinaria: «il filosofo è un uomo che deve guarire in sé molte malattie dell’intelletto prima di poter giungere alle nozioni del sano senso comune».

[4] In Considerazioni al Tasso, 1586-1588. In quest’opera Galilei mette addirittura sotto processo lo stile di Torquato Tasso per una supposta mancanza di precisione terminologica che lo condurrebbe a vacuità e verbosità. Mentre l’Ariosto riempie le stanze di «cose» – afferma Galilei – il Tasso le riempie di «parole».  

[5] La dinamica, almeno quando è virtuosa, è ben descritta in Bernard J. F. Lonergan, Sull’educazione, Città Nuova, 1999, Roma; in particolare si veda la Lezione III, pp. 85-124.

[6] «Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». Alessandro Manzoni formula così (I promessi sposi, cap. XXXII) l’idea che il senso comune, al tempo della peste del 1630, s’era corrotto per mancanza di criterio nel giudizio.

[7] In tal senso ho trovato molto belle e convincenti le parole di Jaques Maritain, Distinguere per unire. I gradi del sapere, Morcelliana, Brescia, 2017, pp. 108-118.

[8] Cfr. Alasdair MacIntyre, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, Arnoldo editore, Roma, 2007.

[9] Le lodevoli eccezioni ci sono: penso al pungente Imposture intellettuali, di Alan Sokal e Jean Bricmont, pubblicato in Italia da Garzanti nel 1999; o a Jean-Marc Mandosio, Longevità di un’impostura: Michel Foucault, Enrico Damiani Editore, 2017.

[10] Si pensi al dibattito sull’esistenza delle razze e sul razzismo, pure qui su Anticitera.org: https://anticitera.org/2019/01/10/razzismo-razze-e-political-correctness/

[11] A tal proposito ho trovato molto interessante e insieme scoraggiante il dibattito svoltosi su MicroMega, n. 8/2020, tra Paolo Flores d’Arcais, Roberto Esposito ed altri a proposito del pensiero di Michel Foucault, che io ho sempre ritenuto vuoto ed incomprensibile. Il mio scoraggiamento è nato proprio dall’incomprensibilità delle argomentazioni di coloro che volevano render conto della sua incomprensibilità.

[12] Non posso non ricordare l’illuminante articolo di Italo Calvino, L’antilingua, pubblicato su «Il Giorno» il 3 febbraio 1965. Qui egli giunge a parlare del «terrore semantico», cioè della paura del significato delle cose reali e quotidiane, che in ultima analisi è un «odio per se stessi». Il riferimento specifico era il linguaggio «burocratese».

[13] Norberto Bobbio aveva ben chiaro il danno prodotto da un certo modo di fare cultura: «[…] la falsa profondità, l’inutile astruseria, la vacuità e l’ipocrisia della filosofia accademica, che non teme le onde procellose del nostro tempo solo perché vi galleggia sopra come un sughero. Il compito del filosofo, oggi, è quello di pensare fino in fondo le cose, non di continuare a pensare i propri pensieri» in Pace o libertà? Introduzione al pensiero di Günther Anders, in «Linea d’ombra», a. VII, n. 38, maggio 1989, pp. 37-40.

[14] Si veda Lucio Russo, Cosa sta accadendo alla scienza? apparso su «Koiné. Scienza, cultura, filosofia», nn. 1-2, 2002, C.R.T, e disponibile qui su Anticitera.
https://anticitera.org/archivio/che-cosa-sta-accadendo-alla-scienza/

[15] La meraviglia non è affatto un cattivo inizio; ma il meraviglioso da sé non basta mai. A questo proposito riscontro un’utile convergenza con alcune osservazioni compiute da Stefano Isola in Probabilità, illusioni e senso comune, testo già proposto qui su Anticiterahttps://anticitera.org/archivio/probabilita-illusioni-e-senso-comune/

2 pensieri riguardo “Connotazione, confusione e minestrone. Ovvero come i linguaggi oscuri possano far danno.”

  1. Ho trovato quasi liberatorio leggere il suo sconforto e la sua delusione di fronte a molti testi “in voga”, spaesamento che è stato anche il mio, nelle letture, da dilettante, di alcuni testi filosofici (o sedicenti tali, sia chiaro: non tutti), ma anche nelle letture di alcuni testi scientifici nella mia passata carriera da ricercatore (su questo punto, voglio leggere quanto prima il testo citato di Russo).

    Ho anche apprezzato il suo inciso sulla necessità di incontrare (al momento giusto, aggiungo) almeno un maestro.

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    1. Non ho certo la pretesa che ciò che vale per me debba valere per tutti e per intero; c’è sicuramente anche una componente soggettiva nell’atto di distinguere ciò che è troppo vago, inconsistente o ostico rispetto a ciò che non lo è. Resto tuttavia persuaso che ci siano alcuni modi di fare cultura dei quali dobbiamo liberarci per scelta volontaria, sapendo che fa bene alla nostra vita intellettuale: da qui, con tutta probabilità, la nostra comune sensazione di liberazione (Edoardo Gianfagna).

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