Il complesso rapporto tra storia ed evoluzione

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di Francesca Romana Capone

Il saggio Storia ed evoluzione di Edmund Russell, offre lo spunto per ragionare, in termini più ampi, sull’intreccio che ha legato l’evoluzione biologica e quella culturale sin dalla comparsa delle idee di Darwin. Proprio un “eretico” di inizio Novecento, Pëtr Kropotkin, con il suo Il mutuo appoggio, di recente ripubblicato in italiano, aiuta a mettere in evidenza alcuni nodi problematici nella relazione di “scambio” tra storia e biologia evoluzionistica. 

È la natura che guida la storia?

“Unificare le conoscenze di storia e biologia all’interno della storia evoluzionistica ci permette di comprendere il passato meglio di quanto non possano fare le due discipline prese singolarmente”1 . È questa la principale conclusione del saggio Storia ed evoluzione. Un nuovo ponte tra umanesimo e scienza di Edmund Russell, pubblicato di recente da Bollati Boringhieri. Un testo che si offre soprattutto come un programma di ricerca: partendo dal presupposto che l’uomo non solo è effetto, ma anche causa di processi evolutivi (si pensi, ad esempio, ai batteri resistenti agli antibiotici, oltreché alle specie vegetali e animali consapevolmente selezionate), Russell si propone di far convergere gli strumenti dello storico e dell’evoluzionista nell’analisi della storia umana. È infatti convinzione dello studioso che uno sguardo capace di cogliere aspetti quali la coevoluzione delle specie o la diversa velocità dell’evoluzione genetica e culturale, sia in grado di offrire spiegazioni più profonde di alcuni fenomeni storici.

Lo studioso affronta in via preliminare alcuni aspetti più o meno noti della teoria evoluzionistica: dai diversi tipi di selezione già ipotizzati da Darwin (naturale, metodica, inconscia, sessuale)2, al problema dell’estinzione, dall’impatto dell’uomo sulle altre specie, fino alla coevoluzione dell’essere umano e delle piante e animali che condividono il suo ambiente. Fin qui si tratta di mettere insieme considerazioni già abbastanza note, legate all’importanza della domesticazione o al devastante impatto umano sulla biodiversità cioè, in ultima analisi, agli effetti dell’evoluzione antropogenica – ovvero determinata dall’uomo – sul nostro mondo.

Particolarmente interessante è il capitolo in cui l’autore “testa” la sua teoria su di un evento storico specifico, la prima rivoluzione industriale: un insieme di cambiamenti che sono stati attribuiti dalla storiografia a fattori meramente economici e tecnologici. Perché, si domanda Russell, questa rivoluzione è nata e si è sviluppata proprio nell’Inghilterra del XVIII secolo? Quali fattori hanno portato proprio quel paese, e in quel momento, a guidare questo balzo in avanti? In estrema sintesi, la ricostruzione di Russell considera decisiva l’importazione del cotone americano attraverso i porti inglesi: le varietà selezionate nei secoli precedenti dai contadini del Nuovo Mondo presentavano, infatti, fibre più lunghe e robuste di quelle delle varietà note in Europa. Proprio queste fibre avrebbero permesso l’impiego dei telai meccanici e il balzo avanti nella produzione. E la posizione geografica e commerciale dell’Inghilterra, tra i principali attori del famigerato commercio triangolare di schiavi africani verso le Americhe, avrebbe favorito il paese nell’importazione della pianta. Secondo Russell, questa lettura contrasta con l’idea, ampiamente sostenuta dagli storici, che l’industrializzazione sia in sé un processo di affrancamento dalla dipendenza umana dalla natura.

I nuovi macchinari – scrive – potevano funzionare solamente perché le piante di cotone del Nuovo Mondo avevano evoluto fibra di qualità idonea e in quantità sufficienti. Un numero notevole di industrie dipendeva allo stesso modo dalla capacità della natura di riuscire a fornire le materie prime necessarie. (…) Un resoconto più bilanciato dovrebbe quindi descrivere l’industrializzazione come una rivoluzione nell’abilità di volgere a proprio profitto la variazione e l’abbondanza della natura3.

Il testo di Russell sistematizza un approccio che ha trovato il suo maggior fautore in Jared Diamond che, con il fortunatissimo Armi, acciaio e malattie4 pubblicato nel 1997, ha affrontato lo scottante tema della supremazia europea nella storia attraverso il ricorso a discipline quali linguistica, archeologia, genetica, biologia, offrendo un quadro che sgombra il campo dall’idea di un’ipotetica supremazia razziale. O ancora, più di recente, agli acclamati libri di Yuval Harari come Sapiens. Da animali a dèi5 del 2011, che osserva la storia di Homo sapiens sotto la lente della rivoluzione cognitiva. Russell si pone in questa scia ma, richiamandosi esplicitamente ai meccanismi evolutivi darwiniani si pone l’obiettivo di evidenziare come l’evoluzione entri nei processi storici sia come causa, sia come effetto.

La lettura multidisciplinare della storia o, comunque, l’aggiunta di strumenti disciplinari diversi nella “cassetta degli attrezzi” dello storico è una tendenza che si sta affermando negli ultimi anni, anche grazie all’impatto delle idee e delle tecnologie scientifiche sulle discipline umanistiche: si pensi ai metodi di datazione basati sul carbonio 14 o agli studi climatologici di lungo periodo. Un esempio interessante è nel saggio Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero6 di Kyle Harper, docente di lettere classiche alla University of Oklahoma. Secondo lo studioso, il crollo della civiltà romana va letto non solo attraverso le scelte umane che hanno condizionato i comportamenti interni ed esterni di romani e barbari, ma anche e soprattutto come “il trionfo della natura sulle ambizioni umane”. Spiega Harper:

Il destino di Roma fu portato a compimento da imperatori e barbari, senatori e generali, soldati e schiavi, ma venne parimenti deciso da batteri e virus, eruzioni vulcaniche e cicli solari. Solo negli ultimi anni siamo venuti in possesso degli strumenti scientifici che consentono almeno di intravedere, spesso fugacemente, il grande dramma del cambiamento ambientale di cui i romani furono attori inconsapevoli7.

Sono così la fine dell’Optimum climatico romano e la Piccola glaciazione della Tarda Antichità, nonché l’emergenza di nuovi patogeni a dare un contributo fondamentale a quella fase storica così tragica che – è l’opinione di Harper – è stata troppo limitatamente spiegata dalle teorie che la vogliono frutto delle sole decisioni umane.

Senza dubbio, gli studi che abbiamo velocemente citato rappresentano un passo avanti verso una visione più integrata dell’evoluzione e della storia umana. C’è, tuttavia, un rischio insito in questi approcci: un certo grado di “determinismo” che può portare a minimizzare il reale impatto delle scelte umane. Come se la pressione evolutiva trascinasse inesorabilmente il destino umano, con l’ovvio corollario che diverse condizioni “naturali” porterebbero a differenti percorsi storici. Non si tratta di un atteggiamento nuovo: è dalla comparsa delle idee darwiniane che la tentazione di leggere la storia attraverso i processi imposti dalla natura circola nella nostra cultura. In fondo, l’antenato di questi sviluppi è quel darwinismo sociale che predicava la “sopravvivenza del più forte”, con esiti che hanno portato al razzismo e allo sviluppo dell’eugenetica, e contro il quale si sono giustamente battuti molti intellettuali nell’ultimo secolo e mezzo.

Una teoria “eretica”

La recente nuova pubblicazione in Italia de Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione8 dell’anarchico russo Kropotkin – originariamente edito in inglese nel 1902 – ci dà lo spunto per guardare al rapporto storia-evoluzione da una prospettiva diversa. I saggi che compongono il libro furono scritti per rispondere proprio al dilagare del darwinismo sociale: in completa controtendenza, Kropotkin – ricordato più per il suo anarchismo che per essere uno scienziato evoluzionista – afferma che in natura – e anche tra gli uomini – è la solidarietà a favorire la sopravvivenza delle specie. Tuttavia, la personalità dell’autore ha portato molti studiosi a sottovalutarne la profondità e l’interesse. Alcuni critici hanno infatti letto il testo come uno studio a tesi per dimostrare le idee politiche dell’autore; piuttosto è possibile che valga il contrario e cioè che siano state le sue osservazioni della natura e della storia a favorire l’approdo anarchico.

È stato Stephen Jay Gould a rimettere in discussione il valore del testo col suo saggio Kropotkin non era uno stravagante9. Attraverso la disamina della critica russa al darwinismo, Gould trova in Kropotkin non un pensatore stravagante e isolato, bensì un autore in grado di sistematizzare le idee prevalenti nel suo paese, che si appuntano soprattutto sugli aspetti malthusiani della teoria di Darwin. Spiega Gould:

Malthus appariva un profeta molto migliore in un paese industriale affollato, che professava un ideale di aperta competizione in mercati liberi. Inoltre, si è spesso osservato che sia Darwin sia Alfred Russel Wallace svilupparono indipendentemente la teoria della selezione naturale dopo un’esperienza primaria della storia naturale ai tropici. (…) Nessun’altra area sulla terra è così densamente popolata di specie, e manifesta perciò in modo così chiaro la competizione tra individui, vegetali come animali. Un inglese che avesse imparato i modi di operare della natura ai tropici era quasi inevitabilmente predisposto a vedere l’evoluzione diversamente da un russo nutrito di racconti sulle grandi estensioni vuote della Siberia10.

Dunque il pregiudizio politico occidentale ha impedito, secondo Gould, di analizzare seriamente il lavoro di Kropotkin e di apprezzarne il valore. La principale critica che il pensatore russo rivolge ad Huxley e a tutti gli esponenti del darwinismo sociale, è di aver dato un peso eccessivo e di aver preso in senso letterale la metafora darwiniana della “lotta per l’esistenza”, accentuando oltre l’intenzione dello stesso Darwin il peso del fattore competitivo nell’evoluzione. Kropotkin è invece convinto che in determinate condizioni sia molto spesso la solidarietà a favorire la sopravvivenza delle specie. Di più: secondo l’autore, le comunità che adottano pratiche di mutuo appoggio sono quelle che vedono un più rapido sviluppo delle facoltà “superiori” organizzative e intellettive (le formiche e le api tra gli insetti, i primati tra i mammiferi ecc.)

A partire dalla conoscenza di ambienti estremamente ostili quali quelli siberiani, dove il problema della sovrappopolazione non esiste e si osservano invece pratiche di mutuo appoggio anche interspecifiche, Kropotkin mette alla prova la sua idea sul banco della storia umana. Ne nascono una serie di riflessioni del tutto in controtendenza sulle società claniche primitive, sull’epoca medievale dominata dalle comunità di villaggio e dai liberi comuni con le loro gilde, fino alle classi povere a lui contemporanee, nelle quali vede all’opera quella solidarietà che contrasta con l’individualismo imperante.

L’autore è ben consapevole di offrire una visione parziale della storia, che giustifica però in due modi: da un lato, sostiene,

La storia, com’è stata scritta finora, è quasi per intero una descrizione dei modi e dei mezzi con i quali la teocrazia, il potere militare, l’autocrazia e, in seguito, il dominio delle classi più ricche sono stati promossi, stabiliti e conservati11.

La storia, cioè, è stata raccontata dal punto di vista della competizione assai più che della cooperazione. Dall’altro, secondo Kropotkin, per ogni “conquista sulla natura, il mutuo appoggio e le salde relazioni tra gli uomini sono stati, e sono tuttora, certamente molto più vantaggiosi della lotta reciproca”12. Se, insomma, il darwinismo sociale offriva una visione del tutto amorale dell’evoluzione anche umana, il tentativo di Kropotkin è quello di rintracciare una origine “naturale” allo sviluppo dell’etica umana.

Si può obiettare – ed è quanto fa Gould – che il russo finisca nello stesso tranello dei suoi oppositori: caricare l’evoluzione di un contenuto morale che le è del tutto estraneo, in un senso come nell’altro. Tuttavia, il testo di Kropotkin appare più equilibrato perché fondato su una profonda comprensione dei meccanismi darwiniani, che va molto oltre quella dei cosiddetti darwinisti sociali: la sua lettura dei processi di affermazione e resistenza delle specie, compresa quella umana, sono assai più convincenti anche a distanza di oltre cent’anni. Ma il saggio presenta anche alcuni aspetti utili a ragionare sulle modalità più corrette per utilizzare la conoscenza dei meccanismi evolutivi nell’analisi della storia. In particolare, la vicenda dell’autore russo ci pone di fronte al peso dei condizionamenti ideologici cui sono soggette tanto le teorie scientifiche quanto le spiegazioni storiche. Quanto più la teoria scientifica è complessa, tanto più sarà facile cadere in semplificazioni e generalizzazioni non più coerenti, a maggior ragione se applicate a un campo di indagine estraneo a quello cui si riferisce la teoria. È allora importante che la conoscenza non si fermi alla suggestione metaforica ma penetri più in profondità. Per portare un solo esempio, l’idea a lungo affermata di un progresso lineare dello sviluppo umano si scontra, in realtà, con quanto sappiamo dell’effettiva evoluzione della nostra specie, il cui andamento è piuttosto “a cespuglio”, caratterizzato dalla coesistenza di specie diverse e da numerosi incroci interspecifici.

Insomma, gli intrecci tra storia ed evoluzione possono senz’altro avere un valore e le spiegazioni storiche che fanno ricorso agli strumenti della biologia evoluzionistica possono sicuramente evidenziare aspetti inediti dei processi storici. Tuttavia, per essere in grado di offrire una sintesi storica veramente efficace, l’arma – e insieme l’antidoto contro ogni forma di strumentalizzazione – resta quella della conoscenza. 


1 Edmund Russell, Storia ed evoluzione. Un nuovo ponte tra umanesimo e scienza, Torino, Bollati Boringhieri, 1 2020, p. 226.

2 Spiega Russell: “(…) Charles Darwin aveva identificato non uno ma ben quattro tipi di selezione. Due di questi hanno luogo in natura. Il primo e il più famoso è la selezione naturale, definita da Darwin come ‘la conservazione delle differenze e variazioni individuali favorevoli e la distruzione di quelle nocive’. (…) Il secondo tipo è la selezione sessuale, che Darwin descrive come ‘la lotta degli individui di un sesso, generalmente maschi, per il possesso delle femmine. Il risultato di questa lotta non è la morte del vinto, ma la mancanza di discendenti o lo scarso numero di essi’. Gli altri due tipi hanno luogo durante il processo di domesticazione. Uno è la selezione metodica. Nelle parole impiegate da Darwin, ‘la natura fornisce variazioni successive, e l’uomo le accumula nelle direzioni che gli sono utili’. (…) L’altro tipo è la selezione inconscia. Darwin riteneva che questo processo ‘deriva(sse) dal desiderio di ciascuno di possedere e moltiplicare i migliori individui di ogni specie (…) pur senza avere l’intenzione di cambiare la razza in modo permanente. Tuttavia possiamo ritenere che tale processo, continuato nel corso dei secoli, finirebbe per modificare e migliorare qualsiasi razza’”. Ibidem, pp.24-27. 

3 Ibidem, pp.196-197. 

4 Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Torino, Einaudi, 2006.

5 Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità, Milano, Bompiani, 2014.

6 Kyle Harper, Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero, Torino, Einaudi, 2019.

7 Ibidem, pp.6-7. 

8 Pëtr Kropotkin, Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione, Milano, Elèuthera, 2020.

9 in Stephen Jay Gould, Risplendi grande lucciola. Riflessioni di storia naturale, Milano, Feltrinelli, 2018, pp.89-102.

10 Ibidem, p.97.  

11 P. Kropotkin, Il mutuo appoggio, cit., p. 341.

12 Ibidem, p. 344. 


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