Il gioco della regina degli scacchi

The sun shone, having no alternative, on the nothing new.

                                                                                  Samuel Beckett

Nella storia d’amore più famosa del Medioevo, l’amore nasce davanti alla scacchiera. La storia di Tristano e Isotta è stata raccontata molte volte; e in una delle varianti, che ha avuto particolare successo nelle arti figurative, i due giovani bevono il filtro magico che li fa innamorare l’uno dell’altro mentre giovano a scacchi. Perché gli scacchi? Perché nel Medioevo erano un tipico passatempo nobiliare, in primo luogo. Ma anche perché gli scacchi sembrano simboleggiare perfettamente il rapporto amoroso, al punto che in alcune versioni del mito Tristano e Isotta smettono di giocare solo per incominciare insieme, come si legge nel Tristano Riccardiano (una traduzione toscana del Duecento che potrebbe aver letto anche Dante), «quello giuoco», «che infino a lloro vita lo giucarono volentieri», cioè quel gioco che avrebbero giocato volentieri fino alla fine della loro vita.

Ma il potere seduttivo degli scacchi, dal Medioevo a oggi, sembra essere rimasto inalterato, come dimostra il rapidissimo successo planetario della miniserie televisiva La regina degli scacchi (The Queen’s Gambit)[1], distribuita su Netflix il 23 ottobre 2020.[2] Non solo la serie ha fatto numeri stellari in termini di visualizzazioni e ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il Golden Globe 2021 per la Migliore serie Tv (Best Television Motion Picture) e per la migliore attrice (Best Actress – Television Motion Picture), ma dal momento del suo lancio gli acquisti di scacchi e scacchiere, l’iscrizione a siti e piattaforme virtuali di scacchi e gli spettatori di canali tematici su YouTube (nonché il numero di canali stessi) sono aumentati vertiginosamente.[3] Quali sono le ragioni di questo successo?


Una perfetta finzione

di Valeria Flamini

In un anno in cui i consumi culturali sono parsi sempre più fuori dal tempo, è interessante che un prodotto su cui tutti si sono trovati d’accordo sia stato The Queen’s Gambit, la miniserie sul prodigio degli scacchi Beth Harmon (interpretata da Anya Taylor-Joy) ambientata durante la Guerra Fredda. La serie inizia come la storia di un’orfana vittoriana e si trasforma rapidamente in qualcosa di più simile a un film dei supereroi Marvel quando la madre adottiva di Beth si rende conto del suo talento negli scacchi e inizia a portarla ai tornei. Da qui una serie di partite squisitamente girate in cui Beth trionfa ripetutamente su uomini mediocri – e con grande stile: la sua ascesa si svolge in stanze sontuose mentre indossa abiti e coiffures sempre più glamour. «L’elegante dramma scacchistico riempie il vuoto lasciato da serie d’epoca come Mad Men», scrive Morwenna Ferrier sul Guardian. E anche Rachel Syme del New Yorker descrive La regina degli scacchi come «qualcosa di simile agli incanti estetici di Mad Men». I riferimenti a Mad Men abbondano. Mike Hale sul New York Times indica la «texture cremosa» della sua produzione e della sua cinematografia come «qualcosa che ricorda un’altra serie d’epoca di NetflixThe Crown». Che si tratti di evocare Mad Men o The Crown, questi attestati di unanime apprezzamento si rifanno sempre ai piaceri estetici della messa in scena, suggerendoci una lettura della storia che passa per lo stile molto più che per il contenuto. Ma un paragone migliore per La regina degli scacchisarebbe The Marvelous Mrs. Maisel. Queste come tante altre produzioni seriali, ma anche cinematografiche, stupiscono con il loro design e i costumi eccessivamente lussureggianti, mentre le loro bellissime eroine bianche in qualche modo scivolano indenni, e con una messa in piega di ferro, attraverso tutti i traumi delle loro rispettive età. Beth è letteralmente il Forrest Gump degli scacchi. Una perfetta finzione.

Una grande serie d’epoca è un tipo di fantasia molto particolare, forse un po’ perversa. Il suo valore non sta nel realismo o nell’autenticità, ma nella tensione tra il passato che raffigura e il presente dello spettatore. I pubblicitari bianchi di Mad Mennon hanno idea di cosa sta per colpirli negli anni ’60. Nel frattempo, lo spettatore assiste sapendo perfettamente che tutto sta per precipitare. La risposta dello spettatore moderno si svolge idealmente come una tensione conflittuale: fumare una sigaretta all’interno di un ristorante innesca sia il desiderio nostalgico, sia il terrore consapevole che fumare fa male. Ogni nuova stagione di The Crown osserva la monarchia britannica aggrappata alla vecchia vita mentre l’ordine mondiale della stagione precedente crolla. Una grande serie d’epoca ci fa pensare agli splendidi oggetti che riempiono ogni inquadratura de L’età dell’innocenza di Martin Scorsese. L’effetto di tutta quella bellezza dovrebbe essere devastante: claustrofobico e malinconico tutto in una volta.

La regina degli scacchi inizia quasi come una parodia della Storia: una Beth arruffata si sveglia in una sontuosa stanza d’albergo a “PARIGI 1967”, come annuncia una didascalia color lavanda. La carta da parati, le tende e l’arredamento qui urlano all’eccesso fin de siècle (specialmente in vista del tumulto del maggio ’68), ma nel corso dello spettacolo questa opulenza si deposita sullo sfondo piacevole della sua mise en scène. Una bella carta da parati non fa necessariamente male, ma l’immersione estetica di una serie d’epoca è in genere pensata per scontrarsi con l’imminente collasso del mondo. I dettagli di costruzione del mondo in questa serie sono invece letterali e inerti: le lattine di birra vintage e i capelli costantemente pettinati di Beth forniscono piacere visivo e non molto di più. Mentre Beth vince senza sforzo non solo una serie di partite di scacchi sempre più importanti, ma anche le sue frequenti spirali nella dipendenza – un prodotto della crescita in un orfanotrofio dove la riempivano di tranquillanti – che non vengono più registrate come momenti di preoccupazione, ma come opportunità per il gioco cinematografico mentre la protagonista se ne va in giro in mutande. Tutto ciò che è potenzialmente traumatizzante o problematico viene utilizzato di continuo come foraggio per la bellezza. Poiché La regina degli scacchi si propone come un Bildungsroman vittoriano, quanto più aggressivamente mima costumi storici e ambientazioni, tanto più finisce per essere schiacciata dal peso della rappresentazione. Complimenti ai costumi di Gabrielle Binder e ai progetti di produzione di Uli Hanisch: il loro unico crimine potrebbe effettivamente essere di aver fatto il loro lavoro meglio degli scrittori e dei registi della serie.

Lo show ci fornisce costantemente promemoria visivi del suo svolgersi durante la Guerra Fredda (le tavolozze di colori tenui, i motivi geometrici, la carta da parati claustrofobica), ma non fornisce mai alcun senso di suspense globale associato al suo momento storico. Invece, offre una visione diversa della Guerra Fredda, più felice e meno paranoica. La Russia non è malvagia ne La regina degli scacchi, e questo sembra proprio il punto. Mentre il paese è strutturalmente impostato per essere l’opposizione di Beth (e per estensione, dell’America), i sovietici finiscono per rappresentare qualcosa di più vicino al gioco virtuoso. L’episodio finale, in cui Beth va in Russia per competere contro il grande maestro Vasily Borgov, è notevolmente ottimista. Con l’aiuto collettivo dei giocatori di scacchi del suo passato, Beth si porta a casa il titolo, vincendo grazie a uno sforzo di collaborazione che sembra notevolmente sovietico. C’è insomma qualcosa di strano nel modo in cui Beth rappresenta lo spirito nazionale americano come lo spirito di qualcuno che si fida del lavoro di squadra. La regina degli scacchi rappresenta un’America al crocevia di un conflitto globale che può trasformare una guerra potenziale in un sentimento positivo.

Quando il gioco si fa duro in America, l’America risponde cercando di sentirsi bene con sé stessa. I drammi d’epoca tipicamente rappresentano la Guerra Fredda come un’era di ansioso terrore, ma la produzione culturale americana durante quegli anni ha cercato più spesso di mitigare quel senso di minaccia attraverso i buoni sentimenti o l’eroismo (come in Rocky).

Alla fine, Beth non è un genio solitario torturato, ma è circondata da persone che la amano e si prendono cura di lei e che sembrano sempre salvarla al momento giusto. Lo show coniuga questi due aspetti: una bellissima eroina che si avvicina al limite dell’autodistruzione, ma mai del tutto, a causa di tutti gli amici maschi che le spianano la strada e (femmine) che la incoraggeranno a percorrerla da lì in avanti. La serie finisce con una Beth più felice, più bella e sicura – quando tutto nella sua vita personale e nel momento storico avrebbero suggerito il contrario – con l’avverarsi di un sogno. Tali fantasie possono ovviamente essere piacevoli, colpevoli o altro. Ma se ci illudiamo che La regina degli scacchi sia emotivamente soddisfacente o verosimile, allora non stiamo solo disimparando a leggere il passato, ma stiamo anche diventando incapaci di capire il nostro presente.


Fede e vocazione

di Alessandro Della Corte

Gli scacchi hanno una lunga tradizione di apparizioni cinematografiche più o meno riuscite. In alcuni casi il gioco è il centro dell’attenzione narrativa, come nel classico del cinema muto sovietico La febbre degli scacchi (Šachmatnaja gorjačka, 1925), in cui il campione del mondo in carica Josè Raul Capablanca, interpretando sé stesso, aiuta una giovane coppia a ritrovare l’amore, o nel celebre La partita – La difesa di Lužin, il film del 2000 con John Turturro. In altri casi, più che il gioco in sé è il suo valore simbolico a essere sfruttato, il che avviene in opere di ogni livello (da Il settimo sigillo, a Harry Potter e Rocky IV). Infine, ci sono i casi in cui gli scacchi sono usati come elemento caratterizzante di un certo ambiente – come nella partita durante la conferenza di pace tra Germania e Francia in Sherlock Holmes. Gioco di ombre – o di un certo paese, come nella semi-comica ricostruzione di una partita dal match di Campionato del Mondo in 007 – Dalla Russia con amore.

La regina degli scacchi rientra tutto sommato nella prima categoria, perché senza gli scacchi la vicenda stessa non sarebbe concepibile. Si tratta, nel complesso, della più realistica rappresentazione degli scacchi agonistici mai apparsa sullo schermo. Questo primato, tuttavia, è dovuto in massima parte all’estrema inverosimiglianza della rappresentazione degli scacchi in prodotti precedenti, più che alla particolare accuratezza della serie Netflix. Anche se le discrepanze tra scacchi veri e scacchi rappresentati sono, nel caso della Regina degli scacchi, decisamente secondarie rispetto alle fantasie sfrenate di regola altrove, una loro disamina è interessante per motivi che trascendono il mondo degli scacchi in senso stretto. 

Tralasciamo, qui, le incongruenze a volte evidenti tra la vera pratica di gioco agonistico e la sua versione Netflix. Basterà precisare che: 1) non è certo normale che si parli con l’avversario durante una partita di torneo, se non per proporre patta; 2) massicce dosi di tranquillanti non possono far giocare meglio a scacchi; 3) è considerato generalmente poco educato fissare intensamente l’avversario mentre questi riflette sulla sua mossa. Diamo uno sguardo, invece, a come sono descritti gli scacchi come gioco in sé e a come è resa la relativa paideia.

Un primo elemento critico è la natura almeno parzialmente inspiegabile della maestria scacchistica della protagonista. Beth Harmon esce preadolescente da un orfanotrofio femminile in cui ha imparato a giocare a scacchi da un custode dalle limitate capacità. Dopo due anni circa è tra i migliori giocatori statunitensi. Come ha rilevato l’attuale campione del mondo Magnus Carlsen, si tratta di un fatto già di per sé molto poco credibile.[4] Ma ancor meno credibile è il modo in cui questo progresso avviene. Diversi passi avanti compiuti da Harmon sono del tutto privi di una causa comprensibile. La vediamo perdere in modo nettissimo un match amichevole a gioco lampo (cinque minuti per giocatore) contro il campione americano in carica; poco dopo, senza che nel frattempo sia stata mostrata alcuna scena che avesse suggerito un periodo di studio intenso, di lavoro con professionisti di alto livello, di grande esperienza di gioco di torneo, la vediamo stracciare nella stessa specialità il campione e altri tre o quattro giocatori in simultanea (ovvero giocando contemporaneamente contro tutti), il che dimostrerebbe un salto di qualità enorme.

Gli scacchi hanno una storia millenaria e una letteratura che conta decine di migliaia di volumi. Sono considerati degni di serio studio da milioni di persone, molte migliaia delle quali vi hanno dedicato la loro esistenza. Non è il caso, qui, di cercare di spiegare i motivi dietro la sproporzione tra l’apparente futilità di un gioco da tavola e l’evidente profondità rivelata dalla sua complessa storia e dalla mole della sua bibliografia: limitiamoci piuttosto a segnalare, come dato di fatto, che gli scacchi sono un elemento non trascurabile della cultura umana. Dovrebbe apparire allora ragionevole che un talento eccezionale, come quello mostrato da Harmon, è una condizione necessaria ma assolutamente non sufficiente per arrivare ai livelli più alti. L’idea di doti naturali eccezionali che, più o meno da sole, portano alla vetta nel mondo degli scacchi, ha un corrispondente abbastanza preciso nella versione più ingenua possibile della storia del progresso scientifico: quella secondo cui i progressi sono frutto di geni isolati da qualunque contesto che compiono passi avanti dal carattere atemporale, nella loro sconnessione dalla storia precedente e dalla realtà sociale e materiale che li ha generati. In entrambi i casi, si tratta di un quadro mitico e in qualche modo consolatorio, che introduce un elemento miracoloso e semplificante in un processo altrimenti, per lo meno in certa misura, consequenziale e quindi responsabilizzante.

Un secondo elemento critico è il modo in cui gli scacchi sono descritti. Nell’universo della serie, essere forti a scacchi significa essenzialmente due cose: calcolare molte mosse in avanti a partire da una certa posizione, e conoscere molte aperture, il che in gergo vuol dire ricordare a memoria sequenze di mosse, a partire dalla posizione iniziale, che la pratica di forti giocatori ha dimostrato essere valide. In entrambi i casi, si tratta di abilità che lo spettatore medio percepisce come non banali perché sa che gli scacchi hanno una grande complessità combinatoria, nel senso che in genere esiste un numero enormemente grande di seguiti possibili a partire da una certa posizione. Chi prova a giocare a scacchi, anche le primissime volte dopo aver imparato le regole, si trova di fronte al problema di non lasciare i pezzi in presa all’avversario, il che implica una prima forma di “calcolo” della profondità di una sola mossa. Se vorrà evitare alcune trappole elementari dovrà facilmente arrivare a prevedere seguiti di due, tre mosse, e così via; inoltre, chiunque cominci una partita a scacchi sentirà la necessità di decidere, o meglio ancora di sapere, tra tutte le mosse possibili (entro le prime tre, cinque, dieci), quali sono quelle migliori, o almeno quali sono considerate “corrette”. In altre parole, Harmon sa fare, molto meglio, le stesse cose che qualunque giocatore di scacchi deve saper fare per potersi considerare tale, e che chiunque, anche non scacchista, riesce a concepire come indispensabile per essere un forte giocatore. Non c’è quasi accenno a un pensiero strategico, a concetti un po’ più astratti, come gli effetti a lungo termine delle decisioni sulla struttura di pedoni, i complessi di case deboli di un certo colore, lo sbilanciamento tra pezzi leggeri diversi, eccetera. È chiaro che concetti difficili non possono essere definiti e spiegati compiutamente a un pubblico in genere non scacchista o pochissimo scacchista. Si può però dare l’idea che esista un livello (o più livelli) di pensiero scacchistico di differente profondità, e che progredire significa non solo “vedere sempre più mosse in avanti”, ma accedere a categorie di giudizio e di analisi della posizione che prima erano semplicemente non percepite. Si tratterebbe di una descrizione onesta della complessità del gioco, ma non consentirebbe la sensazione confortevole di aver capito in che consiste il succo del gioco,  né la consapevolezza rassicurante di non possedere quelle doti innate (quasi fisiche, collegate a capacità di visualizzazione e di memorizzazione) che sole possono portare ad alti livelli.

Infine, quando studia (perché, a onor del vero, la si vede studiare in varie occasioni) Beth Harmon fa due cose: rianalizza le sue stesse partite per capire gli errori commessi (che sono sempre errori di calcolo – vedi sopra) oppure legge libri di aperture. E lo studio delle aperture è sempre a senso unico, nel senso che la protagonista apprende, dai libri e dalle riviste specializzati, quali sono le mosse “buone” e perché. Non è mai data, allo spettatore, l’idea che un campione possa avere una sua autonomia di giudizio sulle conclusioni degli altri esperti, che possa contribuire in prima persona al progresso della cosiddetta teoria delle aperture (per non dire della teoria generale del gioco). La cultura scacchistica è la somma di tante “mosse giuste” che stanno scritte nei libri e che chiunque, compresa la scacchista di più grande talento che esista, deve limitarsi a incamerare passivamente. Si tratta, di nuovo, di un esito consolatorio della tensione tra l’everyman rappresentato dallo spettatore e la superwoman messa in scena, che assolve implicitamente una percezione autoritaria e immobilista della cultura e autorizza magnanimamente, in ultima analisi, all’inerzia intellettuale. 

Riassumendo, La regina degli scacchi mette in scena il gioco in modo da fornire una versione infantile e tranquillizzante del rapporto tra cultura e talento. La prima è irrilevante di fronte al valore intrinseco del secondo, che esiste in quanto dono e non necessita di ulteriori catalizzatori per realizzare il suo potenziale; allo stesso tempo (e contraddittoriamente) la cultura è uniformemente, infinitamente autorevole e progredisce, per definizione, attraverso un accumulo progressivo di nozioni corrette. Ci si può salvare, insomma, in due modi: per vocazione, se si è baciati dal talento, o altrimenti per fede, rimettendosi alla sapienza che esiste, infallibile, fuori di noi.


La complessità sullo sfondo

di Marco Grimaldi

C’è stato un tempo in cui il pubblico doveva necessariamente recarsi nel luogo dove si trovava l’autore, o coloro che per conto dell’autore eseguivano l’opera d’arte (o per lo meno nel posto dove si trovava materialmente l’opera). Il pubblico poteva scegliere di non partecipare e magari di imparare un’intera opera a memoria e quindi riprodurla; ma non poteva stabilire quando e come avere accesso all’opera, muoversi avanti e indietro al suo interno, fermarsi e ricominciare. Fu introdotta poi un’evoluzione tecnica che consentì al pubblico di registrare le opere e di fruirne liberamente ogni volta che lo desiderasse. Da quel momento il rapporto tra l’autore, il pubblico e le opere diviene più complesso: l’autore deve tenere conto, tra l’altro, della possibilità che il pubblico faccia dei confronti con altre opere, riproduca più volte lo stesso segmento, faccia a sua volta conoscere quell’opera a qualcun altro. Questo fenomeno si è prodotto più volte nella storia dell’umanità e in quella delle singole arti. E ogni volta si sono verificate ulteriori evoluzioni tecniche che hanno ampliato il pubblico potenziale.[5] Da questo punto di vista, rispetto all’invenzione della scrittura, la stampa a caratteri mobili fu un progresso squisitamente quantitativo.

Che cosa ha a che fare tutto questo con La regina degli scacchi? Oggi, chi discute di serialità televisiva non può evitare di fare riferimento a un libro di Jason Mittel apparso in inglese nel 2015 e tradotto in Italia nel 2017: Complex Tv. The Poetics of Contemporary Television Storytelling (Complex Tv. Teoria e tecnica dello storytelling delle serie tv, Roma, minimum fax). La tesi principale è molto semplice. La serialità televisiva degli ultimi vent’anni, più o meno a partire da I Soprano (1999-2007), è diventata gradualmente e generalmente più complessa e tale complessità coincide con un nuovo modello di racconto: agli episodi lineari, slegati e indipendenti tra loro si sostituiscono trame unitarie e al tempo stesso articolate; a figure statiche e stereotipate personaggi dinamici e originali. Il nuovo paradigma del racconto televisivo alimenta «la consapevolezza dello spettatore nei confronti dei meccanismi narrativi, invogliandolo a lasciarsi coinvolgere dalla storia ma anche a ragionare sugli aspetti formali» (p. 103); una fruizione sostanzialmente passiva cede il passo a una «nuova modalità di coinvolgimento» (p. 100), con la trasformazione delle serie televisive «in un oggetto culturale non meno coeso di quanto lo siano film e romanzi» (p. 81). Questa immagine della serialità contemporanea sembrerebbe coincidere con l’esperienza comune e con l’idea intuitiva del pubblico. Tutti abbiamo ascoltato persone del tutto a digiuno di studi mediatici sostenere che le serie di oggi sono più belle, più complesse, più raffinate di quelle del passato, e soprattutto che non sono la stessa cosa di Dallas o di Beautiful. È invece meno intuitivo accorgersi che la complessità delle serie televisive attuali consiste, di fatto, in un’approssimazione al livello raggiunto da quelle arti che per ovvie ragioni hanno compiuto ben prima della televisione (e del cinema) le tappe evolutive appena descritte. Quelle arti, in particolare, per le quali si era già verificato un passaggio analogo a quello cui si è assistito negli ultimi decenni per la serialità televisiva: da un’epoca in cui il pubblico è quasi del tutto passivo, deve necessariamente attendere un giorno e un’ora determinati per poter godere della serie preferita e può scegliere in un set relativamente ristretto, a un’epoca in cui può invece accedere (prima attraverso la videoregistrazione, le videocassette, i cd e i cofanetti e infine grazie alle piattaforme di streaming e ai social media) a un campionario estremamente diversificato, selezionare i tempi e le modalità di fruizione e avere insomma la possibilità di porsi nei confronti dell’opera in maniera critica e attiva. La serialità televisiva è entrata nell’epoca della riproducibilità. Il percorso è ovviamente più articolato e diversificato. Del tutto peculiare è stata ad esempio, in Italia, la stagione dello sceneggiato televisivo, che nel tradurre sullo schermo la complessità del romanzo e del teatro ha prodotto anche molte opere di alto livello e che l’arrivo delle serie americane ha quasi del tutto cancellato. Il livello di complessità, inoltre, è strettamente legato al posizionamento nel sistema delle arti. Oggi, le serie e le miniserie stanno rapidamente occupando (o hanno forse già invaso) il posto del cinema e direi anche del romanzo. E, come è accaduto nella storia del cinema e del romanzo, la serialità televisiva sembra aver raggiunto una fase che potremmo definire post-moderna: ne è una prova il recentissimo WandaVision (ancora in onda su Disney+), la cui idea fondamentale è quella di una serie che ripercorre l’evoluzione delle serie televisive americane, per il quale si può parlare di “meta-serialità” (ma c’era in realtà già l’italiana Boris: una serie su come si gira una serie). Credo sia esperienza comune scoprire che con un francese o un inglese è più facile conversare di serie televisive che di cinema o di letteratura contemporanea. Ed è quindi ovvio che gli scrittori più bravi decidano di scrivere per la televisione (e magari pubblicare un romanzo quando sono già famosi, come ha fatto Matthew Weiner, lo sceneggiatore, tra l’altro, di Mad Men) o che da un romanzo non particolarmente fortunato che aveva però uno spunto potenzialmente originale si tiri fuori una serie e non un film (come appunto è accaduto con La regina degli scacchi).

Ma la complessità ha anche altre implicazioni. Innanzitutto, nella storia del cinema e del romanzo non ci sono stati, ovviamente, solo capolavori: ci sono stati anche i romanzi di appendice e i film di serie B. E infatti non tutte le serie televisive di oggi sono complesse; e forse non esiste una Tv complessa più di quanto non esista un “cinema complesso” o una “letteratura complessa”. Esiste una serialità televisiva che ha raggiunto un livello di evoluzione tecnica che consentirebbe un rapporto più complesso tra opera e pubblico; ma non è detto che il pubblico voglia o possa instaurare ogni volta quel tipo di rapporto. Inoltre, il livello di raffinatezza artistica non coincide necessariamente con quegli elementi che Mittel considera fondamentali per poter parlare di Complex Tv e che caratterizzano effettivamente le migliori produzioni degli ultimi anni (I Soprano, Twin Peaks, Mad MenBreaking BadBoJack Horseman, ecc.): trame unitarie e articolate e personaggi dinamici, che hanno come diretta conseguenza la verosimiglianza della rappresentazione. Il pubblico di Mad Men, ad esempio, ha l’impressione di ritrovarsi in un universo coerente e verosimile all’interno del quale nulla è lasciato al caso e dove una moltitudine di personaggi agisce ed evolve assieme al protagonista. Il successo della Regina degli scacchi – che come i migliori prodotti della Tv complessa ha una trama unitaria – dipende invece prevalentemente da altri fattori: da una confezione raffinata e da un montaggio sofisticato, da un tema (gli scacchi) di per sé molto seducente, da un personaggio femminile carismatico (nel quale è tuttavia difficile immedesimarsi realmente) e da una concezione “magica” del successo e della fama. Tutto il resto (la Storia, i personaggi secondari, le dipendenze, l’emancipazione femminile) nella Regina degli scacchi resta sullo sfondo. E l’universo descritto – l’universo degli scacchi al tempo della Guerra Fredda – viene semplificato, rinunciando del tutto alla complessità del rapporto tra opera e pubblico cui potrebbe tendere la televisione moderna.



Note

  1. Il titolo originale si riferisce a una popolare apertura, chiamata in italiano “gambetto di donna”; è presente quindi una sfumatura difficilmente traducibile, perché gambit, nel senso di trucco, stratagemma, è molto più diffuso in inglese di quanto lo sia in italiano gambetto con lo stesso significato.
  2. È stata finora la serie più popolare apparsa su Netflix: cfr. https://www.radiotimes.com/tv/drama/the-queens-gambit-most-popular-netflix/
  3. Cfr. ad esempio: https://www.huffingtonpost.it/entry/a-natale-gli-scacchi-tornano-re-grazie-alla-regina-degli-sacchi_it_5fdb4042c5b6094c0fefbbfc?utm_hp_ref=it-homepage.
  4. Qui: https://www.youtube.com/watch?v=373vyIS_FGs&t. Carlsen ha detto di avere nel complesso molto apprezzato la serie.
  5. Il pezzo di Stefano Isola, Né il vero né il falso, semmai l’irreale: quali esperienze musicali nel post-covid?, riflette su temi molto vicini a questi.

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