Dobbiamo continuare a fare ricerca scientifica? (Alexander Grothendieck)

Presentiamo un breve testo di Alexander Grothendieck in cui il grande matematico francese s’interroga sul senso della sua ricerca e della ricerca scientifica in generale, sollevando dubbi sia sulla natura dei finanziamenti alla scienza sia sulle direzioni potenziali in cui la stessa può essere indotta a svilupparsi dai meccanismi economici e dalle dinamiche geopolitiche. Più ancora che  per le analisi nel merito, queste pagine ci sembrano interessanti per la chiarezza con cui Grothendieck si pone domande capitali sul senso della ricerca, e soprattutto per il candore con cui ammette il meccanismo con cui la ricerca pura, fino a un certo punto, aveva assorbito tutte le sue energie intellettuali, impedendogli di guardare dal di fuori il suo lavoro e il mondo, accademico e non, di cui faceva parte. Siamo convinti che molti di coloro che oggi si occupano professionalmente di ricerca (non solo scientifica) sono spesso prigionieri di un’analoga forma di cecità, senza peraltro avere in genere né i geniali risultati di Groethendiek, né la sua capacità, ad un certo punto, di sollevare la testa dal proprio lavoro quotidiano per chiedersi in cosa consista davvero, quale direzione culturale generale contribuisca a perseguire e soprattutto quale sia il suo significato per la collettività.

Il testo è apparso sulla rivista Survivre et Vivre (n°6 – gennaio 1971), che dal 1970 al 1975 ha dato voce all’omonimo movimento, e consiste nella trascrizione (approssimativa) di una presentazione che l’autore ha fatto nel corso del dibattito pubblico Le travailleur scientifique et la machine sociale tenutosi presso la Faculté des Sciences de Paris (Paris VI) il 15 dicembre 1970

Leggi il testo