I nostri propositi (M. Barbi)

[La Declaration of Principles del protagonista di ‘Citizen Kane’ (‘Quarto potere’, 1941)]

[Nella lunga attesa di un 2021 sotto il segno di Dante Alighieri, c’è stato un centenario che è passato quasi inosservato. Nel 1920 usciva infatti il primo numero della rivista “Studi Danteschi”, fondata e diretta da Michele Barbi, che era allora tra i principali filologi italiani e tra i più importanti studiosi di Dante. Il primo numero si apre con una “dichiarazione di principi” intitolata I nostri propositi, firmata proprio da Barbi, che dirige la rivista fino alla morte, nel 1941. Ripercorrere oggi questi propositi è un buon modo per riflettere sullo stato degli studi danteschi in Italia e nel mondo. Prima di tutto perché attraverso queste pagine capiamo che già cento anni fa la dantistica era un campo di studi sovraffollato, e che la cosa più importante era ed è tuttora scegliere, selezionare, scrivere poco e bene. E poi perché ancora oggi il compito principale di chi si occupa di Dante dovrebbe essere pubblicare e interpretare le opere («opere delle quali non si può oggi, e comunemente, avere la immediata intelligenza e la netta percezione estetica») e rendere «comune una solida cultura dantesca, o almeno mostrare la necessità di tale cultura». E infine per l’accento posto da Barbi sull’importanza della storia. Poiché lo studio attento della storia consente di leggere meglio la poesia del Medioevo e anche quella di Dante. È un ottimo promemoria per il 2021, e per gli anni che verranno: Dante non basta, a scuola e all’università c’è soprattutto bisogno di studiare bene quello che c’è prima e attorno a Dante. (Marco Grimaldi)]

(da «Studi danteschi», vol. I, 1920, pp. 5-16)

Intendimento di questi Studi non è – sia detto subito – accrescere la già sovrabbondante congerie delle dissertazioni e delle note che prolungano all’infinito, senza novità di dati e di vedute, stravecchie questioni: vogliono invece dar notizie utili e nuove, desunte dalle fonti prime; togliere errori di fatto e d’apprezzamento, risalendo, attraverso i copiaticci, ai documenti originali; combattere pregiudizi tradizionali, ritornando alla parola di Dante rettamente interpretata col sentimento storico dei tempi, con la visione compiuta di ciò che fu nel pensiero e nell’anima di lui nei vari momenti della vita; contribuire con nuove e più approfondite indagini a una illustrazione più sicura e precisa della vita e delle opere del grande autore, invocando, ove non basti l’opera nostra, l’altrui aiuto coll’indicare importanti ricerche che restano ancora da fare, col proporre utili questioni da risolvere; far conoscere della letteratura dantesca dei secoli scorsi quello che meriti diffusione e giovi a metter lo studioso di Dante in condizione di adempier meglio il suo ufficio. Non intendiamo menomamente invadere il campo del Bullettino della Società Dantesca né far concorrenza al risorto Giornale dantesco; ma cooperare con essi, per una via nostra propria, al progresso degli studi comuni. Potremo bensì prendere in esame una questione, o combattere una tesi, movendo da una pubblicazione recente; potremo, ogni tanto, riassumere i progressi fatti nel campo, o in certa parte del campo, dantesco, o per informazione sintetica utile ai lettori, o per combattere qualche indirizzo che a noi sembri dannoso; ma non ci proponiamo di fare una rivista critica, e tanto meno pensiamo ad aprire una palestra per chi voglia esercitarsi a mostrare le sue virtuosità di schermitore, ripetendo con poche variazioni i soliti giuochi.

Saremo ospitali con tutti, da qualunque scuola professino uscire. Per noi la critica non ha determinazioni, non ha esclusioni: si chiami storica o psicologica o estetica, tutto occorre e tutto giova, quando sia fatto con serietà; specialmente ove si tratti, come nel caso nostro, di opere delle quali non si può oggi, e comunemente, avere la immediata intelligenza e la netta percezione estetica. I nostri Studi accoglieranno qualsiasi indagine che con sobria trattazione riesca ad accertare un fatto, a provare una verità; qualsiasi trattazione che valga a mettere in luce una piega dell’anima di Dante, a svelare un segreto della sua arte, a far sentire una nota della sua poesia.

Sarebbe tempo di por fine ai vaniloqui fatti in nome del metodo storico o di quello estetico, alle polemiche protratte in lungo prendendo a pretesto la genialità latina o la pedanteria d’altre razze. L’erudizione ha il suo valore quand’è di prima mano, formata di fatti ben accertati, esattamente riprodotti, e illustrati nei loro vari aspetti. Le idee valgono quando sono giuste, cioè quando illuminano di vera luce i fatti nella loro ragione e nelle loro relazioni. Le considerazioni estetiche danno luce e godimento quando poggiano sopra una sicura intelligenza dell’opera qual è sgorgata dalla psiche dell’autore e fanno rivivere davanti all’occhio del lettore la creazione artistica. La scuola poi credo debba mirare soprattutto a disciplinare la mente e a sviluppare lo spirito critico, e a esperimentare i giovani in ogni genere di ricerca; e per me tanto erra chi li immiserisca nella sola pratica delle ricerche preliminari, quanto chi li chiami alle grandi altezze della critica ricostruttiva senza aver loro impennate le ali al gran volo: a ogni modo, fa opera più utile quegli che si indugia (dico nella scuola) di più o esclusivamente nelle ricerche preparatorie, nella fiducia che il vero ingegno saprà da sé trovare la via, che non quegli che rende vano anche il vero ingegno per non avergli saputo somministrare quel viatico che è indispensabile e indicare le vie che conducono a buon fine. Ciò che importa sopra tutto è la serietà e la probità scientifica, non incoraggiare la pigrizia, né dar plauso alla faciloneria, sia pure ingegnosa. La scuola è disciplina severa.

Anche una rivista, o altra pubblicazione periodica qualsiasi, è una scuola, dove gli studiosi più provetti devono dar l’esempio di lavoro accurato, serio, utile, e sempre vario, e sempre nuovo, e aprir nuove vie e richiamar sul retto cammino chi ne sia fuori; e dove i giovani sono chiamati a far le prime prove, a compiere il lavoro tracciato dai più anziani, a tentare nuove indagini con l’ardore e la perspicacia della loro età. Deve essere un’officina viva, sempre in funzione, dove tutto si utilizza, e dell’opera di tutti i volenterosi si trae vantaggio; è lasciata a ciascuno libertà di svolgere le proprie attitudini, ma non deve mancare una vigile coordinazione degli sforzi comuni a ottenere il massimo rendimento. La rivista deve preparare il libro; e in questo fine trovano la loro giustificazione anche memorie e notizie che in se stesse non hanno agli occhi di tutti utilità manifesta. Ingiusto o dannoso sarebbe condannare, se l’utilità non è apparente e immediata: una conclusione per sé poco importante può essere il fondamento per risolvere una questione di grande interesse; né è sempre possibile (anche per ragioni di spazio e d’armonia) trattare tutte le questioni preliminari là dove occorre avvalersi dei resultati e dove possa apparire l’importanza di esse. Serve inoltre la rivista a mettere in discussione quello che è difficile a risolversi con le cognizioni e l’avvedimento d’una sola persona, e a sottoporre all’altrui esame conclusioni non ben sicure prima di accoglierle nella definitiva trattazione di un libro.

La mira nostra principale è render comune una solida cultura dantesca, o almeno mostrare la necessità di tale cultura. Per essa non intendiamo soltanto quella informazione larga e sicura della letteratura strettamente dantesca che dà modo di valersi convenientemente del lavoro di tanti secoli, di concepire le questioni ancor vive nella loro interezza, ossia nelle loro complicate relazioni, di poter mirare a soluzioni giuste, a resultati nuovi ed utili; quella informazione, insomma che consenta di lavorare con piena coscienza di mezzi e di fini. Intendiamo, soprattutto, di quella più vasta cultura che ci fa rivivere nei tempi in cui l’anima di Dante si formò e operò, sicché niente ci resti oscuro o nuovo di quello che rappresentò l’arte sua. Che occorre conoscere i tempi di Dante tutti sono disposti ad ammetterlo pacificamente. Ma che questa conoscenza non sia nella maggior parte di coloro che s’occupano di Dante così vasta, precisa e profonda quanto occorre, purtroppo il modo come sono poste o risolte ogni giorno tante questioni n’è prova luminosa. Non basta leggere storie, esposizioni, dissertazioni critiche: la conoscenza non può provenire se non da uno studio ampio, ordinato, persistente, condotto sulle fonti prime – senza limiti ed esclusioni – tanto da rivivere quella vita in tutte le manifestazioni più varie, in tutti i particolari più fuggevoli, e da acquistarne il sentimento vero, pieno, sicuro. Quando discendiamo dalle vette del pensiero alle opinioni comuni, dai grandi fatti della storia ai casi umili della vita ordinaria, dalle grandi istituzioni alla pratica amministrativa di tutti i giorni, allora specialmente vediamo quanto generica e superficiale sia la cognizione del Medioevo che s’ha comunemente e a quanti errori d’intuizione, di ragionamento, d’apprezzamento dia luogo, anche in studiosi di gran valore. Bisogna reagire; bisogna togliere l’illusione che è in molti, che il Medioevo sia ormai tanto conosciuto da poterne discorrere così francamente come fra i dantisti si fa. Tolta l’illusione, gli studi si faranno, è da sperare, più larghi e profondi.

Poco utile però riuscirebbe lo studio delle dottrine e delle opinioni del Medioevo senza studiare contemporaneamente la potente personalità di Dante. Certo dello spirito medievale egli ha assorbito gran parte, ma non poca ne ha anche trasformato. Egli è uno spirito singolarmente attivo e originale: non basta cercare il pensiero degli autori da lui preferiti per conoscere il pensiero suo e spiegare le sue figurazioni poetiche. È perciò tempo che ci cerchi di penetrare più a fondo anche nella vita interiore del Poeta con tutti i mezzi a nostra disposizione. I fatti della vita esteriore giova certo precisarli come meglio si può, ma come segni per un giusto orientamento; ma la vita interiore è quella che alla comprensione di Dante più importa; si può dire la sola che veramente importi; e merita che le si faccia negli studi danteschi più degna parte. È una ricerca quanto mai delicata. Occorre finezza nel dedurre da ciascun’opera lo stato d’animo in cui l’autore si trovava nel momento della composizione; accortezza nel valersi di testimonianze relative a un medesimo oggetto che si abbiano in opere di tempi diversi, nate sotto diversa ispirazione; e guardarsi soprattutto dal non confondere due ordini di ricerche: ciò che avvenne nella realtà dei fatti, e ciò che Dante, con la libertà sua di poeta, volle far credere nei vari momenti. Specialmente se resulta qualche contraddizione fra le varie opere, non si ostini il critico a volerle conciliare in tutti i modi: quello che è dato di vita reale ha pure il suo valore, e giova accettarlo perché può servire per particolari questioni; quello che il poeta volle raffigurare nelle singole opere, comunque si presenti alterato, ha pure il suo valore, come condizione a intender l’opera d’arte e a determinare l’animo dell’autore nei diversi tempi. Conviene che il critico sappia ben mettersi in relazione con l’intimo di Dante in ciascun momento creativo; e se si tratti d’opera di lunga lena, sia pronto a trasmutarsi con l’autore di tempo in tempo.

Utilissima sarà, credo, negli Studi una rubrica: quella che tratterà di questioni fondamentali e di metodo. Forse in nessun campo come nel dantesco ci son tanti pregiudizi e errori tradizionali, che entrano inavvertitamente e dannosamente in tutte le discussioni e in tutte le indagini. Ogni studioso, anche prima che possa occuparsi personalmente di questioni dantesche, si trova imbevuto di opinioni correnti; e poiché le questioni dantesche sono strettamente legate tra loro, e non è praticamente possibile, nel trattar d’una, rivedere i fondamenti di tutte le altre, avviene spesso che s’impiantano ragionamenti e si traggono deduzioni su basi ben poco resistenti. Nascono polemiche; e ognuno dei contendenti dà per sicure e incontrovertibili quelle delle opinioni correnti in cui crede; e il pubblico che assiste al torneo, giudica pur esso co’ suoi pregiudizi, e talvolta per certi di essi è tentato di dar ragione all’una delle parti, per certi altri invece alla parte avversaria. Avviene talvolta che gli stessi contendenti, non avendo considerate le questioni sotto tutti gli aspetti, si valgono d’opinioni che, a guardar bene, non sono conciliabili con altre da loro stessi messe innanzi in altra parte della discussione. Peggio ancora quando all’incertezza dei dati s’aggiunge che la questione sia male impostata e la discussione mal condotta per difetto di giusti criteri o per inesperienza delle intime necessità di certe indagini. In tali condizioni, accingersi alla revisione delle opinioni che si hanno intorno ai punti cardinali della critica dantesca, tentare di rimettere sulla via retta le ricerche che si sono perdute per viottoli senza uscita, mi sembra cosa utilissima e urgentissima. Saranno ora trattazioni vere, ora note e pensieri per promuovere una discussione; e si accetteranno contradizioni, conferme, schiarimenti: tutto quello insomma che si potrà fare sarà fatto. Né occorre dire come una delle più utili ricerche metodiche sarà quella relativa alla Beatrice del periodo delle Rime, alla Donna gentile della Vita Nuova e alla Donna gentile del Convivio, alle relazioni tra la Vita Nuova, il Convivio e la Commedia, per scartare sotto qualsiasi forma si presenti l’idea d’una trilogia letteraria, o di un nesso intenzionale fra tutte e tre le opere, e mostrare invece sotto quanto diverse impressioni e con quale diversità d’intendimenti furono esse composte in tre distinti periodi della vita interiore.[1] Ognuno sa che dopo tanto discutere non è stato possibile accordare i vari pareri, per quanto siano entrati nella disputa i più acuti e geniali critici. Eppure io credo che la questione sia ormai matura, e occorra solo metterla ne’ suoi giusti termini; e poiché è una delle questioni veramente fondamentali nella letteratura dantesca, ogni sforzo per avvicinarci alla soluzione merita che sia ben accolto.

Congiunta con questa, e non meno importante di questa, è la questione dell’allegoria nella Divina Commedia, a cui non sono mancati in questi ultimi tempi studi pazienti da parte d’insigni nostri critici. Anche qui profonde discrepanze dividono gli autori; ma bisogna insistere e approfondire; soprattutto occorre determinar prima il metodo e i limiti della ricerca. È un problema che va posto con la maggior nettezza, acciò che sia chiaro, nell’interesse degli studi e della poesia, quello che è lecito e doveroso cercare e quello che riesce eccessivo, cioè oltre l’intenzione dell’autore, e offende i diritti dell’arte. Anche quelli dei critici che eccedono sono ben lontani dal farlo intenzionalmente, o dal voler sacrificare all’allegoria le ragioni dell’arte; ma messisi per la china senza propositi ben chiari o senza esser muniti di freni sicuri, s’abbandonano facilmente all’ebbrezza del correre, alla brama di scorger cose nuove, e vengono a perdersi nella steppa delle fantasticherie e delle sottigliezze. Io ho un giorno, durante il positivismo che s’era insinuato nella critica dantesca, richiamato gli studiosi a non trascurare una ricerca così importante come quella del simbolismo nella Divina Commedia: oggi sento il dovere di correre alla difesa del senso letterale, svilito come azione fittizia, come bella menzogna, quasi che nell’intendimento di Dante l’importanza del suo poema non consista già in quello ch’egli ha rappresentato nella lettera di esso, ma debba andarsi a cercare in concetti e intendimenti nascosti sotto quella rappresentazione. Non snaturiamo per carità l’opera di Dante: è una rivelazione, non già un’allegoria da capo a fondo. La lettera non è in funzione soltanto di riposti intendimenti, non è bella menzogna; quel viaggio ch’essa descrive è un viaggio voluto da Dio perché Dante riveli in salute degli uomini quello che ode e vede nel fatale andare. Dopo il viaggio d’Enea per la fondazione dell’Impero, dopo quello di san Paolo per la propagazione della fede e l’instaurazione della Chiesa cristiana, era dalla Provvidenza riservato a Dante poter vedere i tristi effetti del corrompimento di quelle due istituzioni, e additare i rimedi, e preannunziare i provvedimenti divini. Non sto a riferire i passi donde ciò risulta manifestamente; né a ricordare l’intimazione che Dante ha da Beatrice, da Cacciaguida, da san Pietro di stare ben attento a quello che vede e ode per riferirlo in pro del mondo che mal vive; né a mostrare come le cause del disordine sociale, e i rimedi, non sia necessario andarli ad appostare faticosamente per entro le latebre dei sensi allegorici, ma si manifestino apertamente per chiare affermazioni di chi ormai tutto vede in Dio, e si confermino nello spirito del Poeta per esempi luminosi e per necessarie deduzioni dai fatti. Dante negli argomenti puramente razionali, come negli esempi non ben manifesti, riponeva poca fiducia [Paradiso, XVII 139-142]:

ché l’animo di quel ch’ode non posa / né ferma fede per esemplo c’àia / la sua radice incognita e nascosa, / né per altro argomento che non paia.

La Divina Commedia è quello che Dante ha scritto, non quello che attraverso alla lettera vedono gli allegoristi. Dante l’ha scritta con suo linguaggio, ch’era, e naturalmente, per familiarità con le sacre carte, con le opere mistiche, con le visioni e le profezie del tempo, diverso da quello di noi tardi lettori, ma conveniente in tutto ai suoi contemporanei e adatto alla materia: non è una tela uniforme, ma diversamente colorita e istoriata, secondo che la fantasia di Dante, piena di tutte le immagini, da quelle più semplici e naturali della vita comune a quelle più accese e simboliche dello stile profetico e apocalittico, trovò via via – secondo l’ispirazione del momento – di più adatto ad esprimere il suo pensiero e il suo sentimento, Così, e nell’ideazione generale e nella concezione e stesura delle varie parti, entrò naturalmente accanto alla rappresentazione diretta anche la figurazione allegorica; e questa allegoria costituzionale ha, e deve avere per tutti, importanza come tutto il resto, perché è parte organica dell’opera poetica. Può essere che qualche particolare anche al lettore contemporaneo non riuscisse ben chiaro, come anche certe dottrine non saranno riuscite intelligibili a tutti (onde l’ammonimento «O voi che siete in piccioletta barca…»); ma Dante a questo dové badar poco; potè bastargli far sui più quell’impressione generica che voleva (certa aria di mistero è connaturata a queste visioni apocalittiche); ed era d’opinione che a «chi ha nobile ingegno è bello un poco di fatica lasciare» (Convivio, III 5 19). Qualcosa aveva già in precedenza dichiarato nelle opere minori (come il simbolo del paradiso terrestre e del paradiso celeste nella Monarchia); e poi tanto era quello che diceva apertamente, che il fine supremo del poema non rimaneva certo frustrato. Che se i lettori volevano ritrovare altri sensi, altri ammaestramenti, n’avevano piena licenza dall’uso del tempo; e Dante stesso credeva che dovesse farsi anche dove egli non li invitava espressamente o non aveva atteggiato a ciò la sua rappresentazione. Ma indagare consimili allegorie sarebbe vana ricerca: a noi importa intendere e spiegare ciò che è effettivamente rappresentato nel poema in modo da poter essere appreso immediatamente e abbastanza chiaramente dai contemporanei e meglio ancora da chi oggi si metta in grado, con lo studio, di capire insieme e quel linguaggio e l’intimo pensiero di Dante. Noi dobbiamo guardare l’opera con gli occhi stessi con cui la guardò l’autore nell’atto della creazione; vedere in essa tutto quello che l’autore, valendosi anche dello stile simbolico del tempo, vi seppe mettere, così nei momenti di maggiore ispirazione come in quelli di più artificiosa costruzione; trovare, oltre alle palesi, le rispondenze intime fra le varie invenzioni e figurazioni; penetrare a fondo la creazione del poeta, sì da comprendere l’unità interiore e vedere in miglior luce ogni sua parte: non cominciare col disconoscere la natura sua di rivelazione e togliere ogni importanza a ciò ch’egli effettivamente scrisse, per sostituirvi concetti e ideologie che sono la morte di ogni poesia.

Accanto a queste ricerche d’ordine superiore parrà cosa da poco un altro proposito che abbiamo: contribuire con una serie di note, brevi ma conclusive, all’illustrazione particolare del testo delle opere di Dante. L’esperienza prova tutti i giorni quanto lasci ancora a desiderare la stessa interpretazione letterale, perché ancora lascia a desiderare «la stessa interpretazione letterale: pochi sono convinti che la lingua del trecento sia, e per lessico e per la sintassi, in buona parte diversa dall’odierna. Pare di aver capito bene, ed è solo presso a poco; si pensa a un trascorso di copista, ed è una proprietà idiomatica del tempo; credete d’aver innanzi un’espressione di conio dantesco o un giro stilistico, e v’avviene poi di ritrovare l’una e l’altro come espressione comune. Un passo, più passi, d’autori volgari contemporanei, e anche di scritture che non sono se non volgare latinizzato, un riscontro d’alcuno di quegli autori che Dante ebbe più familiari a un tratto v’illuminano, rompono vostre incertezze, vi porgono un’interpretazione esatta e precisa. Tutti di queste note ne hanno: non si pubblicano per pigrizia, perché non pare che metta conto, perché non c’è chi le accolga volentieri. Invece non deve esser così. Si tratta di Dante: tutto ciò che può riuscire a precisare una linea, a chiarire un concetto, a svelare un’illusione, tutto deve esser curato. Né dobbiamo certamente limitarci all’interpretazione letterale del testo: c’è da fare ben altro sia per le opere dottrinali, sia per le opere più propriamente artistiche: osservazioni utili avviene a tutti di farne spesso; tutti dovrebbero comunicarle. Dovrebbero essere note rapide, ove il fatto nuovo, l’osservazione nuova sia messa in rilievo, senza ritessere storie vane di questioni agitate in passato, senza confutare opinioni che la nuova prova mostri da per sé insostenibili: la brevità, trattandosi di un autore come Dante, dovrebbe parere un dovere.

Con questi intendimenti, fidando nell’aiuto di pochi ma fidi amici, e nell’operosità di giovani volenterosi, inizio questa serie di Studi, che usciranno a liberi intervalli; due volte l’anno almeno. Cominceremo dall’accertamento di fatti esteriori e più sicuri, dalla soluzione di problemi più ristretti o più facili, che potranno esser caposaldi per le più complesse indagini che tenteremo poi. E se parrà che noi siamo soverchia importanza a certi dati di fatto che poco giovano per sé alla comprensione dell’anima di Dante o della sua poesia, vogliano i lettori riflettere che in un campo dove molto bisogna ricostruire per forza d’induzione e di congettura, certi punti sicuri d’orientazione, anche se paiano un po’ lontani dal campo propriamente dantesco, possono utilmente servire di guida, tanto da salvarci almeno dall’errore, che non è piccolo vantaggio. Niuno più di noi comprende la necessità di avvicinarsi all’opera di Dante e di penetrarla: e avremo sempre di mira, come fine ultimo, tale penetrazione: ma gli studiosi veri sanno che solo per la via delle minute ricerche, sui fatti di maggiore importanza e su quelli di minor conto, sulle figure che stanno in piena luce e su quelle che stanno nella penombra, sulle opere più insigni per pensiero e per arte e su quelle di carattere più umile e popolare, si può acquistare il sentimento vero e la piena conoscenza dei tempi; senza di che è inutile avvicinarsi a un autore come Dante. La sua poesia si è cominciata veramente a intendere quando si è preso a studiare seriamente la sua età: «la osservazione diligentissima della storia (ben disse il Foscolo) guasta i magici incanti degli altri poeti; ma Dante quanto più e guardato da storico, tanto più illude e sorge mirabile come poeta».[2]

Note

  1. Ad alcune di queste ricerche si sarebbe dedicato lo stesso Barbi (i cui studi principali sono raccolti nei Problemi di critica dantesca. Prima serie 1893-1918 e Problemi di critica dantesca. Seconda serie 1920-1937).
  2. Barbi fa riferimento al Discorso sul testo e su le opinioni diverse prevalenti intorno alla storia e alla emendazione critica della ‘Commedia’ di Dante del 1825.