Riflessioni di Max Born

Terza parte di «Ricordi di Max Born», una serie di tre articoli pubblicata nel 1965 sul Bullettin of the Atomic Scientists (questa compare alle pagine 3-6 del numero di novembre). Il fisico teorico Max Born, premio Nobel per la fisica nel 1954, è stato tra i principali protagonisti dell’elaborazione della Meccanica Quantistica negli anni ’20 del secolo scorso, ed è, in particolare, il principale fautore della cosiddetta «interpretazione probabilistica» di tale teoria. Questo testo (qui tradotto in italiano) è interessante per almeno due ragioni: la prima è che Born, stella scientifica di prima grandezza, può permettersi di esprimere, su una “autorevole” rivista scientifica, giudizi tanto estremi sugli effetti sulla civiltà umana, non tanto di questo o quel risultato o applicazione della scienza, ma dell’esistenza stessa di ciò che lui chiama metodo scientifico. E lo fa in un momento storico in cui la potenza tecno-scientifica si esprime su due fronti principali: quello della nuclearizzazione (militare e civile) del mondo e quello dell’automazione del lavoro per mezzo di dispositivi di controllo elettronico, prendendone atto con una sorta di lucida disperazione. La seconda è che egli utilizza il termine metodo scientifico per indicare ciò che si può più propriamente chiamare tecnoscienza – ovvero l’insieme  dei dispositivi tecnologici e dei protocolli automatici che viene oggi spesso identificato con la scienza, nonché dei “ricercatori” dediti alla sola fattibilità tecnica e che si ritengono tuttavia “scienziati” – trascurando o ignorando il significato che il termine «metodo scientifico» poteva avere nel contesto in cui è nato, ovvero nel mondo ellenistico. Senza nulla togliere alle lucide osservazioni di Born, si può osservare che proprio tale ingenua identificazione – figlia di un oblio generalizzato su cui gran parte della nostra cultura è fondata – rende molto difficile immaginare un ruolo non distruttivo degli esiti della scienza.

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