Sul discutibile confine tra fisica e matematica

Se la geometria di Euclide è vista come la scienza delle possibili relazioni mutue di corpi praticamente rigidi nello spazio, cioè se la si tratta come una scienza fisica, evitando di astrarre dal suo originale contenuto empirico, l’omogeneità logica tra geometria e fisica teorica diviene completa.

Tratto da una conferenza tenuta da Albert Einstein a Oxford il 10 giugno 1933, pubblicata con il titolo On the Method of Theoretical Physics, in “Philosophy of Science”, The University of Chicago Press, Vol. 1, No. 2 (aprile 1934), pp. 163-169.

Cosa succede su Anticitera 23/05/2019

Con l’uscita di oggi pubblichiamo due nuovi contenuti, entrambi dedicati alla scuola. Il primo è un nostro  intervento sul recente progetto di legge che prevede la reintroduzione dell’educazione civica nelle scuole italiane, mentre il secondo è un contributo di Andrea Trusiano, che insegna Matematica e Fisica presso l’Istituto Pacinotti-Archimede di Roma, sui nuovi meccanismi di inclusione-esclusione messi in atto dalla “Buona Scuola” sulla base delle cosiddetti Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Ci è sembrato particolarmente opportuno accostare le nuove proposte sull’insegnamento dell’educazione civica e le informazioni date da Trusiano, perché entrambe danno un’idea della direzione generale verso cui sta andando la scuola italiana. In questo senso, un elemento costante ci sembra il progressivo venir meno delle funzioni collettive della scuola, tra cui la formazione di cittadini in grado di inserirsi costruttivamente nella società attraverso il lavoro e tutte le forme di partecipazione alla vita pubblica, e anche, ovviamente, di futuri studenti universitari in grado di acquisire conoscenze aventi una ricaduta sociale positiva. Questi sono stati per anni i compiti più importanti della scuola, ma i cambiamenti nel contesto economico, nelle modalità di produzione dei beni e nella suddivisione del lavoro hanno condotto negli ultimi decenni a profonde trasformazioni delle funzioni che la scuola è chiamata ad assolvere (su questo rimandiamo a Segmenti e bastoncini di Lucio Russo). Una delle conseguenze di queste trasformazioni è che da vari decenni le finalità collettive della scuola vengono sistematicamente messe da parte a fronte delle esigenze (in alcuni casi presunte) dei singoli. Chiaramente non ci sono mai soluzioni facili a questo tipo di contrapposizioni, ma proprio per questo ci sembra che la loro risoluzione unilaterale a scapito costante degli interessi collettivi sia una scelta discutibile.

 

Il ritorno dell’educazione civica?

 

di Alessandro Della Corte, Stefano Isola e Lucio Russo

La camera dei deputati ha approvato con un voto plebiscitario (nessun contrario e solo tre astenuti) il progetto di legge intitolato “Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica”[1]. Tutti i commentatori hanno plaudito all’iniziativa, mostrando come, almeno su questo tema, il parlamento rappresenti bene le opinioni prevalenti nel paese.

Esaminiamo le cose un po’ più da vicino.

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L’esclusiva scuola italiana dell’inclusione

 

di Andrea Trusiano

La legge n. 107 del 2015 denominata “Buona Scuola” introduce una serie notevole di novità nel sistema scolastico italiano. Tra queste, a mio avviso, merita una particolare riflessione quella riguardante gli studenti con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), riconosciuti dalla legge 170 del 2010. I dirigenti scolastici, coadiuvati da gruppi di lavoro formati da docenti, sono tenuti a progettare forme di didattica inclusiva per gli studenti aventi certificazioni mediche di DSA.

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Fotografare un buco nero

A photograph is  a  universe of dots. The grain, the halide, the little silver things clumped in the emulsion. […] This is what technology does. It peels back the shadows and redeems the dazed and rumbling past. It makes reality come true.

Don DeLillo, Underworld

 

di Alessandro Della Corte, Stefano Isola e Lucio Russo

Il 10 aprile scorso il progetto EHT (Event Horizon Telescope), un consorzio internazionale di circa duecento ricercatori e una quindicina di istituti di ricerca, ha diffuso la prima immagine mai apparsa di un buco nero ottenuta utilizzando dati osservativi e non simulando al calcolatore la soluzione di equazioni tratte dalla teoria. La notizia è stata sulle prime pagine in tutto il mondo, perfino su giornali come il Wall Street Journal e Il Sole 24 ore. Passato qualche giorno, quando il clamore è calato e altre notizie hanno fatto il giro del mondo (la Libia, Notre Dame, gli attentati in Sri Lanka), sembra il momento giusto per dedicare qualche riflessione distesa al significato dell’impresa del progetto EHT.

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The Biggy

Dicembre 1987. Ho appena letto il «Los Angeles Times». Un articolo sul terremoto atteso da anni sulla costa del Pacifico e che dovrebbe arrivare dal Messico per giungere fino all’Alaska. Dato che se ne parla oramai da decenni, di fatto già dal terremoto di San Francisco, questa catastrofe è già familiare, perciò, di fatto, qualcosa che appartiene ormai al passato, e che per via di questo slittamento temporale ha perso la sua minacciosità. Ma non è tutto. La minimizzazione procede così oltre che l’immensamente grande e terribile è stato linguisticamente trasformato in un diminutivo. Nelle lingue anglosassoni, in particolare in americano, basta aggiungere una Y alla fine di una parola perché ogni essenza, cosa o evento, perfino quelli mostruosi, diventino qualcosa di innocuo, addirittura di carino. Da Ronald per esempio si ricava il più affettuoso «Ronny». Ugualmente, già oggi, si trasforma affettuosamente la catastrofe continentale attesa per domani o per dopodomani in qualcosa di gentile. E siccome questa rimane – giacché la massima «small is beautiful» non si è ancora completamente affermata – qualcosa di grosso, essa è appunto «big». Questa grandezza è però qualcosa di gentile e di piccolo allo stesso tempo, tanto che l’immensa catastrofe viene già oggi chiamata «The Biggy» nel L.A.-Times. E questo vezzeggiativo, che sul primo momento non avevo compreso, viene utilizzato e ripetuto con una disinvoltura tale che è evidente: il L.A.-Times si aspetta che ogni lettore abbia dimestichezza con questa espressione. Che cosa sono, dunque, le menzogne di singoli nostri simili, in confronto alla bugiardaggine di una lingua mondiale?
Tratto da Günther Anders, Brevi scritti sulla fine dell’uomo (trad. it. Trieste, 2016, pp. 81-83).