Né il vero né il falso, semmai l’irreale: quali esperienze musicali nel post-covid?

di Stefano Isola

Tra le attività umane che hanno subito i colpi più duri da parte del regime di  distanziamento sociale in atto da circa un anno in molti paesi del mondo (pur con modalità e intensità diverse) vi sono quelle associate all’esperienza della musica dal vivo, che si è interrotta d’un colpo, lasciando legioni di strumentisti, studenti di conservatorio, musicisti indipendenti, orchestrali, direttori d’orchestra, promotori musicali, cantautori, arrangiatori, accordatori, in un lungo purgatorio di inattività forzata. Per altro, come in molti altri settori, anche per l’attività musicale si è rapidamente interposto l’apparato della rete, dei computer, dei servizi di live streaming, e i mille dispositivi e applicazioni utili a trasmettere e condividere materiali di vari tipo su piattaforme digitali. Insomma, l’esistenza stessa di un’infrastruttura digitale diffusa nella nostra società ha permesso che alcune attività potessero essere perpetuate, seppure in forma surrogata, anche in pieno lockdown. D’altra parte, come appare evidente in molti casi specifici, dal lavoro all’istruzione, dal commercio allo spettacolo, tale perpetuazione mette in atto, in modo pressoché automatico, anche una sorta di selezione artificiale tra le diverse modalità, significati, contesti, peculiarità con cui le varie attività possono continuare ad esistere, lasciando svanire come ombre al buio quelle meno adattabili ai protocolli della formattazione digitale. 

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Il complesso rapporto tra storia ed evoluzione

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di Francesca Romana Capone

Il saggio Storia ed evoluzione di Edmund Russell, offre lo spunto per ragionare, in termini più ampi, sull’intreccio che ha legato l’evoluzione biologica e quella culturale sin dalla comparsa delle idee di Darwin. Proprio un “eretico” di inizio Novecento, Pëtr Kropotkin, con il suo Il mutuo appoggio, di recente ripubblicato in italiano, aiuta a mettere in evidenza alcuni nodi problematici nella relazione di “scambio” tra storia e biologia evoluzionistica. 

È la natura che guida la storia?

“Unificare le conoscenze di storia e biologia all’interno della storia evoluzionistica ci permette di comprendere il passato meglio di quanto non possano fare le due discipline prese singolarmente”1 . È questa la principale conclusione del saggio Storia ed evoluzione. Un nuovo ponte tra umanesimo e scienza di Edmund Russell, pubblicato di recente da Bollati Boringhieri. Un testo che si offre soprattutto come un programma di ricerca: partendo dal presupposto che l’uomo non solo è effetto, ma anche causa di processi evolutivi (si pensi, ad esempio, ai batteri resistenti agli antibiotici, oltreché alle specie vegetali e animali consapevolmente selezionate), Russell si propone di far convergere gli strumenti dello storico e dell’evoluzionista nell’analisi della storia umana. È infatti convinzione dello studioso che uno sguardo capace di cogliere aspetti quali la coevoluzione delle specie o la diversa velocità dell’evoluzione genetica e culturale, sia in grado di offrire spiegazioni più profonde di alcuni fenomeni storici.

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Connotazione, confusione e minestrone. Ovvero come i linguaggi oscuri possano far danno.

di Edoardo Gianfagna

Gli ambienti in cui sono cresciuto, coloriti, rumorosi e schietti, erano popolati da individui spicci, a corto di studi, assorbiti da negozi ed impellenti necessità pratiche, rispettosi della cultura del medico, del professore, del commercialista o del notaio; ma anche capaci di impiparsene, quando pareva che quella cultura non si interessasse minimamente ai loro problemi. Così feci mia un’idea del sapere intrisa di utilitarismo, cioè della convinzione che le cose che sappiamo debbano servirci a qualcosa.

Essendo duro di comprendonio impiegai gli anni del liceo per capire che quell’idea era una mezza fesseria. Il bisogno di conoscere, la curiosità che mi avevano spinto ad osservare per ore il brulicare dei formicai davanti all’uscio di casa, potevano non avere alcuna ricaduta pratica immediata; inoltre – pensavo – ciò che sappiamo può essere utile in modo diverso dal modo in cui è utile la patente di guida, o un’affettatrice. Ciò che sappiamo può servire a cambiare il modo di pensare, prima che di agire; e può essere utile a sapere ciò che dobbiamo credere: il che non è poco, anche se è un’utilità immateriale.

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Il gioco della regina degli scacchi

The sun shone, having no alternative, on the nothing new.

                                                                                  Samuel Beckett

Nella storia d’amore più famosa del Medioevo, l’amore nasce davanti alla scacchiera. La storia di Tristano e Isotta è stata raccontata molte volte; e in una delle varianti, che ha avuto particolare successo nelle arti figurative, i due giovani bevono il filtro magico che li fa innamorare l’uno dell’altro mentre giovano a scacchi. Perché gli scacchi? Perché nel Medioevo erano un tipico passatempo nobiliare, in primo luogo. Ma anche perché gli scacchi sembrano simboleggiare perfettamente il rapporto amoroso, al punto che in alcune versioni del mito Tristano e Isotta smettono di giocare solo per incominciare insieme, come si legge nel Tristano Riccardiano (una traduzione toscana del Duecento che potrebbe aver letto anche Dante), «quello giuoco», «che infino a lloro vita lo giucarono volentieri», cioè quel gioco che avrebbero giocato volentieri fino alla fine della loro vita.

Ma il potere seduttivo degli scacchi, dal Medioevo a oggi, sembra essere rimasto inalterato, come dimostra il rapidissimo successo planetario della miniserie televisiva La regina degli scacchi (The Queen’s Gambit)[1], distribuita su Netflix il 23 ottobre 2020.[2] Non solo la serie ha fatto numeri stellari in termini di visualizzazioni e ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il Golden Globe 2021 per la Migliore serie Tv (Best Television Motion Picture) e per la migliore attrice (Best Actress – Television Motion Picture), ma dal momento del suo lancio gli acquisti di scacchi e scacchiere, l’iscrizione a siti e piattaforme virtuali di scacchi e gli spettatori di canali tematici su YouTube (nonché il numero di canali stessi) sono aumentati vertiginosamente.[3] Quali sono le ragioni di questo successo?

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L’ultima volontà del mercato

di Marco Grimaldi

1. La filologia dovrebbe porsi come obiettivo di ricostruire e interpretare correttamente i testi, letterari e non. Questo compito consiste talvolta nel riscoprire e nel riproporre il raro, l’antico e tutti i documenti che appaiono significativi per ragioni storiche; ma in genere sta soprattutto nel restituire ai lettori un testo il più vicino possibile all’originale, cioè, fino a prova contraria e quando non ci siano dubbi sulla natura di tale volontà, quello che si ipotizza corrispondere all’ultima volontà dall’autore.

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La rivincita della Scuola Radio Elettra

di Edoardo Gianfagna

Tra il 1951 e il 1995 c’era la Scuola Radio Elettra (SRE) di Torino. Era una scuola per corrispondenza ideata da un chimico, Vittorio Veglia, e da un ingegnere polacco, Tomasz Carver Paszkowski. Al massimo della sua espansione la SRE aprì distaccamenti in Francia, Germania, Spagna e nel continente africano. Offriva a tutti coloro che non avevano potuto, voluto o saputo conseguire il diploma quinquennale di periti elettronici una formazione a distanza secondo un piano di studi personalizzato in 30-50 lezioni, senza scadenze prefissate e senza limiti di età; ma soprattutto senza che l’allievo si dovesse spostare da casa, e garantendogli di fatto il successo formativo.

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Vite perpendicolari – II

Le analogie possono essere uno strumento comunicativo estremamente efficace. Lo sapeva bene Plutarco, che cercò di dipingere, nelle sue Vite Parallele, un’improbabile similitudine fra il suo nativo mondo greco e quello romano che lo aveva adottato. Ma forse ancor più istruttivi delle analogie sono i contrasti. Particolarmente interessanti, ad esempio, sono gli elementi di contrasto nelle vite di persone che, per i motivi più vari, possono essere sensatamente messe a confronto. In questa rubrica vogliamo appunto raccontare storie di uomini e donne più o meno noti e importanti che, a partire da rilevanti elementi condivisi, hanno conosciuto destini molto diversi.

Emanuel Lasker e Magnus Carlsen

di Alessandro Della Corte

 

 

 

 

Nel suo libro del 2007 How life imitates chess, Garry Kasparov sostiene (fin dal titolo volutamente provocatorio) che gli scacchi sono molto più di un semplice gioco e che la loro ricchezza può insegnare molto anche fuori dalla scacchiera. Kasparov si concentra soprattutto sulla dimensione individuale, cercando di tradurre la sua pluridecennale esperienza di scacchista di vertice in consigli utili all’affermazione personale. Ma il parallelo tra scacchi e realtà può spingersi molto più in là. L’evoluzione storica del gioco e della sua percezione sociale ne fanno infatti uno specchio sorprendentemente fedele, e per certi versi illuminante, della cultura coeva [1]. Le vite perpendicolari che consideriamo in questo articolo, quelle di due campioni mondiali di scacchi vissuti a più di un secolo di distanza, sono interessanti proprio per questo.

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Recensione a “Chi siamo e come siamo arrivati fin qui. Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità” di David Reich

di Francesca Romana Capone 

Premessa

Nei primi anni ’90, Luigi Luca Cavalli Sforza, assieme a Paolo Menozzi e Alberto Piazza, pubblicava il fondamentale saggio Storia e geografia dei geni umani, che raccoglieva decenni di studi gettando le basi della moderna antropologia genetica. A distanza di meno di trent’anni, un suo giovane allievo, David Reich, ci mostra in Chi siamo e come siamo arrivati fin qui come il progresso nelle tecnologie di sequenziamento del genoma e la possibilità di studiare DNA antico abbiano in parte rivoluzionato le conclusioni tratte dal maestro.

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Scuola, ricerca e altri spettri

di Stefano Isola 

Può apparire stupefacente che nella gran parte delle discussioni pubbliche correnti su temi come scuola e università, e in generale sull’istruzione di massa, o sulla ricerca scientifica e la sua rilevanza sociale, si proceda quasi invariabilmente nascondendo dietro una cortina di connessioni e dettagli secondari, quando non elusivi, il fatto che l’oggetto stesso del discorso è qualcosa che, in quanto tale, fondamentalmente non funziona più, compiendo così, come ha scritto Edoardo Gianfagna, un atto di omertà di fronte al fallimento della nostra cultura.

La cortina fumogena raggiunge poi livelli inquietanti quando si proclama con compiacimento l’avvento di una sedicente “società della conoscenza” – concomitante all’esplosione delle tecnologie della comunicazione – tacendo del tutto i processi degenerativi che pure si palesano con crescente brutalità agli occhi di chiunque abbia a cuore la vitalità, e dunque la sopravvivenza, della cultura umana. E non parliamo soltanto dell’ignoranza e dell’analfabetismo funzionale dilaganti ovunque, e in modo particolare nel nostro paese, ma anche dei processi di trasformazione più o meno silenziosi che hanno investito le istituzioni fondamentali della trasmissione e della produzione della cultura, modificandole profondamente: se la scuola era un’oasi di tempo improduttivo, ora sta tramutandosi in un’appendice del sistema globale di produzione e consumo delle merci, come testimoniato tra le altre cose dal lessico economicistico, dalle pratiche d’insegnamento improntate all’intrattenimento e all’“innovazione” incessante, dalla scuola-lavoro, etc.; analogamente, se nell’università e nei centri di ricerca fino a qualche tempo fa si manteneva viva la dimensione della libera indagine intellettuale – la quale se anche stimolata da problemi concreti procede combinando metodo ed inventiva, con ampio margine d’imprevedibilità riguardo agli esiti –, oggi il termine “ricerca” significa perlopiù gestione di risorse per la messa in atto di protocolli standardizzati e finalizzati ad obiettivi specifici assegnati in partenza.

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Educare a tutto

di Edoardo Gianfagna

Ha fatto parecchio rumore il caso del docente che ha apostrofato con violenza i propri studenti che avessero osato partecipare ad una manifestazione organizzata per avversare un certo partito politico, promettendo di rendere la loro vita scolastica un inferno. Tra le molte voci indignate spiccano quelle del ministro dell’istruzione, il quale ha chiesto la verifica dei fatti e la «sospensione immediata»; e quella della vice-ministro, che ha dichiarato che «nessuno può essere discriminato per le proprie idee, tantomeno nella scuola» [1].
Pure io ho trovato deplorevole l’accaduto. È ovvio che l’avrei trovato deplorevole anche se il docente avesse parteggiato per un partito del fronte opposto. Anzi – quantunque il pessimo clima politico sia un tutt’uno con l’inciviltà di troppi italiani – giungo a credere che le persone pronte a denunciare la sfrontatezza di questo tipo d’abuso sarebbero state ugualmente numerose.

[1] Ansa.it (Emilia-Romagna), 25 novembre 2019, ore 12.59

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