Connotazione, confusione e minestrone. Ovvero come i linguaggi oscuri possano far danno.

di Edoardo Gianfagna

Gli ambienti in cui sono cresciuto, coloriti, rumorosi e schietti, erano popolati da individui spicci, a corto di studi, assorbiti da negozi ed impellenti necessità pratiche, rispettosi della cultura del medico, del professore, del commercialista o del notaio; ma anche capaci di impiparsene, quando pareva che quella cultura non si interessasse minimamente ai loro problemi. Così feci mia un’idea del sapere intrisa di utilitarismo, cioè della convinzione che le cose che sappiamo debbano servirci a qualcosa.

Essendo duro di comprendonio impiegai gli anni del liceo per capire che quell’idea era una mezza fesseria. Il bisogno di conoscere, la curiosità che mi avevano spinto ad osservare per ore il brulicare dei formicai davanti all’uscio di casa, potevano non avere alcuna ricaduta pratica immediata; inoltre – pensavo – ciò che sappiamo può essere utile in modo diverso dal modo in cui è utile la patente di guida, o un’affettatrice. Ciò che sappiamo può servire a cambiare il modo di pensare, prima che di agire; e può essere utile a sapere ciò che dobbiamo credere: il che non è poco, anche se è un’utilità immateriale.

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