Scuola, ricerca e altri spettri

di Stefano Isola 

Può apparire stupefacente che nella gran parte delle discussioni pubbliche correnti su temi come scuola e università, e in generale sull’istruzione di massa, o sulla ricerca scientifica e la sua rilevanza sociale, si proceda quasi invariabilmente nascondendo dietro una cortina di connessioni e dettagli secondari, quando non elusivi, il fatto che l’oggetto stesso del discorso è qualcosa che, in quanto tale, fondamentalmente non funziona più, compiendo così, come ha scritto Edoardo Gianfagna, un atto di omertà di fronte al fallimento della nostra cultura.

La cortina fumogena raggiunge poi livelli inquietanti quando si proclama con compiacimento l’avvento di una sedicente “società della conoscenza” – concomitante all’esplosione delle tecnologie della comunicazione – tacendo del tutto i processi degenerativi che pure si palesano con crescente brutalità agli occhi di chiunque abbia a cuore la vitalità, e dunque la sopravvivenza, della cultura umana. E non parliamo soltanto dell’ignoranza e dell’analfabetismo funzionale dilaganti ovunque, e in modo particolare nel nostro paese, ma anche dei processi di trasformazione più o meno silenziosi che hanno investito le istituzioni fondamentali della trasmissione e della produzione della cultura, modificandole profondamente: se la scuola era un’oasi di tempo improduttivo, ora sta tramutandosi in un’appendice del sistema globale di produzione e consumo delle merci, come testimoniato tra le altre cose dal lessico economicistico, dalle pratiche d’insegnamento improntate all’intrattenimento e all’“innovazione” incessante, dalla scuola-lavoro, etc.; analogamente, se nell’università e nei centri di ricerca fino a qualche tempo fa si manteneva viva la dimensione della libera indagine intellettuale – la quale se anche stimolata da problemi concreti procede combinando metodo ed inventiva, con ampio margine d’imprevedibilità riguardo agli esiti –, oggi il termine “ricerca” significa perlopiù gestione di risorse per la messa in atto di protocolli standardizzati e finalizzati ad obiettivi specifici assegnati in partenza.

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Il ritorno di Dante narcolettico

di Marco Grimaldi

1. Fino a qualche tempo fa avrei detto che in Italia il prestigio della scienza fosse in crisi. Lo pensavo soprattutto leggendo le invettive contro i “professoroni”, riflettendo sul successo di programmi come Voyager o meravigliandomi per la diffidenza verso i vaccini o la diffusione del terrapiattismo. Ma più temibile del disprezzo per la scienza, e non necessariamente contraddittorio con esso, è lo scientismo.

All’inizio del 2016 aveva avuto una certa risonanza una notizia apparsa su la Repubblica online, che il 15 febbraio titolava: Dante Alighieri era narcolettico, un nuovo studio conferma la tesi. Il quotidiano dava conto di una ricerca, pubblicata sulla più importante rivista internazionale di neurologia clinica da un gruppo di studiosi dell’Università di Zurigo, secondo la quale Dante avrebbe sofferto di narcolessia. La tesi non era nuova. L’aveva già sostenuta nel 2013 Giuseppe Plazzi, professore di Neurologia all’Università di Bologna, rielaborando un’idea un po’ diversa espressa – con più cautela – prima da Claudio Giunta in un commento alle poesie dantesche e poi da Marco Santagata in una fortunata biografia del poeta: Dante avrebbe descritto in alcuni passi della sua opera i sintomi dell’epilessia.

A me la tesi della narcolessia pareva e pare ancora priva di fondamento. Pensavo fosse acqua passata e mi accorgo invece che gode di un certo credito e che ha compiuto una parabola molto curiosa: espressa da studiosi di letteratura, apparentemente comprovata dagli scienziati, torna agli umanisti non più come un’ipotesi ma come un dato di fatto col “bollino di garanzia della scientificità”.

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Misurare la ricerca

di Alessandro Della Corte e Lucio Russo

Il problema di valutare in modo efficace la qualità della ricerca scientifica è ormai avvertito con crescente consapevolezza, e l’adeguatezza dei criteri puramente bibliometrici è stata sottoposta a critiche numerose e variegate. Si tratta di una questione cruciale, le cui ricadute sul “mondo reale” sono ovviamente ancora più importanti degli ingombranti effetti sulla vita lavorativa di chi fa ricerca. La questione meriterà quindi certamente un intervento più articolato su Anticitera, mentre in questo breve contributo vogliamo semplicemente fare qualche considerazione sulla base di un recente studio di Alberto Baccini, Giuseppe De Nicolao ed Eugenio Petrovich (Citation gaming induced by bibliometric evaluation: A country-level comparative analysis) pubblicato su Plos One [1] e ripreso da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 12 settembre [2] e dagli stessi autori su Roars [3].

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Fotografare un buco nero

A photograph is  a  universe of dots. The grain, the halide, the little silver things clumped in the emulsion. […] This is what technology does. It peels back the shadows and redeems the dazed and rumbling past. It makes reality come true.

Don DeLillo, Underworld

 

di Alessandro Della Corte, Stefano Isola e Lucio Russo

Il 10 aprile scorso il progetto EHT (Event Horizon Telescope), un consorzio internazionale di circa duecento ricercatori e una quindicina di istituti di ricerca, ha diffuso la prima immagine mai apparsa di un buco nero ottenuta utilizzando dati osservativi e non simulando al calcolatore la soluzione di equazioni tratte dalla teoria. La notizia è stata sulle prime pagine in tutto il mondo, perfino su giornali come il Wall Street Journal e Il Sole 24 ore. Passato qualche giorno, quando il clamore è calato e altre notizie hanno fatto il giro del mondo (la Libia, Notre Dame, gli attentati in Sri Lanka), sembra il momento giusto per dedicare qualche riflessione distesa al significato dell’impresa del progetto EHT.

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Scienza e democrazia

 di Stefano Isola e Lucio Russo

Tra gli argomenti che negli ultimi anni dividono l’opinione pubblica in due tifoserie contrapposte, vi è l’atteggiamento verso la scienza e, in particolare, i suoi rapporti con la democrazia.

La tradizionale fiducia verso la scienza, sorretta da un diffuso atteggiamento positivistico e da un più generale apprezzamento del ruolo degli intellettuali, è stata sostituita in larga parte dell’opinione pubblica da un atteggiamento critico che contrappone alla scienza, spesso qualificata dispregiativamente con aggettivi come “ufficiale” o “occidentale”, visioni alternative di diversa origine, spesso esotica.

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Intervista a John Dupré

La ragionevole inefficacia della scienza di base

(per la spiegazione della natura umana)

Una conversazione con John Dupré

di Alessandro Della Corte

John Dupré si è principalmente occupato della filosofia delle scienze della vita. Un aspetto molto interessante del suo lavoro riguarda le ricadute dello studio degli organismi viventi su problemi classici dell’epistemologia come quelli riguardanti riduzionismo, determinismo e libero arbitrio. Spero che i lettori di Anticitera apprezzeranno l’intervista che Dupré ha gentilmente accettato di concederci.

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