Pandemia, ricerca e miopia

di Lucio Russo

Nel 1963 Giuseppe Saragat dette il via a una feroce campagna di stampa contro Felice Ippolito che, dirigendo il CNEN, aveva osato spendere danaro pubblico nella ricerca nucleare, portando l’Italia a livelli competitivi in questo settore. L’11 agosto di quell’anno, in un articolo sul “Corriere della Sera”, Saragat si chiedeva: “Perché non aspettare che questa competitività sia realizzata da paesi che hanno quattrini da spendere?”

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Né il vero né il falso, semmai l’irreale: quali esperienze musicali nel post-covid?

di Stefano Isola

Tra le attività umane che hanno subito i colpi più duri da parte del regime di  distanziamento sociale in atto da circa un anno in molti paesi del mondo (pur con modalità e intensità diverse) vi sono quelle associate all’esperienza della musica dal vivo, che si è interrotta d’un colpo, lasciando legioni di strumentisti, studenti di conservatorio, musicisti indipendenti, orchestrali, direttori d’orchestra, promotori musicali, cantautori, arrangiatori, accordatori, in un lungo purgatorio di inattività forzata. Per altro, come in molti altri settori, anche per l’attività musicale si è rapidamente interposto l’apparato della rete, dei computer, dei servizi di live streaming, e i mille dispositivi e applicazioni utili a trasmettere e condividere materiali di vari tipo su piattaforme digitali. Insomma, l’esistenza stessa di un’infrastruttura digitale diffusa nella nostra società ha permesso che alcune attività potessero essere perpetuate, seppure in forma surrogata, anche in pieno lockdown. D’altra parte, come appare evidente in molti casi specifici, dal lavoro all’istruzione, dal commercio allo spettacolo, tale perpetuazione mette in atto, in modo pressoché automatico, anche una sorta di selezione artificiale tra le diverse modalità, significati, contesti, peculiarità con cui le varie attività possono continuare ad esistere, lasciando svanire come ombre al buio quelle meno adattabili ai protocolli della formattazione digitale. 

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Il gioco della regina degli scacchi

The sun shone, having no alternative, on the nothing new.

                                                                                  Samuel Beckett

Nella storia d’amore più famosa del Medioevo, l’amore nasce davanti alla scacchiera. La storia di Tristano e Isotta è stata raccontata molte volte; e in una delle varianti, che ha avuto particolare successo nelle arti figurative, i due giovani bevono il filtro magico che li fa innamorare l’uno dell’altro mentre giovano a scacchi. Perché gli scacchi? Perché nel Medioevo erano un tipico passatempo nobiliare, in primo luogo. Ma anche perché gli scacchi sembrano simboleggiare perfettamente il rapporto amoroso, al punto che in alcune versioni del mito Tristano e Isotta smettono di giocare solo per incominciare insieme, come si legge nel Tristano Riccardiano (una traduzione toscana del Duecento che potrebbe aver letto anche Dante), «quello giuoco», «che infino a lloro vita lo giucarono volentieri», cioè quel gioco che avrebbero giocato volentieri fino alla fine della loro vita.

Ma il potere seduttivo degli scacchi, dal Medioevo a oggi, sembra essere rimasto inalterato, come dimostra il rapidissimo successo planetario della miniserie televisiva La regina degli scacchi (The Queen’s Gambit)[1], distribuita su Netflix il 23 ottobre 2020.[2] Non solo la serie ha fatto numeri stellari in termini di visualizzazioni e ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il Golden Globe 2021 per la Migliore serie Tv (Best Television Motion Picture) e per la migliore attrice (Best Actress – Television Motion Picture), ma dal momento del suo lancio gli acquisti di scacchi e scacchiere, l’iscrizione a siti e piattaforme virtuali di scacchi e gli spettatori di canali tematici su YouTube (nonché il numero di canali stessi) sono aumentati vertiginosamente.[3] Quali sono le ragioni di questo successo?

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La storia come chiave per comprendere la pandemia


di Francesca Romana Capone


Per orientarci nella pandemia attuale, più che i numerosissimi “instant book” pubblicati a tempo di record, possono essere utili letture legate a malattie del passato e, comunque, edite prima dell’emergere del COVID-19 che, necessariamente, ha mutato lo sguardo sul problema.
Vedremo, allora, quanto l’efficacia dell’azione sanitaria sia connessa ad aspetti legati alla politica, alla comunicazione, alla fiducia e, in ultima istanza, alla capacità di comprendere i limiti stessi della nostra conoscenza.

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La rivincita della Scuola Radio Elettra

di Edoardo Gianfagna

Tra il 1951 e il 1995 c’era la Scuola Radio Elettra (SRE) di Torino. Era una scuola per corrispondenza ideata da un chimico, Vittorio Veglia, e da un ingegnere polacco, Tomasz Carver Paszkowski. Al massimo della sua espansione la SRE aprì distaccamenti in Francia, Germania, Spagna e nel continente africano. Offriva a tutti coloro che non avevano potuto, voluto o saputo conseguire il diploma quinquennale di periti elettronici una formazione a distanza secondo un piano di studi personalizzato in 30-50 lezioni, senza scadenze prefissate e senza limiti di età; ma soprattutto senza che l’allievo si dovesse spostare da casa, e garantendogli di fatto il successo formativo.

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La mission dello smart working


di Alessandro Della Corte

Uno degli istinti primari dell’uomo è quello di raccontare, si sa. E si sa che nei periodi di costrizione si tende, non appena possibile, a dare sfogo agli istinti. Per questi motivi il diario della quarantena è diventato un vero e proprio genere letterario, praticato da tutte le categorie di persone e a tutti i livelli. Si tratta ovviamente di una tendenza deprecabile, che andrebbe censurata da un rigido autocontrollo di tipo innanzitutto morale, ma che troppo spesso invece, in questa nostra epoca di mollezze, trionfa senza resistenze.
Questo breve pezzo non fa eccezione.

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Vite perpendicolari – II

Le analogie possono essere uno strumento comunicativo estremamente efficace. Lo sapeva bene Plutarco, che cercò di dipingere, nelle sue Vite Parallele, un’improbabile similitudine fra il suo nativo mondo greco e quello romano che lo aveva adottato. Ma forse ancor più istruttivi delle analogie sono i contrasti. Particolarmente interessanti, ad esempio, sono gli elementi di contrasto nelle vite di persone che, per i motivi più vari, possono essere sensatamente messe a confronto. In questa rubrica vogliamo appunto raccontare storie di uomini e donne più o meno noti e importanti che, a partire da rilevanti elementi condivisi, hanno conosciuto destini molto diversi.

Emanuel Lasker e Magnus Carlsen

di Alessandro Della Corte

 

 

 

 

Nel suo libro del 2007 How life imitates chess, Garry Kasparov sostiene (fin dal titolo volutamente provocatorio) che gli scacchi sono molto più di un semplice gioco e che la loro ricchezza può insegnare molto anche fuori dalla scacchiera. Kasparov si concentra soprattutto sulla dimensione individuale, cercando di tradurre la sua pluridecennale esperienza di scacchista di vertice in consigli utili all’affermazione personale. Ma il parallelo tra scacchi e realtà può spingersi molto più in là. L’evoluzione storica del gioco e della sua percezione sociale ne fanno infatti uno specchio sorprendentemente fedele, e per certi versi illuminante, della cultura coeva [1]. Le vite perpendicolari che consideriamo in questo articolo, quelle di due campioni mondiali di scacchi vissuti a più di un secolo di distanza, sono interessanti proprio per questo.

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Scuola, ricerca e altri spettri

di Stefano Isola 

Può apparire stupefacente che nella gran parte delle discussioni pubbliche correnti su temi come scuola e università, e in generale sull’istruzione di massa, o sulla ricerca scientifica e la sua rilevanza sociale, si proceda quasi invariabilmente nascondendo dietro una cortina di connessioni e dettagli secondari, quando non elusivi, il fatto che l’oggetto stesso del discorso è qualcosa che, in quanto tale, fondamentalmente non funziona più, compiendo così, come ha scritto Edoardo Gianfagna, un atto di omertà di fronte al fallimento della nostra cultura.

La cortina fumogena raggiunge poi livelli inquietanti quando si proclama con compiacimento l’avvento di una sedicente “società della conoscenza” – concomitante all’esplosione delle tecnologie della comunicazione – tacendo del tutto i processi degenerativi che pure si palesano con crescente brutalità agli occhi di chiunque abbia a cuore la vitalità, e dunque la sopravvivenza, della cultura umana. E non parliamo soltanto dell’ignoranza e dell’analfabetismo funzionale dilaganti ovunque, e in modo particolare nel nostro paese, ma anche dei processi di trasformazione più o meno silenziosi che hanno investito le istituzioni fondamentali della trasmissione e della produzione della cultura, modificandole profondamente: se la scuola era un’oasi di tempo improduttivo, ora sta tramutandosi in un’appendice del sistema globale di produzione e consumo delle merci, come testimoniato tra le altre cose dal lessico economicistico, dalle pratiche d’insegnamento improntate all’intrattenimento e all’“innovazione” incessante, dalla scuola-lavoro, etc.; analogamente, se nell’università e nei centri di ricerca fino a qualche tempo fa si manteneva viva la dimensione della libera indagine intellettuale – la quale se anche stimolata da problemi concreti procede combinando metodo ed inventiva, con ampio margine d’imprevedibilità riguardo agli esiti –, oggi il termine “ricerca” significa perlopiù gestione di risorse per la messa in atto di protocolli standardizzati e finalizzati ad obiettivi specifici assegnati in partenza.

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Schiavitù senza padroni

di Alessandro Della Corte

Qualche tempo fa sono capitato su un articolo divulgativo che parlava di un recente esperimento di fisica fondamentale[1]:

Prendete un pallone. Da calcio, da basket, da pallamano; non importa. Sparatelo con un cannone e riprendete la scena con telecamere ad altissima definizione. […] Ora è il momento di fare un passo in avanti: rimpicciolite il pallone fino a farlo diventare un oggetto quantistico (un elettrone, un fotone; non importa) e ripetete l’esperimento con un mini-cannone e una mini-telecamera. Vi accorgerete che le cose cambieranno parecchio. Senza tirarla troppo per le lunghe, non riuscirete più a concludere la misura come prima. Perché la vostra mini-telecamera perturberà irrimediabilmente la traiettoria del mini-pallone, diventando di fatto parte integrante e attiva dell’esperimento. […] Piccola pausa: cosa vuol dire entangled? Il termine entanglement, che non ha una precisa traduzione italiana, definisce un bizzarro (l’ennesimo) fenomeno quantistico in cui due o più particelle sono intrinsecamente collegate tra loro in modo tale che le azioni o le misure eseguite su una di esse abbiano effetto istantaneo e irreparabile sulle altre. Con questo in mente, torniamo all’esperimento.

Eccetera, eccetera. Testi di questo tipo mi deprimono. Non perché l’esempio scelto (abbastanza a caso) sia particolarmente cattivo nel suo genere; si trovano facilmente cose molto più invereconde. Il mio problema è il genere stesso, e in particolare lo stile tipicamente usato. Si avverte l’ansia, il terrore che il lettore si spaventi, o peggio ancora si annoi e smetta di leggere. Lo si percepisce dal periodare convulso, dall’abbondanza di espressioni tipiche del parlato che dovrebbero dare sollievo tra una parola difficile e l’altra, dai grassetti distribuiti generosamente e un po’ a caso. Si può sentire tra le righe l’implorazione: leggete ancora almeno un po’, non aprite un’altra scheda, arrivate, ve ne prego, al prossimo punto fermo, al prossimo grassetto. Il risultato è un testo che sembra scritto per un lettore stupido, distratto e psicologicamente immaturo, e ciò nonostante si pone rispetto a quest’ultimo in posizione disperatamente subalterna.

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Il ritorno di Dante narcolettico

di Marco Grimaldi

1. Fino a qualche tempo fa avrei detto che in Italia il prestigio della scienza fosse in crisi. Lo pensavo soprattutto leggendo le invettive contro i “professoroni”, riflettendo sul successo di programmi come Voyager o meravigliandomi per la diffidenza verso i vaccini o la diffusione del terrapiattismo. Ma più temibile del disprezzo per la scienza, e non necessariamente contraddittorio con esso, è lo scientismo.

All’inizio del 2016 aveva avuto una certa risonanza una notizia apparsa su la Repubblica online, che il 15 febbraio titolava: Dante Alighieri era narcolettico, un nuovo studio conferma la tesi. Il quotidiano dava conto di una ricerca, pubblicata sulla più importante rivista internazionale di neurologia clinica da un gruppo di studiosi dell’Università di Zurigo, secondo la quale Dante avrebbe sofferto di narcolessia. La tesi non era nuova. L’aveva già sostenuta nel 2013 Giuseppe Plazzi, professore di Neurologia all’Università di Bologna, rielaborando un’idea un po’ diversa espressa – con più cautela – prima da Claudio Giunta in un commento alle poesie dantesche e poi da Marco Santagata in una fortunata biografia del poeta: Dante avrebbe descritto in alcuni passi della sua opera i sintomi dell’epilessia.

A me la tesi della narcolessia pareva e pare ancora priva di fondamento. Pensavo fosse acqua passata e mi accorgo invece che gode di un certo credito e che ha compiuto una parabola molto curiosa: espressa da studiosi di letteratura, apparentemente comprovata dagli scienziati, torna agli umanisti non più come un’ipotesi ma come un dato di fatto col “bollino di garanzia della scientificità”.

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