The Biggy

Dicembre 1987. Ho appena letto il «Los Angeles Times». Un articolo sul terremoto atteso da anni sulla costa del Pacifico e che dovrebbe arrivare dal Messico per giungere fino all’Alaska. Dato che se ne parla oramai da decenni, di fatto già dal terremoto di San Francisco, questa catastrofe è già familiare, perciò, di fatto, qualcosa che appartiene ormai al passato, e che per via di questo slittamento temporale ha perso la sua minacciosità. Ma non è tutto. La minimizzazione procede così oltre che l’immensamente grande e terribile è stato linguisticamente trasformato in un diminutivo. Nelle lingue anglosassoni, in particolare in americano, basta aggiungere una Y alla fine di una parola perché ogni essenza, cosa o evento, perfino quelli mostruosi, diventino qualcosa di innocuo, addirittura di carino. Da Ronald per esempio si ricava il più affettuoso «Ronny». Ugualmente, già oggi, si trasforma affettuosamente la catastrofe continentale attesa per domani o per dopodomani in qualcosa di gentile. E siccome questa rimane – giacché la massima «small is beautiful» non si è ancora completamente affermata – qualcosa di grosso, essa è appunto «big». Questa grandezza è però qualcosa di gentile e di piccolo allo stesso tempo, tanto che l’immensa catastrofe viene già oggi chiamata «The Biggy» nel L.A.-Times. E questo vezzeggiativo, che sul primo momento non avevo compreso, viene utilizzato e ripetuto con una disinvoltura tale che è evidente: il L.A.-Times si aspetta che ogni lettore abbia dimestichezza con questa espressione. Che cosa sono, dunque, le menzogne di singoli nostri simili, in confronto alla bugiardaggine di una lingua mondiale?
Tratto da Günther Anders, Brevi scritti sulla fine dell’uomo (trad. it. Trieste, 2016, pp. 81-83).

Tre aforismi di Nicolás Gómez Dávila

Lo stupido non si turba quando gli dicono che le sue idee sono false, ma quando insinuano che sono passate di moda.

La società moderna si concede il lusso di tollerare che tutti dicano ciò che vogliono perché oggi, di fondo, tutti pensano allo stesso modo.

Convincere chi ha opinioni proprie è facile, ma nessuno convince chi sostiene opinioni altrui. Nessuno si aggrappa tanto alle proprie opinioni quanto colui che è solamente l’eco dell’epoca in cui vive.

Tratte da Nicolás Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, Adelphi, 2001.

A proposito di esami di maturità

A questi temi è stato apposto che fossero troppo facili rispetto alla estensione delle cognizio­ni che i programmi richiedono agli alunni della Sezione Fisico-Matematica. Ma noi persistiamo a credere convenirsi a tali esami piuttosto i temi facili che difficili. Imperocché questi non valgono che a cimentare l’acume dei più valenti, e confondono poi nella medesima riprovazione la moltitudine dei mediocri con gl’infimi, rendendo inevitabile la pietà degli esaminatori, la quale finisce col togliere efficacia all’esame e farlo fallire al proprio scopo. Laddove il tema facile smaschera gl’indegni, è accessibile ai mediocri, e lascia poi ai migliori l’agio di addimostrarsi tali con la scelta dei metodi più spediti ed eleganti e con l’aggiunta di giudiziose osservazioni.

Tratto dalla relazione della commissione che preparò i temi dell’esame finale della Sezione Fisico-Matematica dell’Istituto Tecnico, presieduta dall’illustre matematico Enrico D’Ovidio (1886).

La mosca nella bottiglia

“La filosofia a questo deve servire, ad aiutare la mosca ad uscire dalla bottiglia”, scrive Ludwig Wittgenstein. A me sembra che una mosca per uscire dalla bottiglia debba sapere come è fatta la bottiglia. Solo così potrà imboccare il collo della bottiglia e volarsene via, libera, nell’aria. Ma sapere com’è fatta la bottiglia quando uno ci sta dentro è una scienza molto complessa e richiede innanzitutto la consapevolezza di essere prigionieri all’interno di una bottiglia – cosa che non tutti riconoscono. E poi richiede immaginazione, molta immaginazione. Perché non è facile, standone all’interno, concepire la forma della bottiglia che ci contiene. Forse è la trasparenza del vetro che a volte, come ho detto, ci inganna e ci dà l’illusione di star fuori. Perciò dobbiamo sottrarci a questa illusione, non solo, ma anche a tutti gli altri inganni e miraggi cui siamo, consapevoli o no, sottoposti.

Tratto da Raffaele La Capria, La mosca nella bottiglia. Elogio del senso comune, Rizzoli, 1996, p.134.

Didattica della “nuova fisica”

Per concludere, mi sia concesso esprimere un auspicio. Supponiamo che nei prossimi anni queste teorie siano sottoposte a nuove verifiche e le superino brillantemente: il nostro insegnamento secondario correrà allora un serio pericolo. Alcuni professori saranno probabilmente ansiosi di dare spazio alle nuove concezioni; le novità sono così allettanti e com’è difficile non sembrare abbastanza al passo coi tempi! Vorranno almeno schiudere ai loro ragazzi ampi orizzonti, e prima di insegnar loro la meccanica ordinaria, li avvertiranno che questa ha fatto ormai il suo tempo e poteva andar bene tutt’al più per quel vecchio babbeo di Laplace. E gli studenti non prenderanno dimestichezza con la meccanica ordinaria. È bene avvertirli che questa meccanica è soltanto approssimata? Sì, ma più tardi; quando ne saranno completamente imbevuti, quando si saranno abituati a pensare solo attraverso di essa, quando non correranno più il rischio di disimpararla, allora non vi saranno inconvenienti a indicare quali sono i suoi limiti.

Tratto da J.H. Poincaré, La nuova meccanica (1908), in Scienza e metodo (trad. it. Torino, 1997).

Dominio della natura

Dominio della natura, insegnano gli imperialisti, è il senso di ogni tecnica. Ma chi vorrebbe prestar fede a un precettore armato di sferza che indicasse il senso dell’educazione nel dominio dei bambini da parte degli adulti? L’educazione non è forse in primo luogo il necessario ordine nel rapporto tra le generazioni e dunque, se di dominio si vuole parlare, il dominio non dei bambini ma di quel rapporto? Così anche la tecnica: non dominio della natura, ma dominio del rapporto tra natura e umanità.

Tratto da W. Benjamin, Strada a senso unico (trad. it. Milano, 1983, p. 68).

Scopo della neolingua

Non hai ancora capito cos’è la neolingua […] nel tuo cuore preferiresti ancora l’archelingua, con tutta la sua imprecisione e le sue innumerevoli sfumature di senso. Non riesci a cogliere la bellezza insita nella distruzione delle parole. Lo sapevi che la neolingua è l’unico linguaggio al mondo il cui vocabolario si riduce giorno per giorno? […] Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? […] A ogni nuovo anno, una diminuzione nel numero delle parole e una contrazione ulteriore della coscienza. […] Sarà diverso anche tutto ciò che si accompagna all’attività del pensiero. In effetti il pensiero non esisterà più, almeno non così come lo intendiamo ora. Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa.

Tratto da George Orwell, 1984 (trad. it. Milano, 1989, pp. 58-59)