I fisici ci prendono sempre?

di Francesco Vissani

  1. Introduzione

Il titolo di questo saggio include un punto di domanda per ottemperare ad una buffa norma di retorica spesso adottata dagli scienziati che recita come segue:

ogni volta che il titolo di un saggio pone una domanda, a cui è lecito rispondere semplicemente sì o no, la risposta è sempre NO.

E così, una volta enunciata la tesi, a scapito della suspense – ma a vantaggio della chiarezza – posso passare all’introduzione vera e propria:

Una diffusa opinione è che gli scienziati e i fisici in particolare abbiano trovato un modo per prenderci sempre. Curiosamente, si tende a dar credito ad opinioni del genere proprio in quei casi in cui non si capisce assolutamente di cosa si stia parlando – quando non servirebbero riflessioni elaborate per capire che questo atteggiamento è poco ragionevole. Che la scienza (e la fisica in particolare) abbia inciso profondamente nel mondo moderno, spesso per mezzo di strumenti intellettuali nuovi e a volte complessi, non serve ribadirlo: è sotto gli occhi di tutti. Ma questo non significa che si debba rinunciare a capire di cosa si parla, specie prima di aver provato a farlo; né tanto meno che tutto quello che passa sotto il nome di scienza (specie sui media) abbia un valore comparabile alle idee che attribuiamo a Archimede, Galileo, Newton, Faraday, Riemann, Maxwell, Darwin, Einstein, Majorana, Pauli, ecc.

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Didattica della “nuova fisica”

Per concludere, mi sia concesso esprimere un auspicio. Supponiamo che nei prossimi anni queste teorie siano sottoposte a nuove verifiche e le superino brillantemente: il nostro insegnamento secondario correrà allora un serio pericolo. Alcuni professori saranno probabilmente ansiosi di dare spazio alle nuove concezioni; le novità sono così allettanti e com’è difficile non sembrare abbastanza al passo coi tempi! Vorranno almeno schiudere ai loro ragazzi ampi orizzonti, e prima di insegnar loro la meccanica ordinaria, li avvertiranno che questa ha fatto ormai il suo tempo e poteva andar bene tutt’al più per quel vecchio babbeo di Laplace. E gli studenti non prenderanno dimestichezza con la meccanica ordinaria. È bene avvertirli che questa meccanica è soltanto approssimata? Sì, ma più tardi; quando ne saranno completamente imbevuti, quando si saranno abituati a pensare solo attraverso di essa, quando non correranno più il rischio di disimpararla, allora non vi saranno inconvenienti a indicare quali sono i suoi limiti.

Tratto da J.H. Poincaré, La nuova meccanica (1908), in Scienza e metodo (trad. it. Torino, 1997).

Razze e razzismo

di Alessandro Della Corte, Stefano Isola, Lucio Russo

I am quite sure I have no race prejudice, and I think I have no color prejudices, nor caste prejudices. Indeed, I know it. I can stand any society. All I care to know is that a man is a human being — this is enough for me; he can’t be any worse.

Mark Twain

1. Gli orrori del razzismo e il ruolo degli scienziati

Il 2 settembre 1957 Judge Edward Aaron, un giovane operaio nero con un lieve ritardo mentale di Birmingham, in Alabama, venne rapito da sette esponenti di un gruppo ispirato al Ku Klux Klan e selvaggiamente picchiato con randelli metallici. Gli furono incise le lettere “KKK” nelle carni. Fu evirato e nelle ferite i suoi aguzzini versarono trementina altamente urticante. Infine, venne messo nel bagagliaio di un’auto e scaricato in un luogo isolato.

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Dominio della natura

Dominio della natura, insegnano gli imperialisti, è il senso di ogni tecnica. Ma chi vorrebbe prestar fede a un precettore armato di sferza che indicasse il senso dell’educazione nel dominio dei bambini da parte degli adulti? L’educazione non è forse in primo luogo il necessario ordine nel rapporto tra le generazioni e dunque, se di dominio si vuole parlare, il dominio non dei bambini ma di quel rapporto? Così anche la tecnica: non dominio della natura, ma dominio del rapporto tra natura e umanità.

Tratto da W. Benjamin, Strada a senso unico (trad. it. Milano, 1983, p. 68).

A proposito d’interdisciplinarità: qualche osservazione sui rapporti tra musica e scienza

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di Stefano Isola

Il fenomeno della parcellizzazione disciplinare, ovvero del frazionamento delle discipline in sotto-discipline sempre più minuscole e tra loro incomunicanti, fenomeno strettamente legato all’ipertrofia della produzione culturale specialistica in tutti i campi dello scibile umano, è uno degli aspetti più corposi e al tempo stesso più preoccupanti della crisi culturale in atto, ed è da tempo oggetto di studio anche dei sociologi della scienza. Una caratteristica preminente di questa situazione è la difficoltà crescente di esercitare un’autentica interdisciplinarità costruendo sintesi efficaci tra gli esiti di discipline diverse, senza pertanto prescindere dal controllo di ciascuna di esse. Detto altrimenti, appare sempre più remota la possibilità di pensare ed affrontare i problemi concreti nel quadro di una cultura autenticamente unitaria.

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[Immagine tratta da https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Ludovisi_throne_Altemps_Inv8570_n3_new.tif?uselang=it]

Scopo della neolingua

Non hai ancora capito cos’è la neolingua […] nel tuo cuore preferiresti ancora l’archelingua, con tutta la sua imprecisione e le sue innumerevoli sfumature di senso. Non riesci a cogliere la bellezza insita nella distruzione delle parole. Lo sapevi che la neolingua è l’unico linguaggio al mondo il cui vocabolario si riduce giorno per giorno? […] Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? […] A ogni nuovo anno, una diminuzione nel numero delle parole e una contrazione ulteriore della coscienza. […] Sarà diverso anche tutto ciò che si accompagna all’attività del pensiero. In effetti il pensiero non esisterà più, almeno non così come lo intendiamo ora. Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa.

Tratto da George Orwell, 1984 (trad. it. Milano, 1989, pp. 58-59)